giovedì 25 ottobre 2018

La tappa lunga della Parenzana



Terza tappa, da Grisignana a Visinada, 37 km.

Inizia tutto con un'alba pazzesca fatta di colori saturi su nuvole leggere che sovrastano la vallata invasa dalla bruma, uno di quegli spettacoli che sanno strizzare il cuore come uno straccio bagnato. Il gruppo si muove compatto lungo il percorso che inizia a scendere impercettibilmente seguendo le anse della vallata, mentre il sole lentamente si guadagna il suo spazio nel cielo diradando i cirri. 
Arriviamo a una curva dove troviamo ad attenderci la sagoma di un capostazione con tanto di paletta in mano; non ha la faccia, dobbiamo mettercela noi e così, uno ad uno, ci prestiamo a questo gioco per le foto di rito. Serve a sdrammatizzare un po', a cacciar via lo spettro dei 37 km che aleggia sulle nostre teste. 


Proseguiamo passando sotto piccoli ponti, tunnel oscuri e viadotti arditi, fino ad arrivare al cospetto di Montona, cittadina arroccata su un colle e ancora lontana, che emerge dalla nebbia e contro luce, regalandoci una visione degna dei migliori paesaggisti dell'ottocento. 
Più camminiamo più il sole si alza e con lui il caldo; non sembrerebbe nemmeno la fine di ottobre se non fosse per i colori dominanti che sono quelli tipici dell'autunno, a partire dal rosso acceso del sommacco che cresce rigoglioso ai bordi del sentiero.
Continuiamo a scendere lentamente assecondando ogni piega della valle, fino ad arrivare a Livada, cittadina minima che segna la fine della discesa e l'inizio della risalita. È il posto giusto per fare una sosta, rifocillarsi e far riposare i piedi liberandoli dal giogo degli scarponi. Siamo in zona di tartufi e qualcuno si concede un primo piatto con il prezioso tubero in un ristorante locale ma non io che mi faccio bastare la banana, un avanzo di formaggio grana e una barretta.


Ci lasciamo alle spalle la vecchia stazione di Livada e cominciamo ad aggirare Montona, ora ben illuminata in cima al suo colle. Mancano dodici km o poco più a fine tappa e la stanchezza comincia a farsi sentire ma saliamo cercando di distrarre la mente dal contapassi personale: testa bassa, un metro dopo l'altro. Poco prima di arrivare a Visinada, un punto panoramico ci mostra da dove siamo partiti, dove siamo passati e tutta la strada fatta, una cosa di cui essere orgogliosi. 


Gli ultimi due km sono i più faticosi, non per la strada che ormai corre in piano, ma per le energie che sono ridotte al lumicino. Il gruppo che si era sfilacciato, si ricompatta per entrare unito in paese poi ognuno trova la sua sistemazione, la sua birra, la sua doccia e ci si ritrova tutti per cena. La tappa lunga è ormai alle spalle.


martedì 23 ottobre 2018

La Parenzana, prima e seconda tappa



Preambolo

Muggia ha un sapore familiare, è un deja vù reale legato alla Via Flavia percorsa a settembre dello scorso anno, un ricordo reso più vivido dalla presenza di Gregorio che l'aveva percorsa con me. Salire al Santuario di Muggia Vecchia è una formalità che sbrighiamo in una mezz'oretta abbondante. La notte la passiamo alla casa del pellegrino gestita da Don Andrea, un'accoglienza spettacolare in un posto suggestivo, pieno di storia e con una vista spettacolare. Gregorio prepara la cena e dopo due birrette e un goccio di Zubrowka (una delle mie vodke preferite) trovata nella dispensa, possiamo andare a dormire. Domani sarà Parenzana.


Prima tappa. Muggia - Portorose, 30 km

Scendiamo dal santuario alla piccola cittadina che è ancora buio. L'appuntamento con il gruppo è alla foce del Rio Ospo, un piccolo fiume che scende al mare dalla Slovenia. Ad attenderci ci sono dei buonissimi cornetti ripieni e un folto gruppo di persone fra cui Renato Cavaliere, il patron della Via Flavia. Quando partiamo sono le 8,00 precise e nonostante il sole sia già abbastanza alto, il borino, sottoclasse della bora, soffia forte e ci gela le ossa.
Poco dopo esserci infilati nella ciclabile, incontriamo il primo confine, quello fra Italia e Slovenia. Non è niente di più di un cartello, anzi due, uno per ogni senso di marcia, che indicano i due paesi.
La ciclabile continua mischiandosi a strade e paeselli fino ad arrivare alla vecchia stazione di Decani, che era a 17,6 km dalla stazione di partenza. Ora è una casa privata ma è conservata bene e dal tetto escono le antiche travi portanti. È la prima che vedremo lungo la strada.


