martedì 1 ottobre 2019

Slowly in Salve, terzo giorno



La mattinata è veramente densa di appuntamenti e si parte presto perché il primo incontro è con una persona che appartiene storicamente alla categoria dei lavoratori notturni: un fornaio.
Daniel è il proprietario del Forno Antico, una panetteria che risale alla fine del 1700. Assisto alla preparazione del forno che viene riportato a temperatura con un po' di legna. Le forme di pane sono già pronte per essere informate e Daniel, con l'aiuto della compagna inizia a sistemarle all'interno  una ad una per poi tappare la bocca di fuoco e dare il via alla cottura. Producono il celebre pane di grano duro ma anche friselle, taralli e le fantastiche pucce alle olive. La loro stagione è quasi finita e a breve potranno godersi due settimane di meritate vacanze in Germania prima di ricominciare il loro lavoro, uno dei più duri ma, dal mio modesto punto di vista, dei più affascinanti.


Il tempo di uscire ed entriamo nella piccola chiesa di sant'Antonio datata seconda metà del 1500. Al suo interno vari affreschi fra cui quello che ritrae il giudizio universale. Al centro della parete san Domenico Pomponii, colui che pesa le anime, indirizza coloro che hanno portato avanti una vita proba a sinistra, verso san Pietro che con le sue chiavi apre loro le porte del paradiso, mentre a destra Satana cavalca un drago che inghiotte le anime dei dannati.
Sul lato opposto l'affresco di un'annunciazione sdrammatizza un po' il tutto. La chiesa, negli anni '60 ha avuto un cambio di orientamento di 180° e ora non si accede più dalla parete su cui il Giudizio fa bella mostra di se.


Sacro e profano si mescolano spesso qui in Salento e la tappa successiva è alla Pasticceria Dragone, la più famosa di tutta Salve. Qui si producono i famosi pasticciotti, dolce tipico leccese (o di Galatina a seconda delle rivendicazioni) che addolcisce tutta la provincia da sempre. La loro preparazione è complessa ma affascinante: nei classici stampini, un tempo in alluminio e ora in acciaio, si adagia uno strato di frolla saporitissima grazie all'utilizzo dello strutto al posto del burro e di un concentrato di arancia. I ripieni, oltre all'originale crema, prevede a volte l'utilizzo di cioccolato, amarene e anche pistacchio, segno dell'apertura di un dolce tipico a "nuovi" sapori.
Il pasticciotto si cuoce per 13/15 minuti in forno a 240°, si lascia intiepidire e poi si estrae dagli stampini per finire nelle vetrine di questa pasticceria storica.


La terza tappa del giorno è forse quella che aspettavo di più, quella al parco archeologico diffuso di Salve.
Ci troviamo in località Macchie don Cesare, un'area di 100 ettari che è in realtà una gigantesca necropoli scoperta in tempi recenti. Il fatto che molti dei tumuli funerari fossero crollati ha sempre creato confusione perché il salento è una terra rocciosa e da sempre i contadini hanno eseguito spietramenti per poter coltivare la terra. Il fatto è che, storicamente, questa era una zona di pastorizia e i conti non tornavano. Marco Calavera dell'Associazione Archès e il suo amico Nicola Febbraro hanno cominciato a muoversi in quest'area e hanno portato alla luce ciò che bisognava illuminare.
La storia di questa necropoli risale a 4000 anni fa, quando la Magna Grecia ancora non esisteva e la scrittura era ancora di là da venire. La città dei morti non trovava riscontro in una città dei vivi, perché i villaggi dell'epoca erano costruiti con materiali deperibili come il legno e di loro non rimane traccia; eppure questo cimitero ante litteram è da sempre qui, in un lembo di terra affacciato sul mare e con le spalle agli ulivi.
Dei dodici tumuli riportati alla luce, il numero sette è sicuramente quello più importante, perché, oltre al ritrovamento di numerose ossa e di 907 denti che parlano di un una specie di ossario, sotto il piccolo dolmen custodito dal tumulo sono emersi dei vasi cinerari. È proprio questa la particolarità che lo rende unico al mondo, il fatto che in uno stesso luogo di sepoltura convivano il rito dell'inumazione e quello dell'incinirazione. Piccola nota a margine: nelle ceneri dei corpi bruciati sono stati trovate tracce di legno d'olivo e di fillirea, una pianta autoctona il cui intenso profumo serviva per coprire il cattivo odore dei corpi bruciati.



È tempo di godersi una mezzoretta di relax in riva al mare prima del pranzo a base di pesce presso il ristorante Lido Venere, uno dei migliori dellamarina di Salve. Ricco antipasto misto, prosecco, vino rosé e scialatielli ai frutti di mare sono solo l'entrè di un pasto che prosegue con frittura mista e involtini di pesce per un'apoteosi ittica che non ha paragoni.


Io sono montanaro e lo sapete ma questo non toglie che io mi possa godere una gitarella in barca ; se poi il paesaggio è quello della costa che va da Torre Pali a Leuca la goduria raddoppia e se il tramonto è la perfezione cromatica e la compagnia è speciale, lo spirito montanaro riesce ad armonizzarsi perfettamente con le onde.


