mercoledì 8 gennaio 2020

Santa Marina, il pasticciotto e la nobile arte del cartaio

Il Santuario di Santa Marina a Ruggiano
Il terzo ed ultimo giorno dell’Educational tour dedicato al culto di Santa Lucia in Salento inizia con un bel sole caldo che spacca le nuvole rivelando un cielo di un azzurro intenso, quasi irreale. 
Il primo appuntamento è dedicato alla visita del Santuario di Santa Marina; ci troviamo a Ruggiano e quello che abbiamo davanti è un luogo di culto molto speciale come la santa cui è dedicato. L’attuale costruzione è il risultato di una serie d’interventi succedutisi nel tempo, dal 1500 fino al 1700. Originariamente si trattava di una piccola cappella costruita da monaci italo – greci e addossata all’adiacente monastero che occupava solo la zona corrispondente all’attuale presbiterio e sacrestia. Nel XVII secolo è stata completata e restaurata con la realizzazione delle due navate, mentre la facciata attuale fu terminata nel 1778. 
All’interno, oltre al bell’altare in marmo policromo e al pulpito con una balaustra lignea, campeggia la statua della santa che con una mano brandisce un martello pronto a colpire un drago la cui testa giace sotto il suo piede. Il drago, come da copione, rappresenta il male o il demonio ma Santa Marina è nota per essere la protettrice delle malattie legate al fegato, prima fra tutte l’itterizia.
Proprio per questo motivo il santuario è stato nei secoli meta di pellegrinaggio; 
La tradizione voleva che i pellegrini, prima di arrivare a Ruggiano, dovessero fermarsi a orinare nei pressi di qualcosa che avesse la forma di un arco, recitando i seguenti versi: “Arcu pint’arcu, tie sì bbèddu fattu. Ci nò ttè saluta, de culùre cu ttramùta. Ieu sempre te salutài e la culùre no ppèrsi mai”.
La statua di Santa Marina
Il pozzo fuori dal Santuario
Una volta giunti nel piazzale del Santuario poi, si acquistavano le zigaredde, i tradizionali nastrini colorati che, strofinati sulla statua della Santa e poi sul corpo, acquisivano il potere di prevenire la temuta malattia. 
Questa tradizione si perpetra tutt’oggi, soprattutto nel giorno dedicato alla santa, il 17 luglio.
Fuori dalla chiesa fa bella mostra di se un pozzo che ha una particolarità: i suoi lati hanno dei profondi solchi lasciati da corde e catene che servivano a tirare su i secchi; l’acqua è sempre stata cosa rara qui nel basso Salento e i pochi pozzi erano tenuti in gran considerazione dalle popolazioni locali perché rappresentavano l’unica fonte di approvvigionamento di un bene tanto prezioso.
È tempo di lasciare la quiete di questo luogo prezioso e affascinante e spostarci con il pulmino a Salve.

Gianluca Caputo alle prese con il pasticciotto

Pasticciotti assortiti
L’appuntamento è con Capricci del Corso, una delle pasticcerie più rinomate della zona; qui Gianluca Caputo coadiuvato dal suo staff ci insegnerà a “mettere le mani in pasta” e preparare il dolce più amato di tutto il Salento, il pasticciotto. 
La prima cosa che Gianluca tiene a precisare è che la condizione sine qua nonper ottenere una buona pasta frolla è quella di non usare assolutamente il burro bensì lo strutto. È proprio dalla pasta che iniziamo, lavorando nella planetaria la farina, i tuorli, lo zucchero, lo strutto e un po’ di ammoniaca in polvere. Una volta ottenuto l’impasto, si lascia riposare due ore in frigo dopo averlo coperto con un foglio di pellicola trasparente.
Si utilizza poi un’apposita macchina per stendere la frolla uniformemente con uno spessore di quattro millimetri, quindi, con un coppa-pasta si ritagliano i tondini che andranno a foderare gli stampini in acciaio, creando lo spazio per la farcitura. Se il masterpiece è la crema pasticcera, molte altre sono le varianti che questo prestigioso laboratorio offre, almeno dieci, fra cui crema al pistacchio (una meraviglia), ricotta e fichi o ricotta e caffè: ogni gusto è una sorpresa e una meraviglia.
Una volta farcito e ricoperto con un altro tondino di pasta, si elimina la parte in eccedenza e s’inforna il pasticciotto a 210° per 8/10 minuti in forno ventilato, e il gioco è fatto.
Ora, io in cucina me la cavo bene ma con i dolci ho sempre avuto qualche problema. “La pasticceria è matematica” diceva un mio amico che invece sfornava alla grande. Io con i numeri ci ho sempre preso poco, del resto ho fatto il classico, ma sono straordinario nella nobile arte dell’assaggiare e Gianluca, mastro pasticciere, è stato molto generoso con noi, sia nel regalarci i suoi segreti, sia portando sul tavolo di lavoro un ricco assortimento di queste perle preziose permettendoci di fare la regina di tutte le merende. 