Proseguiamo costeggiando campi pieni di vigneti che ormai hanno fatto il loro dovere e lo dimostrano con il colore tipico della vite d'autunno, quel rosso scuro che rende la campagna una perfetta macchia di colore.
Pochi chilometri e arriviamo a Capodistria, aggiriamo il centro storico e ci fermiamo davanti al mare a fare uno spuntino. Il vento ci sferza senza sosta e increspa le onde del mare facendo la felicità di qualche wind-surfista. È una sosta breve, poi si comincia a seguire la costa; passiamo davanti a dove fu affondata il Rex, una nave passeggeri bombardata dagli inglesi nel '44. Ci sono dei grossi cartelloni che riproducono foto d'epoca, della barca reclinata su un fianco e della vecchia ferrovia che seguiva la linea del mare. Arriviamo a Isola d'Istria, splendido borgo affacciato sull'acqua che rimane lontano, ahimè, dai nostri passi: la via continua verso l'alto poi si infila fra i campi e così continua fino alla prima delle due gallerie del giorno. È conservata benissimo (come quasi tutto qui in Slovenia) ed è un passaggio bellissimo di questa prima tappa. Ci vogliono pochi chilometri per arrivare alla seconda, ma le forze scemano un tantino e la velocità si adegua. Quando usciamo dal secondo tunnel sono le 15,30 e Portorose si stende ai nostri piedi. Il tempo di andare a lasciare gli zaini all'ostello e farsi una doccia e andiamo al primo bar a farci un paio di birre rosse irlandesi (fuori zona, lo so, ma questo passa il convento).
Il resto è una storia di malvasia non soddisfacente, di fritto misto di mare abbondante, di tanto aglio in tutte le pietanze e di Pelinkovac a fiumi.
La prima, come al solito, è andata.



Seconda tappa, Portorose - Grisignana, 27 km
La tappa è dura e lunga; si inizia seguendo la costa in ogni sua curva, anche quando la strada per farlo passa attraverso un campeggio vuoto e con alcune tende e roulotte stanziali avvolte dal domopak come le valigie in transito in un aeroporto. Ciò che ci aspetta dopo poco è senza dubbio una delle cose più belle dell'intera tappa: una piccola ansa di un canale ospita l'officina di un riparatore di piccole barche in legno. Non è un luogo normale e lo si capisce subito; all'interno dell'officina campeggiano tre quadri, tre ritratti, Lenin, Marx e il Che Guevara, e all'esterno mille oggetti creano un amalgama affascinante fatta di reti, lampade antiche, salvagenti e attrezzi come oggetti sacri. È un tempio all'operositá e al lavoro, un'oasi sana di nostalgica passione nautica ed è un posto magico. Tutto il canale che seguiamo è ricco di spunti fotografici interessanti fatti di barche semi affondate e legni marci; verrebbe voglia di rimanere qui per sempre, esattamente come lungo le saline di Sicciole, luogo desertico e scarno per antonomasia dove uccelli coraggiosi vivono indisturbati cercando la loro dimensione.



Attraversare a piedi una frontiera ha un sapore antico e noi lo gustiamo appieno, mostrando i nostri documenti prima alla finanziera slovena e poi a quella croata. Da qui l'asfalto scompare lasciando il posto a una sterrata che corre dove un tempo erano traversine e binari e che ci accompagnerà fino a  Grisignana, luogo di arrivo di questa seconda tappa. 
Si passa però prima di fianco a Buje, piccolo borgo arroccato su un monte e per la sua stazione più a valle poi si prosegue fra una vegetazione multicolore verso Triban e la sua stazione inesistente per giungere infine a due brevi gallerie, la seconda delle quali ci conduce direttamente al piccolo borgo di Grisignana, città degli artisti dal fascino antico preservato nel tempo. 

Si cena e si dorme in un piccolo appartamento col camino, segno inequivocabile che qui, al dispetto dei turisti, il tempo non è passato


domenica 21 ottobre 2018

Quattro giorni sulla Parenzana


Buongiorno a tutti e bentrovati.
Dopo la Via del Volto Santo camminata a maggio e dopo una lunga estate stanziale, sono di nuovo pronto a mettermi in Cammino. Saranno, ahimè, solo quattro giorni ma cercherò di farmeli bastare.
Saremo in 12 a camminare insieme, io, Gregorio (l'amico ritrovato che aveva percorso la Via Flavia con me a settembre dello scorso anno) Renato Cavaliere (patron di quella bellissima Via), Marino (benemerito ciclista) e tutte le Mule di Monfalcon.
Il percorso è la Parenzana, una bellissima ciclo-pedonale che ricalca il tragitto di una vecchia ferrovia a scartamento ridotto che univa Trieste a Parenzo, in Istria; la linea, costruita dalla fine dell'ottocento e terminata nel 1902, fu demolita nel 1935. Il percorso dei binari è stato recuperato poco tempo fa e tramutato in una delle ciclabili più apprezzate di questo spicchio di terra.
Sette tunnel, diversi viadotti, rocce di tutti i colori, vigneti, piccoli porticcioli: tutto questo è la Parenzana oggi, 130 km affascinanti e pieni di storia.
Sarò sincero: mi aspetto molto da questo itinerario sia dal punto di vista paesaggistico che da quello sensoriale (stiamo parlando ovviamente del gusto, il principe di tutti i sensi) e non vedo l'ora di partire.
Oggi raggiungerò Gregorio a Mestre e da lì ci muoveremo verso Trieste e Muggia. Ci saranno 3 km di salita da fare subito per raggiungere il Santuario di Muggia Vecchia dove ci sarà Don Andrea ad attenderci; dormiremo nell'ostello a donativo che è la prima accoglienza della Via Flavia e domattina scenderemo nuovamente in paese per il meeting point con gli altri.
Come al solito, ogni giorno potrete leggere il racconto della giornata e potrete ascoltare i miei strampalati report sul sito di Radio Francigena 
Non mi resta che salutarvi e augurare buon Cammino a tutti voi.
Ultreya


giovedì 14 giugno 2018

Terra mia



Oggi, ahimè,, è l'ultimo giorno di quest'avventura, e bisogna goderselo al massimo, perché il Capo di Leuca rimarrà qui, mentre io prenderò un aereo che mi porterà a Pisa. 