L'ultimo appuntamento è di nuovo a palazzo Ramirez per la conferenza finale di questa splendida tre giorni. Tutti i presenti, il sindaco, gli assessori e i rappresentanti di Legambiente, della Pro Loco e di Salve turismo, hanno concordato sul fatto che la lentezza sia il modo migliore per promuovere il territorio soprattutto nei periodi di minore affluenza. Bisogna puntare sui cammini, sulla riscoperta dei borghi storici, delle zone archeologiche e delle aree rurali, e soprattutto sulla valorizzazione delle eccellenze eno gastronomiche.


La serata si chiude a Sante le Muse, un mio luogo del cuore dove Fabiana, amica preziosa, delizia i suoi ospiti con ricette antiche e a chilometro zero. Non è solo un ristorante, è molto di più, un centro dove cultura, arte e letteratura si fondono in un progetto più ampio, creando un polo di attrazione unico nel suo genere. Ogni volta che torno respiro quello spirito di accoglienza che ha caratterizzato tutto questo educational tour, quello che il Salento e Salve in particolar modo sa esprimere incondizionatamente e che fa si che ogni volta che torno io mi senta a casa. 
Come cantano i Sud Sound System: "Questa è casa mia, terra mia!!!"

lunedì 30 settembre 2019

Slowly in salve, seconda giornata



Il primo appuntamento di questa seconda giornata di Slowly in Salve e con la magnifica chiesa di Leuca Piccola, nel territorio comunale di Barbarano. Storico luogo di accoglienza per I pellegrini diretti verso il santuario di santa Maria di Leuca, la chiesetta ha una storia antichissima. La famiglia Capece, originaria del'area sorrentina, era proprietaria del terreno dove sorgeva la piccola chiesa e  Don Annibale, sacerdote della famiglia, decise di aprirla all'accoglienza scavando una serie di grotte dove i pellegrini potevano godere del fresco e dell'acqua grazie alla presenza di tre pozzi. L'acqua è da sempre un bene prezioso qui in Salento e i viandanti, per cui l'acqua è fondamentale, seguivano una sorta di percorso ideale che univa i pozzi, in modo da potersi rifocillare.
L'accoglienza iniziò ufficialmente nel 1685 e chi giungeva qui a piedi poteva contare su una locanda. 

"Ferma I pié passegger, non dar più passo, che qui trovi comode rimesse. Don Annibale Capece ci destinò per forastier in spasso" Questa era la stele, un'insegna dell'epoca, che si trovava appesa sul muro della stalla di fronte alla chiesa e che li invitava a sostare. Sul muro della locanda invece si trovava l'iscrizione delle Dieci P: "Parole poco pensate portano pena, perciò prima pensa poi parla" una frase antica ma attualissima in questi tempi bui. 
L'interno della chiesa è ricco di affreschi che rappresentano vari santi, da santa Marina (per chiari motivi di vicinanza) a san Gennaro (per ovvi motivi di origine), da san Oronzo patrono di Lecce a santa Barbara che protegge dai temporali (e dalle esplosioni da polvere da sparo). 

La raffigurazione più importante è però una sinopia cioè il disegno preparatorio di un affresco: rappresenta una madonna col bambino e risale alla seconda metà del 1500. 
Dalla terrazza che sovrasta la chiesa si gode di una bellissima vista sulla campagna circostante fatta di ulivi, pajare  e rocce che affiorano dalla terra rossa.



Seconda tappa della giornata è il borgo di Patù, il paese dei gatti. Pare che I felini fossero numerosi per via dei tanti granai presenti in loco e gli inevitabili topi. In effetti, lo stemma del paese rappresenta un gatto con un pesce in bocca. Il maggior punto di attrazione è però il Centopietre, una tomba medievale del 1200 costruita con grossi massi in guisa di casetta; di fronte c'è la chiesa di san Giovanni Battista recentemente restaurata. È una chiesetta scarna, senza sfarzi e fronzoli, di quelle che amo tanto perché rappresentano perfettamente la mia idea di spiritualità..



Da lì al santuario di Santa Maria di Leuca il passo è breve, pochi chilometri. La costruzione è imponente, ricorda una masseria costruita in forma di fortezza perché la sua storia è fatta di continui attacchi da parte dei pirati del nord Africa. Nel 1600 il santuario fu dato alle fiamme ben due volte e in una delle due il quadro di Palma il giovane raffigurante la Madonna con bambino fu dato alle fiamme; per un intervento divino (non potrebbe essere altrimenti) la parte centrale che racchiudeva I volti si salvò ed é tuttora sull'altare maggiore, che ricorda nello stile e nell'uso dei materiali, quello della chiesa di santa Marina visitata ieri, quasi una fotocopia. Sull'altare sinistro, ciliegina sulla torta, c'è un quadro del 1800 che rappresenta l'annunciazione; la particolarità è che non ci sono né colori né pittura, il tutto è fatto di cartapesta.