Il giardino dell'azienda agricola Sante Le Muse
 
Orecchiette con le cime di rapa
Dopo un salto veloce nella bottega MelaCotogna, dove si vendono alcuni fra i migliori prodotti dell’enogastronomia salentina e dove Giovanna, la proprietaria, saprà consigliarvi sempre per il meglio, è tempo di metterci di nuovo in viaggio; la meta è l’azienda agricola Sante Le Muse, un luogo splendido, dove ormai sono di casa. Il legame che mi unisce a Fabiana Renzo e alla sua famiglia risale a due anni fa, quando scesi in terra di Leuca per il mio primo Educational. 
Pranzai da lei e scoprii che avevamo una cara amica in comune e da allora tornare ad assaggiare la sua cucina schietta e genuina è sempre una gioia. 
Su un grosso tavolo di legno in una delle sale, la madre di Fabiana ha apparecchiato un campionario delle principali erbe spontanee tipiche della zona, molte delle quali sono alla base di alcune ricette proposte nel ristorante. Oltre alle pastenache, le carote viola legate al culto di Sant’Ippazio, ci sono la cicuredda, il boccione minore e quello maggiore, gli zanguni e l’aspraggine, tutte piante spesso dimenticate ma che occupano ancora un posto di rilievo nella tradizione gastronomica contadina. Quello sulle erbe spontanee è solo uno dei tanti workshop che si svolgono in questo luogo che è molto di più di una semplice azienda agricola, ma è un posto dove cultura, arte, letteratura e musica si sposano perfettamente rendendo ogni incontro speciale.
Il tempo di godere un po’ dello splendido giardino baciato dal sole ed è ora di sederci a tavola. Il menù è, come al solito, ricco, a partire dai tanti antipasti fra cui le mitiche pittule (una tira l’altra) e una buonissima zucca con pecorino, per arrivare ai primi (gnocchi al ragù di carne e orecchiette con le cime di rapa) e a dell’ottima carne alla brace, tutto a km super zero. Le caraffe di vino, i dolci e un bicchiere (anche due) di distillato di alloro sono solo la ciliegina sulla torta, il giusto finale di una bella esperienza.

La statua di un gatto sul tetto della Masseria Spigolizzi
 
Nicholas Gray
Prima di andare a Lucugnano, dove ci aspetta un incontro con un mastro cartaio, ci prendiamo venti minuti per passare a trovare quelli che oso definire ormai due amici: Nicholas Gray, figlio della famosa scrittrice Patience Gray, e sua moglie Maggie Armstrong. La Masseria Spigolizzi, il luogo in cui vivono, si trova nell’area rurale di Salve, immersa in una natura bellissima fatta di uliveti divisi da muretti a secco, terra rossa e tantissime erbe spontanee, le stesse che si trovano nei libri di cucina scritti da Patience e venduti in tutto il mondo.
La madre di Nick vi si trasferì nel 1970 dopo aver viaggiato con il compagno, lo scultore belga Norman Mommens, per mezza Europa. La masseria era poco più di un rudere e i due la risistemarono e ci vissero per lungo tempo senza l’ausilio di nessuno strumento tecnologico: no frigorifero, no corrente, no telefono, una scelta categorica. 
Ora la Masseria Spigolizzi è una sorta di casa museo, e Nick e Maggie (insieme ai loro numerosi gatti) sono sempre felici di accogliere visitatori e curiosi e raccontano volentieri aneddoti sulla vita di Patience, una donna straordinaria, libera e lontana da qualsiasi schema.
Si sta facendo buio e quando arriviamo a Lucugnano, frazione di Tricase, il sole è ormai tramontato. 
Il pulmino ci lascia di fronte all’ingresso di Palazzo Comi, lo storico edificio dove visse il famoso poeta Girolamo Comi. Profondo conoscitore dei poeti simbolisti francesi, in queste stanze fondò l’Accademia Salentina nel 1948 dando vita alla pubblicazione l’Albero e a tutta una serie di iniziative compreso il valorizzare giovani di talento della zona grazie a borse di studio e sovvenzioni.
Oggi il piano nobile del palazzo è anch’esso una casa museo mentre al piano terra ha sede la biblioteca provinciale. È proprio in una stanza del pianterreno che ha luogo il workshop dedicato all’arte di fare la carta. A raccontarci, prima con un video e poi a voce, di questa nobile arte è il mastro cartaio Andrea De Simeis. L’approfondito studio della tradizione orientale per la preparazione della carta e una profonda conoscenza delle piante che ne sono all’origine hanno permesso a questo ragazzo di aprire la sua bottega, di coltivare il suo giardino/laboratorio, di produrre e vendere il suo materiale e, perché no, di insegnare, anche tramite workshop come questi, un mestiere antichissimo.
Dopo la spiegazione e aver toccato con mano fibre e polveri coloranti, si è passati alla pratica; devo essere onesto, questa parte me la sono persa perché ho preferito fare un piccolo tour privato nella casa del poeta, accompagnato da Carlo, inesauribile guida, che mi ha raccontato tantissime cose sulla storia e la vita di questo importantissimo letterato e sulla sua dimora; qui, fra i bellissimi arazzi appesi alle pareti ci fu un fermento culturale enorme, ospiti illustri, nazionali ed internazionali, soggiornarono in queste stanze e passeggiare attraversando i vari ambienti che circondano l’ampio cortile interno è stata un’esperienza unica. La grandissima cucina in muratura con il tavolo in marmo al centro e l'ampia credenza a parete è stato il vero clou della visita, la cucina dei miei sogni, in tutto e per tutto.