Sono le 7,30 e un manipolo di eroi (Federico, Ilaria, Patrizia, Gaia e il sottoscritto) si mette in marcia dal pozzo di San Pietro in direzione Alessano. 

Il sole è già alto ma le temperature non sono ancora proibitive, tira qualche refolo di vento, e camminare è un vero piacere. Il cielo è di un intenso blu, rallegrato da qualche batuffolo di nuvole, e la luce avvolge i muretti a secco e le pajare, gli olivi secolari e le piante di finocchietto selvatico ed elicrisio.



Un turbinio di profumi accompagna i nostri passi lungo la Via, e c'è anche il tempo per mangiare un fico offerto da un vecchietto solitario che ne ha raccolto qualcuno nel suo secchio, rosso come l'apetta con cui è giunto fin qui: sono i fioroni e sono grossi e succosi, l'ideale per rinfrescare la bocca.


Quando arriviamo a Leuca Piccola è un po' come tornare a domenica scorsa e ripartire dal via; una parte di me vorrebbe che fosse veramente possibile ricominciare tutto da capo, perché quando ti diverti, scopri luoghi nuovi e nuovi amici non vorresti dover tornare a casa, ma il tempo è spesso un despota crudele, e allora via, si continua.
La strada prosegue in un paesaggio più bello ad ogni curva; strani fiori danno una nota di colore ai muretti a secco, i tronchi divisi di alcuni ulivi secolari si attorcigliano fra loro come amanti in preda a un folle desiderio e un passaggio a livello pigro ci lascia passare senza opporre resistenza, del resto i treni che lo tengono occupato sono solo due al giorno.


Il sole e la temperatura crescono di gradazione e, dopo una salita lunga ma lieve, sbuchiamo a Montesardo dove un bar ci accoglie con la sua ombra rinfrancante e il gusto esagerato del caffè salentino: la scura bevanda viene arricchita di ghiaccio e sciroppo di mandorla che lo trasformano in una sorta di pozione magica cui sono ormai addicted.


La tappa successiva è il cimitero di Alessano dove ci ricongiungiamo con il resto del gruppo. Qui si trova l'ultima dimora di Don Tonino Bello, vescovo molto amato dalla gente e animato da una nobiltà d'animo fuori dal comune. La sua bellissima storia ce la racconta il nipote, all'interno di quella che era la casa del Don e che ora è un bellissimo luogo di scambio, confronto e accoglienza, insomma, tutto tranne che un museo.


Il centro storico di Alessano è di una bellezza che toglie il fiato; palazzi nobiliari dalle pareti eclettiche, cortili bianchi pieni di piante e porte colorate, vicoli tortuosi dove si spandono affabulanti odori di cucina e piazze che non portano da nessuna parte. È un gioiello, un luogo che meriterebbe di essere vissuto più a lungo, come tutto questo angolo di Puglia, una regione magica che oltre al mare sa offrire un entroterra ricco e accogliente, fatto di paesi silenziosi e gente generosa e piena di voglia di vivere.



La campanella suona ed è ora di andare, ma un pezzo del mio cuore rimane qui, a Capo di Leuca, incastonato fra la terra rossa e la pietra bianca, in attesa che io possa tornare a prenderlo; sarà un bellissimo modo per tornare a respirare quest'aria profumata, per spalancare nuovamente gli occhi di stupore davanti a tanta bellezza e per riabbracciare gli amici che qui lascio e che già mi mancano.


mercoledì 13 giugno 2018

Pane santo, frantoi ipogei e processioni



La terza giornata dell press tour inizia presto, con la messa per S. Antonio a Patú  con la distribuzione del pane da parte della signora Anna, che non ha dormito tutta la notte per essere pronta a questo appuntamento.
Il suo pane è buonissimo, merito della sua devozione e del suo amore per il santo; tutti i fedeli fanno diligentemente la fila per ricevere dalle sue mani il prezioso panino, ancora tiepido di forno. La tradizione ha un'origine antica: la leggenda narra di una donna che, vedendo un bambino affogato in un calderone, pregò S. Antonio di salvargli la vita in cambio di tanto grano quanto il peso del bimbo, e la sua richiesta di grazia venne esaudita.



Patú è famosa anche per la bellissima chiesa di San Giovanni Battista, datata XII secolo, ricca di affreschi e povera di orpelli. Davanti alla chiesa si trova il Centopietre, un monumento megalitico funebre costruito per ospitare le spoglie del generale Geminiano e composto da 100 grossi blocchi tufacei.



Da qui ci spostiamo a Gagliano dove fa bella mostra di se la chiesa di San Rocco; un bellissimo altare scolpito in pietra leccese è collocato sul lato destro della navata ma l'attenzione viene rapita dall'altare dedicato al Memento Mori, che è un tripudio di piccoli teschi e immagini macabre.