Arriva l'ora di pranzo e raggiungiamo il ristorante La Cozza che si affaccia sul mare ancora pieno di bagnanti grazie al clima ideale. Le portate sono tante e spettacolari, a cominciare dagli sfiziosi antipasti fra crudi e fritti, per passare a dei paccheri con sugo di pesce e una deliziosa frittura di calamari e gamberi, il tutto annaffiato da dell'ottimo rosé.




Il primo pomeriggio è dedicato al circondario rurale di Salve. Legambiente ci aspetta in una pajara ristrutturata per farci assaggiare ottimi dolci preparati dalle donne del luogo e un goccio di un passito salentino. Mentre sto assaggiando un pasticciotto mi viene incontro Meggy Grey, la moglie di Nicolas Grey. Li avevo conosciuti lo scorso febbraio nella loro masseria piena di gatti e di opere d'arte. È lei a riconoscermi e mi da un caloroso abbraccio cui io mi abbandono volentieri; sento di aver lasciato un bel ricordo e questo mi commuove non poco, ma non c'è molto tempo per I sentimentalismi: il gruppo si muove per una lunga camminata fra uliveti, vecchie pajare e muretti a secco crollati. Non è sempre semplice mettere un passo dopo l'altro, ma per chi ama camminare non è certo un problema e poi il paesaggio è da brividi. Ci vuole un'ora per tornare al punto di partenza e un quarto d'ora per infilarsi velocemente sotto la doccia e tornare velocemente a palazzo Ramirez.



La visita al museo dei telai antichi apre una finestra importante su uno spaccato della vita di Salve. Quello della tessitura era una fetta importante dell'economia locale, purtroppo soppiantato nel corso del tempo dall'industrializzazione del settore ma le tradizioni culturali sono dure a morire e tenere viva la memoria è di estrema importanza.
Con brevi cenni storici si scopre che I telai venivano costruiti con legno d'ulivo o di quercia e che si lavorava il cotone, il lino ma anche la fibra della canapa che serviva creare delle corde sottili che venivano usate per fare asciugare le foglie di tabacco e, nella più nobile arte, quella del riciclo, non si buttavano e trovavano nuova vita nei tessuti.




L'ultimo appuntamento è quello con il convegno "Salve, luogo della lentezza e del saper fare" cui partecipano, oltre al sindaco e agli amministratori della città, altri operatori del settore e figure di spicco delle associazioni che si occupano di turismo. Si parla di lentezza, di accoglienza e di cammini ma anche di mare e di nuove strategie per sviluppare questo settore con il rispetto per l'ambiente, il recupero dei valori umani e delle tradizioni locali.



Il tutto si conclude con due tavoli pieni di specialità locali, uno per I salati (polpo con patate, scapece, e varie specialità di pesce) e uno per i dolci con i mostaccioli, le cartellate, i pastcciotti e tutte le altre leccornie tipiche delle tradizioni natalizie e pasquali del Salento. Quello che si dice chiudere in bellezza. 
In realtà c'è ancora la cena a base di carne al Jameson che è ormai la nostra tana e che ci coccola con amore fino a notte fonda. Grazie ragazzi!!!





sabato 28 settembre 2019

Slowly in Salve, prima giornata


Iniziamo dalla fine, quella della 
giornata di ieri, perché il cibo qui in Salento, è parte integrante dell'esperienza globale. Siamo stati ospiti del Mr. Jameson, un ottimo ristorante di questa piccola cittadina dove il gestore ci ha deliziato con alcune portate veramente notevoli a base di specialità del territorio fra cui tonno (avvolto in una deliziosa pralinatura), polpo (unito al tradizionale fave e cicoria) e una splendida crostata con marmellata di fichi ricoperta da una "sbriciolatura" di mandorle, il tutto accompagnato da un rosé salentino fresco al punto giusto e da dell'ottimo negramaro. Il tocco finale è stato un liquore fatto in casa al peperoncino, zenzero, limone e mandorla che al primo sorso mi ha riempito la bocca di fiamme, ma che nelle tre seguenti sorsate ha saputo regalare un sapore incredibile e ha facilitato notevolmente la digestione.


Veniamo al racconto di oggi: il sindaco e gli amministratori ci hanno.accolto a Palazzo Ramirez per un benvenuto e un briefing sul tour e la storia di Salve, città dell'accoglienza. La vera ricchezza di questa cittadina è infatti la gente, una popolazione mite, molto religiosa come testimonia lo stemma del paese che raffigura una colomba con un ramo d'ulivo nel becco. Piazza Concordia è fulcro e cuore storico del borgo, dove da sempre gli abitanti si ritrovano per parlare, scambiarsi opinioni e socializzare. 