Il Mastro Cartaio Andrea De Simeis 
La cucina dei miei sogni a Palazzo Comi
Una volta finito il workshop risaliamo tutti a bordo del pulmino e ci dirigiamo a Tiggiano dove ad attenderci per la cena c’è la Trattoria Madamadoré.
L’accoglienza è di quelle da ricordare: c’è una piccola stanza con poche sedie riscaldata da un bel focolare, un luogo appartato dove attendere con tranquillità l’inizio del pasto, sorseggiando un calice di Rosato in pieno relax. 
Dorè (in sala) e Ugo (in cucina) sono i due pilastri del ristorante, l’anima stessa del locale, e sanno come mettere a loro agio i clienti. Le sale, sapientemente arredate con antichi oggetti della cultura contadina, ospitano i tavoli e un grazioso cortile, che addobbato con le luci sembra un vero e proprio presepe, promette, per i periodi estivi, fresche cene all’aperto.
Il menù è straordinario, a partire dall’antipasto misto della casa che comprende crocchette e arancini fatti in casa, polpette di farro brasate al negroamaro con cipolle, una deliziosa caponatina di ortaggi freschi, cipolle caramellate, un assaggio di formaggio primosale con confettura di fichi e per finire un flan di zucca con crema di scamorza affumicata e granella di amaretto.
Su espressa richiesta del gruppo la pasta non doveva essere presente ma è arrivato comunque un piccolo assaggio di cavatelli con fagioli e cozze: sublimi.
Per secondo abbiamo assaggiato un filetto di baccalà scottato al timo selvatico e rosmarino su crema di ceci e abbiamo chiuso in bellezza con frutta di stagione e dolci tipici fatti in casa. Ad accompagnare il tutto dell’ottimo Rosato e un Salice Salentino delle Cantine Vecchia Torre di Leverano. 

Ugo in cucina

Il bancone del Madamadoré
Sono gli ultimi fuochi del Fuoco d’Europa, questo Educational interessantissimo, ben progettato e ricchissimo di appuntamenti; il Salento e le Terre di Leuca hanno un patrimonio inestimabile che non riposa mai: visitare questa terra fuori stagione e, perché no, in inverno riserverà sempre delle graditissime sorprese e saprà donare a chi lo farà, il calore e l’accoglienza di un popolo straordinario e di luoghi fantastici. 
Vi invito al viaggio, sapendo che prima o poi tornerò anche io.