Giusto il tempo di vedere il Santuario di San Francesco da Paola fuori dal quale troviamo le indicazioni della Via Francigena, e cambiamo paese. Corsano ospita la chiesa di Santa Sofia, crollata e ricostruita; alcune delle statue lignee o di cartapesta recuperate dalle macerie sono esposte nella piccola cappella del Sacro cuore. Ce ne sono un paio particolarmente spaventose che rappresentano martiri in un tripudio grand guignole.



Prima del pranzo abbiamo il tempo di andare a Tiggiano a visitare il palazzo baronale e la chiesa di Sant'Ippazio, e poi a Salve dove scendiamo nella roccia per visitare un frantoio ipogeo.


Ci lavoravano, durante l'inverno, i marinai che in estate si occupavano delle attività legate all'acqua e questa cosa è testimoniata dal fatto che i nomi di questi "operai" coincidevano.

Una sosta a base di specialità locali e poi via, verso Ruffano. Qui, nel più popoloso dei comuni di questa città diffusa, oggi è festa grande. C'è la processione del santo, la sua statua argentata è già sul palco ma il vescovo sta ancora parlando, così abbiamo il tempo per visitare la chiesa della Natività della Beata Vergine (o chiesa madre). Le pareti sono coperte da grandi tele raffiguranti scene dal vecchio testamento e gli altari ricchi ed elaborati, soprattutto quello dedicato al santo.
Facciamo appena in tempo a vedere la cripta che il corteo parte, sacerdoti in testa, bambini devoti con palloncini bianchi e carabinieri in alta uniforme e pennacchio a seguire.



Sono gli ultimi fuochi (quelli artificiali saranno più tardi). Rimane il tempo di raggiungere l'agriturismo Sante le Muse dove si cucina come una volta con prodotti a km 0, e assaggiare piatti tradizionali buonissimi cullati da una bellissima musica. La felicità è fatta di piccole cose.

martedì 12 giugno 2018

Le cipolliane e S. Antonio



La giornata inizia presto, molto presto, perché il sole e il caldo sono un dato di fatto e lo è anche il Sentiero delle Cipolliane, il primo appuntamento della giornata. In realtà iniziamo con un passaggio sul sentiero del Ciolo che, dopo essere sceso alle basi di un ponte sfiora acque cristalline e verdi dove qualche bagnante già rinfresca le calde membra. Non è per noi, ahimè; il nostro destino è risalire il canyon sotto un sole assassino, ma la bellezza del paesaggio è il miglior antidoto sul mercato. Ne facciamo il pieno e raggiungiamo la sommità dove una bella pajara fa mostra di sé, poi riscendiamo su strada e, dopo una pausa ristoro in un baretto, ci infiliamo nel sentiero che porta alle grotte, le cipolliane.


Sono insediamenti antichissimi, dove sono stati ritrovati manufatti umani, sacri e non, risalenti a un tempo molto antico, ma non è tutto: secoli e secoli fa, quando il mare era più basso e oltre gli scogli c'era la sabbia, qui ci vivevano i pinguini. Ora, chi mi conosce sa della mia insana passione per questi buffi pennuti, per cui potete immaginare il brivido che, a dispetto della calura, mi attraversa la schiena.



Ma andiamo con ordine. Per arrivare alle grotte ci sono da fare tre chilometri meravigliosi, con il mare sempre a destra, mentre i muretti a secco delimitano il sentiero sulla sinistra. Lungo la via troviamo pajare, piante officinali, fichi d'india rigogliosi di fiori e alghe fossili di un verde opaco. 

Quando arriviamo alla terza e ultima grotta l'ombra ci avvolge con il suo velo di freschezza e la sosta diventa inevitabile.



Da lì a risalire su strada ci vuole poco: il santuario di Santa Maria di Leuca ci attende ed io non vedo l'ora di raggiungere Finibus Terrae. Il sole bacia la piazza come un amante focoso e gli archi del colonnato creano giochi d'ombra nitidi come in un quadro di De Chirico. La chiesa è scarna ma non mi suscita grandi emozioni, a parte il fatto che da delle finestre in alto entrano delle rondini che volano adrenaliniche lungo la navata riunendo natura e spiritualità in un unicum bellissimo. 



Il pranzo si svolge nell'oratorio della parrocchia di S. Ippazio, un santo importato dall'oriente, testimonianza della vocazione di accoglienza e condivisione di questa terra estrema, un tempo fine del mondo e ora cuore pulsante del Mediterraneo. È questo il senso che viene fuori anche dalla conferenza stampa pomeridiana, dove Mons. Vito Angiuli, vescovo di Ugento, ci racconta, insieme ad alcuni sindaci di zona della città diffusa, dei sentieri che hanno il compito di unire e dell'importanza di S. Antonio da Padova in questi luoghi.


La festa del patrono è domani e prima di cena resta il tempo per andare a trovare la signora Anna che da vent'anni impasta e cuoce il pane del santo, che viene distribuito la mattina prima della messa. Rituali antichi per devozioni forti, il sunto di questa giornata bellissima.




lunedì 11 giugno 2018

Da Rimini a Leuca via Montesilvano



Tornare in Puglia è una gioia, per tanti motivi, ma voglio fare un piccolo come again, come dicevano i dj giamaicani, e raccontarvi dei due giorni precedenti.
L'UlisseFest di Rimini è stata una piacevole sorpresa; una manifestazione ben organizzata e ricchissima di appuntamenti a tema viaggio. Sul palco del cinema Fulgor ero in ottima compagnia; con me c'erano Nicolò Giraldi e Daniela Castiglione oltre a Linda Cottino che ha brillantemente condotto l'incontro. A essere onesto sarei rimasto volentieri per i due giorni successivi ma avevo un appuntamento altrettanto importante a Montesilvano.