Molte sono le feste e le sagre che animano Salve, a partire da quella del santo patrono, san Nicola Magno, che si celebra il 6 dicembre e si replica nell'ultima settimana di luglio per i numerosi cittadine emigrati nei decenni scorsi (soprattutto in Svizzera) e che tornano a casa per le vacanze.
Gli altri appuntamenti importanti si svolgono prevalentemente nel periodo estivo e svariano da quelle gastronomiche (famosa quella del pesce che si svolge nell'area portuale di Torre Pali il 5 agosto) a quelle musicali fra cui quella della taranta che si tiene il 21 agosto e i tanti appuntamenti con i concerti per organo che si svolgono durante tutta l'estate nella chiesa di san Nicola. Al suo interno si trova l'organo Olgiati-Mauro datato 1628, che è il più antico tuttora funzionante in Puglia; molti famosi concertisti vengono a cimentarsi con i suoi tasti per la gioia di residenti e turisti ed è uno degli appuntamenti più importanti dell'estate salvese.



Dopo l'incontro abbiamo visitato il frantoio ipogeo Le Trappite, risalente al 1600. Quello dei frantoi sotterranei è un fenomeno tipico delle terre di Leuca, per tanti motivi. L'ambiente fresco e umido delle grotte consentiva a chi lavorava alla produzione dell'olio, per lo più pescatori che durante l'inverno abbandonavano il loro impiego estivo,  di lavorare al riparo e lontani dalle seppur miti intemperie. Un complesso sistema di canali scavati nella roccia e grosse macine in pietra permetteva un'ampia produzione di olio, sia per fini alimentari che per l'illuminazione, garantendo la sopravvivenza economica di molte famiglie.


Dopo la visita al frantoio ci siamo spostati nel laboratorio dell'artista Antonio Sergi, un virtuoso del ferro battuto, che oltre ai lavori più classici come cancelli e ringhiere, dà libero sfogo alla sua immensa creatività con una serie di lavori che vanno ad arricchire le case di molti amanti dell'arte di manipolare il ferro. La sua aquila è il più nitido esempio del suo genio creativo, che si accosta perfettamente alla sua passione per la musica metal: quel che si dice metallaro in tutti i sensi.


Prima di andare a pranzo abbiamo fatto una breve visita alla Masseria Santu Lasi (san Biagio), un piacevole ritorno per me che c'ero già stato a febbraio scorso per la festa del santo. Il complesso di pajare e liame che la compone (tipico della zona) è stata restaurato con grande maestria dal proprietario, l'architetto Vincenzo Cazzato che ha conservato nelle varie stanze arredamento e utensili antichi, fra cui telai e mobili storici. Il giardino, bellissimo, e affollato di gatti molto socievoli e di preziose opere di land art realizzate da un collettivo di artisti viterbesi e muoversi lentamente fra piante di fichi d'india, erbe officinali, e arbusti pieni di bacche colorate è un piacere di cui godere lentamente e cui abbandonarsi senza remore.


Il pranzo è affidato all'osteria La Preula e, come da tradizione qui in Salento, è pantagruelico. Ho l'occasione di assaggiare, oltre a innumerevoli prelibatezze innaffiate da un ottimo rosé, il pisceammare, una sorta di zuppa fatta con avanzi di pesce, cime di rape, ceci e un po' di peperoncino, in cui la frisella si tuffa felice per raccogliere dentro di se lo strepitoso brodo: una vera delizia.


La visita al santuario di santa Marina è un momento bellissimo della giornata, sia per la bellezza del luogo, sia per la storia della santa il cui culto qui a Ruggiano, frazione di Salve, è da sempre molto sentito. A raccontarcela sono un frate cappuccino dalla barba bianca e lo sguardo bonario e la signora Ippazia, vera memoria storica della chiesa. La santa, entrata in monastero travestita da maschio dal padre fattosi frate a sua volta, è chiamata la santa dell'arcobaleno ed è la protettrice dei malati di fegato. La chiesa costruita nel 1773 nella sua forma attuale è in realtà molto più antica; le sue origini risalgono infatti al V o VII secolo D.C. 
In una stanza situata dietro l'altare, un muro è vergato dai nomi dei tantissimi pellegrini passati da qui nel corso dei secoli, una sorta di registro di altri tempi, un segno tangibile della devozione nei confronti di santa Marina e del passaggio di pellegrini diretti verso il sauntuario di Santa Maria di Leuca.



Penultimo appuntamento di oggi è quello con l'azienda agricola Li Fani, dove il signor Sergi, produttore di olio, combatte la sua personale guerra contro la xilella, il parassita che sta decimando gli olivi secolari pugliesi.
Sta ottenendo grossi risultati sia grazie alla sua tenacia sia grazie ai suoi metodi di coltivazione che segnano un ritorno al sistema organico. Lui è un omone fiero del suo lavoro che però si trova spesso a combattere contro i mulini a vento, chein questo caso sono le olivete abbandonate divise dalle sue da un solo muro a secco e proliferanti di parassiti di ogni genere. Ho visto nei suoi occhi un misto di rabbia e disillusione, ma a prevalere era quella scintilla di coraggio e di viglia di lottare, per i suoi alberi certo, ma anche per la sua terra e per il suo futuro. Il suo olio è buonissimo ed è bastato un sorso a farmi capire che alla fine sarà lui a vincere.