venerdì 27 dicembre 2019

Corigliano, l’arte della cartapesta a Lecce e the King of mortadella


Il castello di Corigliano d'Otranto
L’ho già detto, lo so, ma fare colazione con un pasticciotto, prezioso scrigno di pasta frolla che nasconde un tesoro di crema, è uno dei modi migliori di risvegliarsi, ti riempie subito di una dolcezza che ti porterai dietro fino al calar del sole e anche oltre.
Il secondo giorno dell’Educational Tour dedicato al culto di S. Lucia in Salento inizia all’insegna del sole e della bellezza. Li troviamo entrambi appena il pulmino si ferma di fronte al castello di Corigliano d’Otranto. L’antistante Piazza Vittoria è occupata dal colorato mercato di Santa Lucia dove, insieme ai banchi che vendono frutta, verdura e le famose prelibatezze natalizie come i ceci secchi glassati, le mandorle salate e i datteri, c’è chi espone vestiti e utensili per la cucina. 
Ci lasciamo questo simpatico caos alle spalle e, attraversando la Porta Sud, ci immergiamo nelle splendide viuzze del paese dove regna il silenzio. La porta è sormontata dallo stemma civico e da quello araldico della famiglia de’ Monti cui apparteneva Giovan Battista, il feudatario che nei primi del Cinquecento fortificò il paese e ampliò il castello con quattro grosse torri angolari. Il motto “Invidia inopia fa” inciso sulla cornice superiore, invita, oggi come allora, a non essere invidiosi di ciò che la cinta muraria racchiudeva; mai motto fu più appropriato perché Corigliano d’Otranto è sicuramente una delle più affascinanti cittadine di tutta la zona. 
Ci troviamo nel cuore della Grecia Salentina, un territorio ellenofono composto di nove comuni che ha radici antichissime, risalenti ai tempi della Magna Grecia e consolidatosi con la dominazione bizantina.
Qui, insieme all’italiano, si parla il griko, un antico dialetto di origine greca e molte delle insegne e dei cartelli stradali riportano indicazioni in entrambe le lingue. 
Sotto la preziosa supervisione di Carlo Vito Morciano, cominciamo ad addentrarci fra i vicoli illuminati dal sole su cui si aprono cortili stupendi pieni di piante e fiori, delimitati da archi in pietra leccese pregevolmente scolpiti. Il più importante è sicuramente l’Arco Lucchetti.
Anticamente, attraversandolo si accedeva alla corte di un palazzo storico che oggi non esiste più, ma il prezioso portale resta viva testimonianza di un tempo che fu. La ricca decorazione è costituita da elementi antropomorfi e zoomorfi fra cui spiccano la scena di un matrimonio, con un uomo e una donna che si tengono per mano sotto i quali un cane, simbolo di fedeltà, festeggia giocoso tenendo in bocca un anello.
Nella pietra è scolpito anche San Giorgio intento a sconfiggere il drago e c’è un’iscrizione che rivela che il proprietario dell’edificio, tale Nicola Robi, fu anche l’artefice di tanta meraviglia.

L'arco Lucchetti
La facciata della Chiesa Madre
Continuiamo a camminare per i vicoli addobbati per l’imminente Natale con luminarie e stelle dorate che si stagliano brillanti nell’azzurro del cielo. 
La seconda tappa è la Chiesa Madre, edificata nella seconda metà del XVI secolo e dedicata a San Nicola di Mira, patrono di Corigliano. Una scala porta al bel portale ricco di fregi e decorazioni fra cui il cuore che è il simbolo del paese. 
Appena si entra non si può non notare, sul pavimento, il mosaico raffigurante un albero il cui tronco corre lungo tutta la navata centrale. Fu realizzato nel tardo Ottocento dai fratelli Maselli di Cutrofiano e richiama il più celebre albero della vita che si trova nella cattedrale di Santa Maria Annunziata a Otranto, datato 1165.
I due altari laterali, ovviamente in pietra leccese, sono degli autentici gioielli di scultura e sono ricchissimi di decorazioni alcune delle quali sono ricoperte in foglia d’oro.
La torre campanaria è più antica della chiesa, risale, infatti, al 1465, come testimoniato dal millesimo scolpito su una pietra in caratteri greci ed era una torre di vedetta che faceva parte della cinta muraria medievale.
Bastano pochi passi per arrivare alla tappa successiva di questo bel giro per Corigliano d’Otranto, e ciò che abbiamo il privilegio di osservare è ancora più antico della torre, qualcosa che risale all’anno 1000. No, non è un altro manufatto o un raro pezzo di archeologia, ma un albero: la Quercia Vallonea. 
È una delle specie arboree più affascinanti di tutta la flora salentina appartenente alla stessa famiglia del castagno e del faggio, le fagacee, come testimoniato dalle sue dimensioni. Il suo tronco ha un diametro di un metro e la sua ricca chioma si allarga per oltre venti metri; è chiuso in un piccolo giardino il cui accesso è, ahimè, negato ed è un vero peccato perché alberi così andrebbero abbracciati e tenuti stretti per qualche minuto.
Il nome Vallonea deriva dal greco valani, che significa ghianda; il frutto di quest’albero è più grosso delle normali ghiande ed è protetto da un involucro che ricorda molto le pigne. La sua particolarità è l’alta presenza, al suo interno, dell’acido tannico che si usa nelle concerie per ammorbidire la pelle.