La libreria On the road di Cinzia e Antonella è un lugo bellissimo e tornare a raccontare le mie storie da loro è sempre un grande piacere (esattamente come il successivo rituale degli arrosticini). 

Quattro lunghe ore di treno mi hanno portato a Lecce dove sono stato preso in consegna da Marco e Melissa dell'associazione Archès. Gli altri giornalisti che divideranno con me questo Press Tour sui riti devozionali dedicati a S. Antonio qui in terra di Leuca, arriveranno domani, per cui oggi pomeriggio godrò di tutte le attenzioni di questi simpatici ragazzi.  Cominciamo col dire che la prima sosta è stata a casa dei genitori di Melissa, dove, nonostante fossero le 16 passate, c'è stato il tempo per qualche pescetto fritto, delle zucchine con i gamberi e un paio di bicchieri di vino. 


In Puglia l'ospitalità è sacra e questa cosa fa parte del suo fascino.

Il clou della giornata è stata la visita al santuario di Leuca Piccola. L'antica chiesertta Mariana era sede di un ospitale per i pellegrini molto particolare: si trattava di un ricovero ipogeo, che garantiva a chi vi sostava riparo dalla calura e acqua fresca grazie a tre grandi pozzi. Testimonianza ne è un'iscrizione sulla porta d'ingresso che racconta in poche parole la storia di questo luogo: “Don Annibal Capece or mi feconda
Se un tempo sviscerar fece il mio seno
Entra qui dunque e ti trattenga almeno L’ombra, il fresco, il vino e l’onda”.




Attorno alla chiesa sorgeva un ampio complesso rurale che ora è diviso in due dal passaggio di una strada. La chiesa ospita affreschi antichi raffiguranti alcuni santi e la sinopia dell'immagine della madonna col bambino presente nel santuario di Leuca; ci sono anche un paio di suggestivi, piccoli confessionali scavati nella pietra e dal tetto, fortificato per i continui assalti dei pirati, si gode una vista stupenda sul territorio circostante.



Da qui ci siamo mossi a piedi attraverso una campagna bellissima verso il pozzo di S. Pietro. Leggenda vuole che l'apostolo, sbarcato a Leuca, si sia dissetato proprio con l'acqua di questo pozzo. Poco più avanti c'è una piccola chiesa dedicata al santo; fu edificata nel X secolo, probabilmente sui resti di una struttura preesistente. È costruita con grosse pietre recuperate dall'antica città messapica di Vereto e non ha più il tetto sostituito da una larga tettoia. Quando arriviamo è in corso il rosario cui seguirà la santa messa, ed è bello sapere che una chiesa così antica sia ancora attiva. 



Il piccolo paese di Giuliano di Lecce è a poche centinaia di metri e ne approfittiamo per girarne il meraviglioso centro storico. Splendidi palazzi, un castello, la bella chiesa fanno da contorno a una realtà silenziosa e sospesa. Ci sono molte iscrizioni sui muri, recitano massime di saggezza e c'è anche una bella loggia, quella degli sberleffi, caratterizzata da tanti volti distorti in espressioni denigratorie.



La giornata finisce qui; il primo assaggio di questa meravigliosa terra è stato un pasto completo. Domani sarà ancora meglio.

domenica 6 maggio 2018

Quando si arriva a fine Cammino


Quando si arriva a fine Cammino ci si trova in un luogo non tanto fisico quanto mentale, un posto in cui l'euforia, le emozioni e la soddisfazione ballano sfrenati su ritmiche forsennate portandoti allo sfinimento. 
Quando si arriva a fine cammino si rivivono in pochi secondi, i ricordi delle singole tappe, una sequenza velocissima di flashback che vorresti condividere con tutto il mondo.
Quando si arriva a fine cammino si brinda, si ride e si abbracciano gli amici, creando uno scambio di sentimenti che rafforzano tutto ciò di cui sopra.
Risvegliarsi la mattina dopo che si è arrivati a fine Cammino è tutta un'altra cosa.
Le scarpe sono nello zaino e la tenuta d'ordinanza gli fa compagnia, mentre l'unico vestito "borghese" lo hai addosso ed è un segnale inequivocabile che i soli chilometri che percorrerai oggi sono quelli per arrivare alla stazione per prendere un treno e tornare a casa. La mattina dopo devi affrontare il fatto che il Cammino è finito, e non è un bel momento.
Non c'è differenza fra l'aver peregrinato una settimana o tre mesi, non è mai la distanza a regolare l'intensità delle emozioni: a gettarci nello sconforto è la coscienza di non essere più in quella dimensione e, torno a dire, non è un bel momento.