Per concludere questa bella  giornata torniamo tutti a Palazzo Ramirez per assistere alla proiezione di  "Terrarussa e petre", un docu-film molto commovente sulla storia di Salve e della sua popolazione e sui molti abitanti che sono partiti in cerca di fortuna in Svizzera o in Belgio, raccontato attraverso l'amicizia di alcuni bambini. 
Ora siamo pronti per una cena di pesce in riva al mare, degna conclusione di una giornata bellissima. A coccolarci è il Ristorante Ikarus, a Marina di Pescoluse.



giovedì 26 settembre 2019



Sveglia all'alba per dribblare lo sciopero dei treni (che nel giorno di una manifestazione importante non ha proprio senso), finire di preparare il trolley, doccia, barba, colazione. Tutto è quasi pronto, mi rimangono pochi minuti prima di uscire di casa, quelli per scrivere questo post. 
Sono (di nuovo) in partenza per la Puglia; sono stato invitato ad un Educational tour dal suadente nome di Slowly in Salve. Per chi non lo sapesse Salve è un piccolo comune in provincia di Lecce, a pochi chilometri da Santa Maria di Leuca, nel cuore del tacco italiano, pieno Salento.
Saranno tre giorni intensi ma da vivere slowly, con lentezza, in cui blogger, giornalisti ed io saremo scarrozzati in giro per scoprire alcune delle meraviglie di questi luoghi. Il programma è ricco ma non voglio svelarvi troppo perché poi sarà mia cura scriverne qui sopra; sappiate solo che si visiteranno frantoi ipogei, siti archeologici, masserie, laboratori artigiani, e si camminerà sull'ultima tappa della Via Francigena del sud.
Sarà anche il modo di scoprire i sapori eno gastronomici di questa bellissima terra e scattare una montagna di fotografie.
I report giornalieri li potrete ascoltare come di consuetudine su Radio Francigena alle ore 20.
Sono eccitatissimo all'idea di riabbracciare il Salento, il suo sole, il suo mare, il suo vento.
Vi saprò dire. Ora scappo. Ciao a tutti!

giovedì 25 ottobre 2018

La tappa lunga della Parenzana



Terza tappa, da Grisignana a Visinada, 37 km.

Inizia tutto con un'alba pazzesca fatta di colori saturi su nuvole leggere che sovrastano la vallata invasa dalla bruma, uno di quegli spettacoli che sanno strizzare il cuore come uno straccio bagnato. Il gruppo si muove compatto lungo il percorso che inizia a scendere impercettibilmente seguendo le anse della vallata, mentre il sole lentamente si guadagna il suo spazio nel cielo diradando i cirri. 
Arriviamo a una curva dove troviamo ad attenderci la sagoma di un capostazione con tanto di paletta in mano; non ha la faccia, dobbiamo mettercela noi e così, uno ad uno, ci prestiamo a questo gioco per le foto di rito. Serve a sdrammatizzare un po', a cacciar via lo spettro dei 37 km che aleggia sulle nostre teste. 


Proseguiamo passando sotto piccoli ponti, tunnel oscuri e viadotti arditi, fino ad arrivare al cospetto di Montona, cittadina arroccata su un colle e ancora lontana, che emerge dalla nebbia e contro luce, regalandoci una visione degna dei migliori paesaggisti dell'ottocento. 
Più camminiamo più il sole si alza e con lui il caldo; non sembrerebbe nemmeno la fine di ottobre se non fosse per i colori dominanti che sono quelli tipici dell'autunno, a partire dal rosso acceso del sommacco che cresce rigoglioso ai bordi del sentiero.
Continuiamo a scendere lentamente assecondando ogni piega della valle, fino ad arrivare a Livada, cittadina minima che segna la fine della discesa e l'inizio della risalita. È il posto giusto per fare una sosta, rifocillarsi e far riposare i piedi liberandoli dal giogo degli scarponi. Siamo in zona di tartufi e qualcuno si concede un primo piatto con il prezioso tubero in un ristorante locale ma non io che mi faccio bastare la banana, un avanzo di formaggio grana e una barretta.


Ci lasciamo alle spalle la vecchia stazione di Livada e cominciamo ad aggirare Montona, ora ben illuminata in cima al suo colle. Mancano dodici km o poco più a fine tappa e la stanchezza comincia a farsi sentire ma saliamo cercando di distrarre la mente dal contapassi personale: testa bassa, un metro dopo l'altro. Poco prima di arrivare a Visinada, un punto panoramico ci mostra da dove siamo partiti, dove siamo passati e tutta la strada fatta, una cosa di cui essere orgogliosi. 