La quercia Vallonea
L'ingresso del castello
Torniamo sui nostri passi e prima di riprendere il pulmino ci soffermiamo davanti al Castello, bellissimo modello di architettura feudale e militare. Di origine medievale, fu ristrutturato nei primi anni del Cinquecento dalla famiglia De’ Monti per respingere le frequenti incursioni saracene e divenne vero e proprio simbolo del paese, forte delle sue torri circolari, delle cannoniere che le occupavano e del fossato che lo isolava.
Nel Seicento la facciata è stata ristrutturata secondo i dettami del barocco e si è arricchita di nicchie che ospitano busti di personaggi dell’epoca, soprattutto condottieri, e di statue iconologiche rappresentanti le virtù.
Sui torrioni invece campeggiano gli stemmi di famiglia e ognuno è dedicato a un santo.
Con il passare dei secoli il maschio perse la sua funzione originale e venne usato per i più disparati scopi ospitando anche un mulino a vapore. Ora ospita un bookshop, una biblioteca e un museo multimediale dedicato alla sua storia con una ricca collezione di ceramiche preistoriche, anfore romane e vari reperti medioevali.

Un palazzo storico di Lecce
L'altare maggiore nella chiesa del Gesù
Il tempo stringe e il gruppo risale a bordo del pulmino per spostarsi a Lecce, vero piatto forte della giornata, almeno per me che non ci sono mai stato.
Il motivo principale che ci spinge nel capoluogo è vedere da vicino come si realizzano le statue di cartapesta che vanno ad arricchire i presepi e non solo.
Iniziamo una lunga passeggiata da Porta Napoli, illuminata dal sole caldo di mezzogiorno; i vicoli sono tagliati in due dall’insindacabile gioco di luci e ombre, linee nette che creano riquadri precisi e mettono in evidenza dettagli tralasciandone altri. 
Non c’è luce nella Chiesa del Gesù, non quella del sole almeno, a parte i pochi raggi che entrano dai finestroni in alto. Fioche luci artificiali e candele sono l’unica illuminazione disponibile ma bastano a garantire una visione accurata della splendida struttura che fu costruita nella seconda metà del Cinquecento al posto dell’antica chiesa di San Niccolò dei Greci di rito greco-ortodosso, seguendo la struttura dell’omonima chiesa a Roma. 
L’ordine dei gesuiti ne studiò e realizzò il progetto aprendola al culto nel 1577, anche se i lavori proseguirono per qualche decennio.
L’altare maggiore, edificato alla fine del Seicento, è il manifesto della cultura barocca di Lecce ed è altamente scenografico; ricorda quasi un palcoscenico teatrale, tondeggiante e con le grosse colonne a tortiglione che richiamano delle quinte e i pulpiti che ricordano la forma dei palchi.
All’interno sono ospitate numerose opere d’arte sia pittoriche sia scultoree, mentre il soffitto è ligneo a cassettoni ed è animato da tele raffiguranti le Glorie della Compagnia di Gesù di Giuseppe da Brindisi.
Poco prima di entrare in questo luogo meraviglioso, ci siamo attardati in uno dei tanti laboratori, dove si lavora la cartapesta per produrre statue, una tradizione antichissima e molto seguita sia in città sia in tutto il Salento.
Luminarie di Natale
Gli antipasti del Boccon Divino
È stato un tour breve sia perché l’ambiente era angusto e pieno di lavori sia perché gli artigiani stavano lavorando e non volevamo disturbare. Inoltre avevamo un appuntamento ben preciso, uno di quelli dove non si può tardare, quello con il pranzo.
A ospitarci è stato il ristorante Boccon Divino, la tradizione in tavola.
In pieno centro storico, clima caldo e accogliente, ottima carta dei vini e un livello gastronomico altissimo.
Il menù che ci è stato proposto comprendeva un ricco giro di deliziosi antipasti: Burrata delle Murge con pomodori secchi, paté d'olive leccine e pistacchi, dell’ottimo Capocollo di Martina Franca DOP, dei croissant ripieni con ortaggi e feta, dei crostini con robiola, aringa affumicata finocchi e arancia, una selezione di formaggi locali e per finire gamberi al burro e salvia su vellutata di fave, arancini al nero di seppia con bottarga e crostoni con marmellata di prosciutto crudo e mozzarella di bufala. Poteva bastare questo ma i secondi non erano da meno: bocconcini di pollo con crema di burrata e mandorle e straccetti d'entrecote all'aceto balsamico con rucola e grana.
Il tutto è stato accompagnato da due ottimi vini: un Versante della cantina Agricole Vallone e un Canonico delle Cantine Due Palme.
Abbiamo chiuso in dolcezza con una Cotognata leccese e l’inevitabile pasticciotto. Inutile dire che siamo usciti soddisfatti e satolli e abbiamo passeggiato per la città fino ad arrivare a Piazza del Duomo, dove faceva bella mostra di se un grande presepe.