La tappa di ieri è stata lunga, calda di sole e appena piovosa sul finale ma comunque una bella tappa. Da Borgo a Mozzano si cammina lungo la Linea Gotica cavalcando la triste storia di un periodo buio, ma ci sono mille papaveri rossi a rincuorarci e anche un paio di ciuchini desiderosi d'affetto.
Perdiamo il sentiero in un lungofiume dalla  vegetazione ricca e ci ritroviamo davanti a un torrente impossibile da guadare. Siamo disattenti, già in preda all'euforia e allunghiamo un po' il chilometraggio giornaliero per tornare sulla strada maestra. Facciamo una piccola pausa in un bar al bivio per Valdottavo, poi affrontiamo l'ultima salita di questo cammino. È breve, su asfalto a tornanti, e ci porta nel piccolissimo borgo di S. Donato dove c'è una minuscola Pieve romanica miracolosamente aperta. Da li si scende fra olivete bellissime e si guadagna una strada quasi in disuso che ci porta dritti a Ponte a Moriano. Il tempo per un gelato e via, la ciclabile per Lucca ci aspetta. Sono gli ultimi chilometri di questa avventura, e li facciamo ridendo, scherzando e facendo gli scemi, com'è giusto che sia. 
In città ci attende il comitato d'accoglienza, amiche e amici venuti a festeggiare il nostro arrivo; dopo un paio di meritatissime birre e aver lasciato gli zaini a casa di Samantha, non possiamo non andare in duomo a omaggiare il Volto Santo, mettere l'ultimo timbro sulla credenziale e guardare il labirinto scolpito nel muro esterno della chiesa. Poi finalmente è doccia calda, aperitivo rosé e cena sostanziosa. 
L'euforia è ancora in piena attività ma le membra stanche fanno fatica a starle dietro e così si trova la via per andare a dormire. 
Ora che il treno mi sta riportando verso casa, avvolto come sono in quel sentimento di mancanza, mi sento di ringraziare dal profondo del cuore Samantha, per essere stata la paziente Masha di questo Orso brontolone, per aver condiviso con me pioggia, fango, freddo e fatica e soprattutto per la sua splendida amicizia che è la cosa più importante. Incroceremo nuovamente i nostri passi, ed è questa certezza a rendere meno frastornante il momento attuale. 
A tutti voi che ci avete seguito con curiosità e affetto un caldo abbraccio. Quest'avventura finisce qui; alla prossima.
Ultreya.



venerdì 4 maggio 2018

Il diavolo fece il ponte e vinse un maiale



Sono le sette di mattina e apro la finestra con la consapevolezza che oggi il clima sarà diverso; il sole e lì e ha iniziato a lottare contro le nuvole la sua guerra: combatte per prevalere, perché ci vuole bene e vuole darci nuovamente la possibilità di camminare asciutti. 

Oggi i chilometri sono quasi diciotto ma si scenderà verso il fondovalle, verso il corso del Serchio e verso un ponte famoso in tutto il mondo.

La prima parte della discesa è tutta su strada ma gli affacci sulle Apuane sono pazzeschi e la Pania Secca è la vera regina del paesaggio, isolata com'è, forte della sua altezza. 

Anni fa ne scalai la cima rimanendo insoddisfatto, a causa di una forte nebbia che non permetteva di vedere nulla al di fuori di sé stessa. Oggi la cima si staglia limpida fra le nuvole e il cielo azzurro e cerco di tornare con la fantasia a quel momento, immaginando di osservare l'orizzonte smisurato, di guardare il mondo intero sotto di me. 
Passiamo davanti a una bella chiesa e poi incontriamo il ponte, non quello famoso ma un suo parente più piccolo che scavalca un fiumiciattolo. È il ponte di Loppia e dopo averlo percorso, ci ritroviamo ad affrontare una ripida salita su un selciato viscidissimo; è come camminare sul ghiaccio, si rischia di cadere a faccia avanti per poi scivolare nuovamente a fondo valle e ripartire dal via. Riusciamo con qualche difficoltà a risalire verso Filecchio (dove bissiamo la colazione) e poi a Ponte all'Ania, Ma la sorpresa più bella è il borgo di Ghivizzano, piccolo, avvolto in un profumo di polenta e baccalà e pieno zeppo di gatti; il più socievole è sicuramente Bruno, simil certosino dalle lunghe zanne che prende Samantha come tutrice personale e la riempie di fusa e peli. 
Non manca molto a Borgo a Mozzano ma preferiamo evitare la salita a Rocca e tirare dritto sulla provinciale: Samantha deve tornare a Lucca per un turno di lavoro e i tempi per i treni sono un po' stretti. Ci prendiamo però il tempo per cavalcare il Ponte, quello famoso, quello della Maddalena, o del diavolo se preferite (la leggenda che riguarda lui e la costruzione del ponte è molto piu divertente).

Borgo a Mozzano è quasi tutta qui, appoggiata al suo ponte, quello storico, dove i pellegrini passavano per andare a Lucca e ricongiungersi alla Via Francigena e sentiamo di essere nel posto giusto, di appartenere in qualche modo a questo luogo.