Gli ultimi due km sono i più faticosi, non per la strada che ormai corre in piano, ma per le energie che sono ridotte al lumicino. Il gruppo che si era sfilacciato, si ricompatta per entrare unito in paese poi ognuno trova la sua sistemazione, la sua birra, la sua doccia e ci si ritrova tutti per cena. La tappa lunga è ormai alle spalle.


martedì 23 ottobre 2018

La Parenzana, prima e seconda tappa



Preambolo

Muggia ha un sapore familiare, è un deja vù reale legato alla Via Flavia percorsa a settembre dello scorso anno, un ricordo reso più vivido dalla presenza di Gregorio che l'aveva percorsa con me. Salire al Santuario di Muggia Vecchia è una formalità che sbrighiamo in una mezz'oretta abbondante. La notte la passiamo alla casa del pellegrino gestita da Don Andrea, un'accoglienza spettacolare in un posto suggestivo, pieno di storia e con una vista spettacolare. Gregorio prepara la cena e dopo due birrette e un goccio di Zubrowka (una delle mie vodke preferite) trovata nella dispensa, possiamo andare a dormire. Domani sarà Parenzana.


Prima tappa. Muggia - Portorose, 30 km

Scendiamo dal santuario alla piccola cittadina che è ancora buio. L'appuntamento con il gruppo è alla foce del Rio Ospo, un piccolo fiume che scende al mare dalla Slovenia. Ad attenderci ci sono dei buonissimi cornetti ripieni e un folto gruppo di persone fra cui Renato Cavaliere, il patron della Via Flavia. Quando partiamo sono le 8,00 precise e nonostante il sole sia già abbastanza alto, il borino, sottoclasse della bora, soffia forte e ci gela le ossa.
Poco dopo esserci infilati nella ciclabile, incontriamo il primo confine, quello fra Italia e Slovenia. Non è niente di più di un cartello, anzi due, uno per ogni senso di marcia, che indicano i due paesi.
La ciclabile continua mischiandosi a strade e paeselli fino ad arrivare alla vecchia stazione di Decani, che era a 17,6 km dalla stazione di partenza. Ora è una casa privata ma è conservata bene e dal tetto escono le antiche travi portanti. È la prima che vedremo lungo la strada.


Proseguiamo costeggiando campi pieni di vigneti che ormai hanno fatto il loro dovere e lo dimostrano con il colore tipico della vite d'autunno, quel rosso scuro che rende la campagna una perfetta macchia di colore.
Pochi chilometri e arriviamo a Capodistria, aggiriamo il centro storico e ci fermiamo davanti al mare a fare uno spuntino. Il vento ci sferza senza sosta e increspa le onde del mare facendo la felicità di qualche wind-surfista. È una sosta breve, poi si comincia a seguire la costa; passiamo davanti a dove fu affondata il Rex, una nave passeggeri bombardata dagli inglesi nel '44. Ci sono dei grossi cartelloni che riproducono foto d'epoca, della barca reclinata su un fianco e della vecchia ferrovia che seguiva la linea del mare. Arriviamo a Isola d'Istria, splendido borgo affacciato sull'acqua che rimane lontano, ahimè, dai nostri passi: la via continua verso l'alto poi si infila fra i campi e così continua fino alla prima delle due gallerie del giorno. È conservata benissimo (come quasi tutto qui in Slovenia) ed è un passaggio bellissimo di questa prima tappa. Ci vogliono pochi chilometri per arrivare alla seconda, ma le forze scemano un tantino e la velocità si adegua. Quando usciamo dal secondo tunnel sono le 15,30 e Portorose si stende ai nostri piedi. Il tempo di andare a lasciare gli zaini all'ostello e farsi una doccia e andiamo al primo bar a farci un paio di birre rosse irlandesi (fuori zona, lo so, ma questo passa il convento).
Il resto è una storia di malvasia non soddisfacente, di fritto misto di mare abbondante, di tanto aglio in tutte le pietanze e di Pelinkovac a fiumi.
La prima, come al solito, è andata.



Seconda tappa, Portorose - Grisignana, 27 km
La tappa è dura e lunga; si inizia seguendo la costa in ogni sua curva, anche quando la strada per farlo passa attraverso un campeggio vuoto e con alcune tende e roulotte stanziali avvolte dal domopak come le valigie in transito in un aeroporto. Ciò che ci aspetta dopo poco è senza dubbio una delle cose più belle dell'intera tappa: una piccola ansa di un canale ospita l'officina di un riparatore di piccole barche in legno. Non è un luogo normale e lo si capisce subito; all'interno dell'officina campeggiano tre quadri, tre ritratti, Lenin, Marx e il Che Guevara, e all'esterno mille oggetti creano un amalgama affascinante fatta di reti, lampade antiche, salvagenti e attrezzi come oggetti sacri. È un tempio all'operositá e al lavoro, un'oasi sana di nostalgica passione nautica ed è un posto magico. Tutto il canale che seguiamo è ricco di spunti fotografici interessanti fatti di barche semi affondate e legni marci; verrebbe voglia di rimanere qui per sempre, esattamente come lungo le saline di Sicciole, luogo desertico e scarno per antonomasia dove uccelli coraggiosi vivono indisturbati cercando la loro dimensione.