Il presepe in Piazza del Duomo
La base per le statue di cartapesta

È qui che ha la sua bottega Marco Epicochi, maestro artigiano che mi ha spiegato la tecnica per realizzare le famose statue di cartapesta. 
Per prima cosa si creano con l’argilla la testa, le mani e i piedi delle sculture proporzionatamente all’altezza prevista, poi si fanno cuocere in forno a 1000°.
Il secondo passo è dare la forma al corpo e si procede creando una struttura con il fil di ferro che viene poi riempita con la paglia. Questo permette al manichino di essere flessibile e di poter agire sul movimento degli arti e di dar loro la giusta postura.
Si prepara quindi una colla con la farina e l’acqua, la si fa cuocere e ci si imbevono dei fogli di carta senza cellulosa, grandi o piccoli in base alle dimensioni della statua che si va a realizzare. Con questi fogli si ricopre la struttura in fil di ferro e poi si lascia seccare il tutto. Dopo aver attaccato le parti in terracotta arriva il momento più delicato dell’intero processo, la focheggiatura; avviene tramite delle barre di ferro che vengono scaldate nei carboni ardenti e con cui poi si da forma alla carta in modo da creare i panneggi dei vestiti.
A questo punto l’artigiano o il committente può decidere se lasciare la statua cosi, con il classico colore marrone sfumato, o se dipingerla.
Marco è uno fra gli artigiani più rinomati e una sua statua alta due metri e raffigurante S. Caterina d’Alessandria, è a Betlemme.

Natività di cartapesta
Presepe alla Fiera di Santa Lucia

Il sole è sceso, la città si è accesa di mille luminarie, alcune gradevoli altre meno, e rimane il tempo per fare un salto al castello per visitare la Fiera di Santa Lucia, tutta dedicata al presepe che ospita artisti pugliesi e non solo.
Personalmente non sono un grande amante del Natale e di tutti i suoi rituali, inoltre le sale sono invase da orde di bambini urlanti per cui la visita è breve, anche perché bisogna abbandonare Lecce e tornare a Tiggiano. Oggi è Santa Lucia e in piazza, di fronte al palazzo Baronale, hanno allestito la tradizionale Focaredda, una grossa pira di legno che si accende per celebrare la santa. 
Prima di arrivarci però, facciamo una sosta per conoscere uno dei personaggi più stravaganti del paese, Giuseppe Alessio, meglio noto come The King of mortadella. Il suo negozio di generi alimentari è famoso tanto quanto la mortadella che produce. Pare che il soprannome gli sia stato dato da Helen Mirren in persona, prima grande fan del suo prelibato insaccato. Da quel momento, Giuseppe si è creato il suo personaggio e ha cominciato ad appendere nella sua bottega foto che lo ritraggono nelle pose più disparate, ma sempre con la sua fida mortadella al fianco; ha addirittura una Fiat 500 tutta dipinta di rosa, la sua macchina ufficiale. L’assaggio è d’obbligo come le foto di rito dietro il bancone.