Domani sarà l'ultima tappa, domani si chiude.


giovedì 3 maggio 2018

Non può piovere per sempre... o forse si



Quando guida e segnaletica divergono sai che devi aspettarti il peggio. Usciamo dal B&B e vediamo subito l'ormai familiare segno blu su un palo, e pur sapendo di dover seguire la strada provinciale, ci fidiamo della vernice e affrontiamo una delle salite più dure dell'intero Cammino. Prima su asfalto con pendenze da Mortirolo, poi su sterrata umida, e infine su sentiero, uno di quelli che affronta il bosco senza mezze misure. 
Castagni antropofagi,  foglie morte ma ancora tenaci, rami ghermitori e felci fetenti; tutto questo per duecento metri di dislivello lungo un sentiero articolatissimo ma fortunatamente ben segnato. 
Intanto ricomincia a piovere, e la mantella ci avvolge nuovamente con la sua scarsa traspirazione, rendendo l'ascesa più faticosa ancora. Quando risbuchiamo su strada e vediamo una macchina proviamo un improvviso moto di felicità che viene amplificato dalla visita a una piccola chiesa diroccata dedicata alla Maddalena proprio al di là dell'asfalto; è stato un monastero di suore, poi una Romira e ora il suo tetto è crollato e al suo interno rehgna la vegetazione, che riesce a regalare un brivido di vita ad alcune lapidi antiche. 
Il sentiero scende ripido alle sue spalle e sbuca in una fattoria da cui scende a Cascio, ennesimo piccolo e affascinante borgo di questa bella parte di Toscana. Siamo già a metà tappa e scendere fino a Gallicano è poca cosa; risalire sul lato opposto della vallata fino a Barga invece è tutta un'altra faccenda. 
Per un attimo torniamo a pendenze da gran premio della montagna poi la strada spiana e si ricollega alla direttissima per Barga, un paesino dal fascino palese, dotato di una cabina telefonica inglese, una di quelle rosse, dove hanno trovato casa tanti libri, che la gente può leggere e riportare, proprio come in una biblioteca vera e propria. 
La giornata si chiude con il sottoscritto ai fornelli nell'atto di preparare la Panissa, specialità iper calorica del vercellese che, visto il clima semi invernale, ci sta tutta. Mancano solo due tappe per arrivare a Lucca.


mercoledì 2 maggio 2018

La pioggia infinita e i quattro ponti.



E pioggia fu.
Quando mi affaccio alla finestra dell'ostello la nebbia di ieri è ancora al suo posto, solo che ora la pioggia è fitta e costante.
Oggi sii scende e basta, eccezion fatta per la salita alla Fortez:za delle Verrucole e serviranno 27 lunghi km per arrivare fino a Castelnuovo Grafagnana. 
Si va per prati e per boschi, su erba viscida, fanghiglia avvolgente e infidi sassi umidicci: tenersi in piedi non è così semplice. Più scendiamo e più le nuvole si alzano sulla nostra testa, rimanendo però del grigio usuale; alcune strisce più basse tagliano in due le montagne e il paesaggio per quanto cupo risulta di una bellezza incredibile. Quando arriviamo nei pressi di un vecchi mulino il primo ponte medievale, che cavalca un torrentello impetuoso, si mostra al nostro sguardo rapito. Per la prima volta faccio questa riflessione che mi si ripresenterà ad ogni incontro odierno con la bellezza: se questa tappa fosse stata camminata con il sole sarebbe stata tutta un'altra cosa. È un classico ponte a dorso d'asino, con il pavimento lastricato, ed è tipico della Garfagnana.
Il secondo che attraversiamo conduce a un paesino arroccato sull'altra sponda del torrente, ma prima di passare ci fermiamo per qualche minuto al riparo dalla pioggia in una cappella di roccia, giusto il tempo di sentirsi dire da una vecchia che stiamo sporcando. Inutile replicare che l'acqua non sporca e che al limite bagna, l'iraconda nonnetta non vuole sentire ragioni e continua a borbottare per poi allontanarsi. 
Il terzo ponte ci porta a Piazza di Serchio, dove ci rifugiamo sotto la tettoia di un bar, fortunatamente aperto. Togliamo le scarpe, strizziamo i calzini, facciamo asciugare i piedi ma tutto il resto resta bagnato, perché con la mantella ti ripari dell'acqua esteriore ma ti inzuppi dell'acqua interiore, fatta di condensa e sudore.
La salita alla Fortezza delle Verrucole è tutta in bosco e si fa seguendo il tracciato di una bella strada forestale, fangosa il giusto e a tratti impegnativa. Quando arriviamo in cima, la pioggia continua a scrosciare e la salita a visitare il bastione viene accantonata. La tappa è ancora lunga, siamo solo a metà e la fatica tipica della discesa si fa sentire; continuiamo il cammino e attraversiamo piccoli borghi, tratti di antiche strade lastricate e sentierini stretti e pieni d'acqua, ma la sorpresa più grande di oggi è proprio alle porte di Castelnuovo. È il quarto ponte, quello della Madonna, che riflette la sua gobba nelle acque tranquille di un piccolo lago, un luogo veramente magico. Arriviamo in paese dopo venti minuti, ma per arrivare all'accoglienza mancano ancora 3 km, che camminiamo ormai in stato di trance assoluta. Una doccia calda sa lenire tutti i mali ed è esattamente cio di cui abbiamo bisogno. La tappa piovosa è andata.