Attraversare a piedi una frontiera ha un sapore antico e noi lo gustiamo appieno, mostrando i nostri documenti prima alla finanziera slovena e poi a quella croata. Da qui l'asfalto scompare lasciando il posto a una sterrata che corre dove un tempo erano traversine e binari e che ci accompagnerà fino a  Grisignana, luogo di arrivo di questa seconda tappa. 
Si passa però prima di fianco a Buje, piccolo borgo arroccato su un monte e per la sua stazione più a valle poi si prosegue fra una vegetazione multicolore verso Triban e la sua stazione inesistente per giungere infine a due brevi gallerie, la seconda delle quali ci conduce direttamente al piccolo borgo di Grisignana, città degli artisti dal fascino antico preservato nel tempo. 

Si cena e si dorme in un piccolo appartamento col camino, segno inequivocabile che qui, al dispetto dei turisti, il tempo non è passato


domenica 21 ottobre 2018

Quattro giorni sulla Parenzana


Buongiorno a tutti e bentrovati.
Dopo la Via del Volto Santo camminata a maggio e dopo una lunga estate stanziale, sono di nuovo pronto a mettermi in Cammino. Saranno, ahimè, solo quattro giorni ma cercherò di farmeli bastare.
Saremo in 12 a camminare insieme, io, Gregorio (l'amico ritrovato che aveva percorso la Via Flavia con me a settembre dello scorso anno) Renato Cavaliere (patron di quella bellissima Via), Marino (benemerito ciclista) e tutte le Mule di Monfalcon.
Il percorso è la Parenzana, una bellissima ciclo-pedonale che ricalca il tragitto di una vecchia ferrovia a scartamento ridotto che univa Trieste a Parenzo, in Istria; la linea, costruita dalla fine dell'ottocento e terminata nel 1902, fu demolita nel 1935. Il percorso dei binari è stato recuperato poco tempo fa e tramutato in una delle ciclabili più apprezzate di questo spicchio di terra.
Sette tunnel, diversi viadotti, rocce di tutti i colori, vigneti, piccoli porticcioli: tutto questo è la Parenzana oggi, 130 km affascinanti e pieni di storia.
Sarò sincero: mi aspetto molto da questo itinerario sia dal punto di vista paesaggistico che da quello sensoriale (stiamo parlando ovviamente del gusto, il principe di tutti i sensi) e non vedo l'ora di partire.
Oggi raggiungerò Gregorio a Mestre e da lì ci muoveremo verso Trieste e Muggia. Ci saranno 3 km di salita da fare subito per raggiungere il Santuario di Muggia Vecchia dove ci sarà Don Andrea ad attenderci; dormiremo nell'ostello a donativo che è la prima accoglienza della Via Flavia e domattina scenderemo nuovamente in paese per il meeting point con gli altri.
Come al solito, ogni giorno potrete leggere il racconto della giornata e potrete ascoltare i miei strampalati report sul sito di Radio Francigena 
Non mi resta che salutarvi e augurare buon Cammino a tutti voi.
Ultreya


giovedì 14 giugno 2018

Terra mia



Oggi, ahimè,, è l'ultimo giorno di quest'avventura, e bisogna goderselo al massimo, perché il Capo di Leuca rimarrà qui, mentre io prenderò un aereo che mi porterà a Pisa. 

Sono le 7,30 e un manipolo di eroi (Federico, Ilaria, Patrizia, Gaia e il sottoscritto) si mette in marcia dal pozzo di San Pietro in direzione Alessano. 

Il sole è già alto ma le temperature non sono ancora proibitive, tira qualche refolo di vento, e camminare è un vero piacere. Il cielo è di un intenso blu, rallegrato da qualche batuffolo di nuvole, e la luce avvolge i muretti a secco e le pajare, gli olivi secolari e le piante di finocchietto selvatico ed elicrisio.



Un turbinio di profumi accompagna i nostri passi lungo la Via, e c'è anche il tempo per mangiare un fico offerto da un vecchietto solitario che ne ha raccolto qualcuno nel suo secchio, rosso come l'apetta con cui è giunto fin qui: sono i fioroni e sono grossi e succosi, l'ideale per rinfrescare la bocca.


Quando arriviamo a Leuca Piccola è un po' come tornare a domenica scorsa e ripartire dal via; una parte di me vorrebbe che fosse veramente possibile ricominciare tutto da capo, perché quando ti diverti, scopri luoghi nuovi e nuovi amici non vorresti dover tornare a casa, ma il tempo è spesso un despota crudele, e allora via, si continua.
La strada prosegue in un paesaggio più bello ad ogni curva; strani fiori danno una nota di colore ai muretti a secco, i tronchi divisi di alcuni ulivi secolari si attorcigliano fra loro come amanti in preda a un folle desiderio e un passaggio a livello pigro ci lascia passare senza opporre resistenza, del resto i treni che lo tengono occupato sono solo due al giorno.