Con Giuseppe Alessio, the King of mortadella
Il Borgo nel Bosco, Tiggiano
Quando arriviamo in piazza, ad accoglierci c’è una brutta notizia: il forte vento di scirocco che imperversa da questa mattina su tutta l’area non permette, per motivi di sicurezza, l’accensione del grande fuoco e inoltre il cielo si è coperto e minaccia pioggia. La delusione è tanta ed è mitigata solo in parte dalla musica suonata da un trio composto di due pianoforti e una batteria; le canzoni sono quelle di De André, di Lucio Dalla e di altri famosi cantautori italiani e io mi faccio tentare da una birra e mi siedo su una panchina a canticchiare sommessamente. Poi però, quando il tempo sta per scadere, m’infilo di corsa nel giardino del palazzo Baronale ed è qui che il mio spirito si risolleva e il mio cuore va fuori giri: le luminarie che ieri mattina pendevano spente dai rami del frutteto ora sono accese e creano una fantastica atmosfera da bosco incantato. Mi aggiro lentamente scattando qualche foto, raggiungo la faggeta, dove altre luci sono nascoste fra gli alberi e per un attimo, mi sembra di essere in un allestimento di Sogno di una notte di mezza estate, qualcosa fra il bucolico e l’onirico: mi perdo.
A riportarmi alla realtà sono la pioggia e una telefonata: sul pulmino manco solo io. Corro lanciando ultime occhiate a questa meraviglia di luci e colori poi monto a bordo e si va, direzione Celacanto.
Facciamo appena in tempo a entrare, che una tempesta comincia a flagellare la costa. Dentro l’atmosfera è calda e fra un bicchiere di vino e due chiacchiere arriva l’ora di cenare, una cena parca su nostra espressa richiesta, ma la zuppa di polpo con le patate è veramente un toccasana.
La giornata volge al termine, Santa Lucia si porta via il giorno più corto che ci sia (anche se in realtà quello sarà il 22 dicembre, solstizio d’inverno) ma i detti popolari hanno sempre un loro fascino e allora meglio guardare alla primavera imminente e al riallungarsi delle giornate.
Domani è un altro giorno, punto e basta.

Musica in piazza a Tiggiano 



venerdì 20 dicembre 2019

Primo giorno dell'Educationa tour "Il fuoco d'Europa. Santa Lucia e la tradizione Salentina"


La mia stanza è a ponente, o almeno così dice la piccola piastrella accanto alla porta che affaccia nel silenzioso cortile del Bed & Breakfast Rosa dei Venti a Tricase; ci sono dei tavolini colorati e un bel pergolato che per l’estate promette un’ombra quanto mai gradita. Sono appena arrivato, il buio ha già avvolto le stradine del borgo che però è illuminato da una serie infinita di luci colorate, segno inconfondibile che il Natale è alle porte. C’è giusto un’ora per riprendersi dal volo; disteso su un letto a baldacchino e con la pietra leccese che gioca sul soffitto nella classica volta a stella, mi riposo rileggendo il programma dei tre giorni a venire. È la quarta volta che scendo in Salento per un Educational tour e ogni volta è stata un’esperienza unica, vissuta in stagioni diverse e con tematiche che spaziavano dal cammino all’enogastronomia, dai riti devozionali per celebrare qualche Santo alle tematiche del turismo slow. 
Quello che andremo a iniziare domani ha come titolo “Il fuoco d’Europa, Santa Lucia nella tradizione salentina” e a ospitarci sarà il Comune di Tiggiano.
Prima di andare a cena abbiamo tempo per gustare un paio di aperitivi alla Farmacia Balboa, un cocktail bar da intenditori che si affaccia proprio su Piazza Pisanelli, il cuore storico del borgo di Tricase. Nel 2014 la vecchia farmacia è stata rilevata da un gruppo di amici che hanno deciso di tralasciare i dolori del corpo per dedicarsi a curare quelli dell’anima e di farlo con una serie di cocktails selezionatissimi e di vini prestigiosi. I ragazzi che ci lavorano indossano tutti il camice bianco e la selezione musicale è sempre interessante e con le luci soffuse e gli specchi alle pareti crea un’atmosfera unica.
La cena è al Bavaria e Gallone Extra Pub, dove servono ottime birre e ricchi piatti a base di carne. L’attesa è stata un po’ lunga ma la bontà del cibo l’ha ripagata in pieno.

Luminarie nel frutteto del Palazzo Baronale di Tiggiano
 
Il balcone del Palazzo Baronale a Tiggiano

Dopo una notte passata nel silenzio della mia alcova e una colazione a base di pasticciotto, yogurt a km 0 de La Lattoria e una spremuta d’arancia, sono pronto per incontrare gli altri giornalisti e blogger e iniziare questa nuova avventura. 
L’appuntamento è al Palazzo baronale Serafini Sauli, sede del comune di Tiggiano. Risalente al XVII secolo ha una bella facciata con un balcone ricco di fregi e nasconde al suo interno un bellissimo frutteto e una lecceta dove sono state allestite delle luminarie. C’è anche una torre colombaia che veniva usata nel tardo medioevo per l’approvvigionamento di carne.
Una scalinata porta al piano superiore, dove la pavimentazione sgargiante realizzata in mattonelle di Vietri sul mare conduce nel cuore del municipio e all’ufficio del sindaco. È proprio lui a farci da guida attraverso le sale dove, fra le altre cose, dal 2017 è stato allestito un piccolo museo etnografico; telai, attrezzi agricoli, un letto e anche una curiosa trappola per topi in legno fanno bella mostra di se in ampie stanze dai soffitti affrescati.
Dalla terrazza che sovrasta il palazzo, la vista spazia a 360° sul paese e la campagna circostante; è questa la parte più antica di tutta la struttura, la sommità di una torre difensiva preesistente attorno alla quale si è sviluppato l’edificio. Il tempo non è proprio bellissimo e grosse nuvole grigie riempiono il cielo, ma quando scendo e mi inoltro da solo per il giardino, alcuni raggi di sole spaccano la coltre mostrando l’azzurro del cielo e illuminando le lucine colorate sospese sul viale principale. 