martedì 1 maggio 2018

Le salite e il ritorno di Cane Fabio



Oggi tappa stancante ma bellissima, però sul Monte Argenta la connessione è pari a zero quindi poche parole.
La prima salita è una di quelle che non fa sconti, sale dura, impervia e incolta e ti spezza le gambe solo a vederla. Migliora con il passare dei km ma resta sempre e comunque una salita. Però il bosco che la ospita e uno di quelli belli, e la fatica si attenua, anche grazie alle chiacchiere. Quando arriviamo al piccolo borgo di Torlago tutto cambia; due presenze appaiono a rallegrare la giornata e a rendere il cielo un po' meno grigio di quanto realmente sia: due cagnetti. Dapprima sono ostili, poi alla prima carezza si sciolgono come neve al sole: è amore a prima vista. Uno dei due decide che vuole rimanere con noi e ci accompagna baldanzoso per un paio di chilometri. Mi torna subito in mente Cane Fabio, il simpatico quadrupede che avevo quasi adottato sulla Via degli Abati e mi si stringe il corazon al ricordo. 
Questo è più piccolo e tracagnotto ma ispira tantissima simpatia e già mi ci sto affezionando quando lo vedo tornare di corsa, superarci e scappare a zampe levate verso casa. Guardo con apprensione il sentiero davanti a me e scorgo il posteriore di un capriolo infrattarsi velocemente: l'incontro fra i due non deve essere stato amichevole. 
Arriviamo in discesa a Reusa, una piccola sosta e via per la lunga salita finale. Si passa per Castiglioncello ma non c'è né il cacciucco, né il ponchino e tantomeno il mare. C'è da salire ancora verso Regnano Villa dove scegliamo la variante panoramica (+3,6 km), bella ma eterna, con le cime taglienti delle Apuane nascoste dalle nuvole. Ancora non piove ma è una lotta contro il tempo e la fatica comincia a farsi sentire. Quando siamo a un passo dalla meta succede una di quelle cose che non dovrebbero mai succedere, ma che di fatto succedono: allunghiamo di quattro inutili km, quattro e mezzo. Succede perché spesso su una mappa web i luoghi non sono esattamente dove poi sono nella realtà, ma come si dice: l'importante è arrivare. Dopo una dormita e una cena pantagruelica possiamo passare la tappa nel setore memoria considerandoci dei vincitori.


lunedì 30 aprile 2018

Dalla fanghiglia alle stelle



Il cielo stamattina è di quelli che minacciano ma poi non mantengono, tanti nuvoloni neri a fingere imminente tempesta e poi niente: l'azzurro si difende e permane e la tappa va liscia fino alla fine. 

Per dovere di cronaca devo dirvi che trovare il sentiero all'inizio è stata un po' dura, grazie a un fuorviante cartello turistico che indica la via, ma quella da fare in macchina. Che ve possino...

Devo inoltre dire che il camminare non è stato sempre semplice e fluido, non può esserlo quando il sentiero nasconde insidie temibili come le temutissime sabbie immobilizzanti della Lunigiana, praticamente argilla in stato semi-solido. 

Grazie anche alla pioggia notturna, il fango ha caratterizzato i primi chilometri della tappa, guastando  un pochino un percorso veramente suggestivo, tutto in bosco con un paio di affacci sulle verdi vallate e su ripidi calanchi. Passo dopo passo i pantaloni diventano marroni, lo strato di mota sotto la suola si inspessisce e si pattina che è un piacere. 
È durante questo tratto che la divina provvidenza si palesa per la prima volta: un bastone dell'altezza giusta per Samantha appare come la spada di Grifondoro nella Camera dei segreti. Testare la profondità e il livello di morbidezza diventa così più facile e, superata la parte più difficile possiamo raggiungere con tranquillità Olivola, minuscolo borgo desolato e scendere poi a Piano di Collecchia, dove la provvidenza ci viene incontro nuovamente. La colazione minimale è già stata bruciata e banane non ne abbiamo, per cui chiediamo alle prime persone che incontriamo se vi è traccia di un bar in paese, ma la risposta purtroppo è negativa. 

Il più vicino è a un km di distanza e quando le nostre facce si intristiscono, il ragazzo molla suo padre a trafficare con una 500 blu e, con un'altra macchina, ci accompagna al paese vicino dove saziamo la nostra fame e compriamo anche la frutta. Una volta tornati dove eravamo ci salutiamo con calore e scatta anche il selfie d'ordinanza, poi si riparte di slancio. Il sentiero da qui in poi migliora decisamente e , quasi senza che ce ne accorgiamo, ci porta a Moncigoli, delizioso paesino pieno di silenzio e di vecchie casette in pietra. Da li in poi c'è un po' di asfalto da fare ma un taglio in un interpoderale ci libera presto i piedi e ci fa arrivare a Posara, dove c'è una piccola chiesa dedicata alla Madonna; è chiusa, ma dal buco della serratura si può vedere la silhouette di un Cristo stagliarsi sul verde di una vetrata. Da qui a Fivizzano mancano due km e c'è da salire, ma lo facciamo volentieri perché poi potremo rilassarci. Nonostante gli ostacoli, la media oraria è stata alta e alle 14, siamo già nell'ostello. 

Il resto è riassumibile in: visita alla chiesa con pistolotto culturale di zi' prete, visita al cinema teatro abbandonato e alla biblioteca con l'assessora alla cultura e passeggiata lungo le mura. 

Il tempo é ancora buono ma domani peggiorerà e noi correremo la nostra sfida con la pioggia partendo presto e cercando di essere più veloci delle nuvole.