Il sole e la temperatura crescono di gradazione e, dopo una salita lunga ma lieve, sbuchiamo a Montesardo dove un bar ci accoglie con la sua ombra rinfrancante e il gusto esagerato del caffè salentino: la scura bevanda viene arricchita di ghiaccio e sciroppo di mandorla che lo trasformano in una sorta di pozione magica cui sono ormai addicted.


La tappa successiva è il cimitero di Alessano dove ci ricongiungiamo con il resto del gruppo. Qui si trova l'ultima dimora di Don Tonino Bello, vescovo molto amato dalla gente e animato da una nobiltà d'animo fuori dal comune. La sua bellissima storia ce la racconta il nipote, all'interno di quella che era la casa del Don e che ora è un bellissimo luogo di scambio, confronto e accoglienza, insomma, tutto tranne che un museo.


Il centro storico di Alessano è di una bellezza che toglie il fiato; palazzi nobiliari dalle pareti eclettiche, cortili bianchi pieni di piante e porte colorate, vicoli tortuosi dove si spandono affabulanti odori di cucina e piazze che non portano da nessuna parte. È un gioiello, un luogo che meriterebbe di essere vissuto più a lungo, come tutto questo angolo di Puglia, una regione magica che oltre al mare sa offrire un entroterra ricco e accogliente, fatto di paesi silenziosi e gente generosa e piena di voglia di vivere.



La campanella suona ed è ora di andare, ma un pezzo del mio cuore rimane qui, a Capo di Leuca, incastonato fra la terra rossa e la pietra bianca, in attesa che io possa tornare a prenderlo; sarà un bellissimo modo per tornare a respirare quest'aria profumata, per spalancare nuovamente gli occhi di stupore davanti a tanta bellezza e per riabbracciare gli amici che qui lascio e che già mi mancano.


mercoledì 13 giugno 2018

Pane santo, frantoi ipogei e processioni



La terza giornata dell press tour inizia presto, con la messa per S. Antonio a Patú  con la distribuzione del pane da parte della signora Anna, che non ha dormito tutta la notte per essere pronta a questo appuntamento.
Il suo pane è buonissimo, merito della sua devozione e del suo amore per il santo; tutti i fedeli fanno diligentemente la fila per ricevere dalle sue mani il prezioso panino, ancora tiepido di forno. La tradizione ha un'origine antica: la leggenda narra di una donna che, vedendo un bambino affogato in un calderone, pregò S. Antonio di salvargli la vita in cambio di tanto grano quanto il peso del bimbo, e la sua richiesta di grazia venne esaudita.



Patú è famosa anche per la bellissima chiesa di San Giovanni Battista, datata XII secolo, ricca di affreschi e povera di orpelli. Davanti alla chiesa si trova il Centopietre, un monumento megalitico funebre costruito per ospitare le spoglie del generale Geminiano e composto da 100 grossi blocchi tufacei.



Da qui ci spostiamo a Gagliano dove fa bella mostra di se la chiesa di San Rocco; un bellissimo altare scolpito in pietra leccese è collocato sul lato destro della navata ma l'attenzione viene rapita dall'altare dedicato al Memento Mori, che è un tripudio di piccoli teschi e immagini macabre.



Giusto il tempo di vedere il Santuario di San Francesco da Paola fuori dal quale troviamo le indicazioni della Via Francigena, e cambiamo paese. Corsano ospita la chiesa di Santa Sofia, crollata e ricostruita; alcune delle statue lignee o di cartapesta recuperate dalle macerie sono esposte nella piccola cappella del Sacro cuore. Ce ne sono un paio particolarmente spaventose che rappresentano martiri in un tripudio grand guignole.



Prima del pranzo abbiamo il tempo di andare a Tiggiano a visitare il palazzo baronale e la chiesa di Sant'Ippazio, e poi a Salve dove scendiamo nella roccia per visitare un frantoio ipogeo.


Ci lavoravano, durante l'inverno, i marinai che in estate si occupavano delle attività legate all'acqua e questa cosa è testimoniata dal fatto che i nomi di questi "operai" coincidevano.

Una sosta a base di specialità locali e poi via, verso Ruffano. Qui, nel più popoloso dei comuni di questa città diffusa, oggi è festa grande. C'è la processione del santo, la sua statua argentata è già sul palco ma il vescovo sta ancora parlando, così abbiamo il tempo per visitare la chiesa della Natività della Beata Vergine (o chiesa madre). Le pareti sono coperte da grandi tele raffiguranti scene dal vecchio testamento e gli altari ricchi ed elaborati, soprattutto quello dedicato al santo.
Facciamo appena in tempo a vedere la cripta che il corteo parte, sacerdoti in testa, bambini devoti con palloncini bianchi e carabinieri in alta uniforme e pennacchio a seguire.



Sono gli ultimi fuochi (quelli artificiali saranno più tardi). Rimane il tempo di raggiungere l'agriturismo Sante le Muse dove si cucina come una volta con prodotti a km 0, e assaggiare piatti tradizionali buonissimi cullati da una bellissima musica. La felicità è fatta di piccole cose.