La chiesa di S. Ippazio a Tiggiano

La statua di S. ippazio

La seconda visita di questo bel borgo ci porta alla chiesa dedicata al Santo patrono di Tiggiano: S. Ippazio.
È ritenuto protettore della virilità maschile e dell’apparato genitale; il 19 gennaio, quando si celebrano i festeggiamenti in suo onore, oltre alla canonica processione pomeridiana, nella piazza di fronte alla chiesa si svolge un rituale antico che mischia, come spesso accade, sacro e profano. Gli uomini in età da matrimonio devono percorrere duecento metri trasportando lo stannardhu, un palo di legno lungo sette metri con una palla di ghisa a un’estremità. Non è una prova facile, e riuscire a portarlo fin davanti alla chiesa e ad alzarlo in verticale sarà, per i giovani impegnati in questa impresa, segno di garantita fertilità.
Al culto del santo è collegata anche una particolare varietà di carota: la pastenaca. Si tratta di una carota dal colore giallo viola che si coltiva solo qui e in pochi comuni limitrofi; è più acquosa della sua parente più classica ed ha un sapore delicato. Mi era già capitato di assaggiarla lo scorso anno per la festa di San Biagio a Specchia dove, nel tradizionale mercato, faceva bella mostra di se su quasi tutti i banchi.
La chiesa ha una facciata semplice, arricchita da un bel portale barocco in pietra leccese; risale al XVIII secolo e fu costruita su una cappella probabilmente di proprietà della famiglia Arcella. La sua pianta è a croce latina e all’interno, fra le molte immagini sacre, si trovano un dipinto e una statua lignea raffiguranti il Santo.

Rocchetti di filo alla Tessitura Calabrese
Lavoratrici alla Tessitura Calabrese

Lasciamo il centro storico per andare a visitare una delle più importanti attività artigiane della zona, l’antica Tessitura Calabrese.
Si tratta di un’azienda che produce tessuti da oltre quarant’anni e che è una vera e propria ricchezza per la comunità tiggianese, perché dà da lavorare a cinquanta operai, principalmente donne.
Passiamo per il negozio, dove sono esposti molti dei prodotti che l’azienda produce, dalle lenzuola agli asciugamani con le iniziali ricamate, dai servizi di tovaglie e tovaglioli per la tavola agli accessori per la casa e ai corredi per bambini. Molte sono le collezioni che caratterizzano il lavoro della Tessitura Calabrese e molta è la fantasia che la famiglia Bleve mette nell’offrire una vasta gamma di piccoli oggetti di arredo fra cui dei bellissimi fermaporte a forma di animali.
La vera sorpresa però ci aspetta nel grande padiglione sul retro, dove i telai meccanici lavorano a grande velocità (facendo anche un gran baccano) creando tessuti di vario tipo e di vari materiali. Qui si usano lino e cotone, spesso anche insieme, ma anche ciniglia e fiandre. I disegni e i temi dei tessuti sono creati attraverso l’utilizzo di un software, un lavoro sicuramente più veloce rispetto al passato in cui si usavano matrici di cartone per ottenere il decoro desiderato. Eppure, nonostante l’evoluzione tecnologica, ciò che contraddistingue i prodotti di quest’azienda è la giusta commistione fra antico e moderno; non si lascia indietro nulla del percorso fatto in passato, come ci spiega il patron dell’azienda Francesco Bleve, perché la tradizione è una cosa importante, è memoria, è storia, è vita, o almeno quella della loro famiglia.
La visita procede come un rewind, dalla lavorazione finale si ripercorrono la crescita e la nascita del filo; nelle sale si susseguono macchinari affascinanti che ospitano grossi rocchetti che girano, più o meno velocemente sotto lo sguardo vigile di uno dei pochi uomini presenti nell’azienda. È lui a spiegarmi lo scopo di ogni singolo strumento di lavoro, mostrandomi i procedimenti che portano un singolo filo a diventare un enorme rocchetto che andrà poi ad alimentare i telai meccanici. 
Tornando indietro abbiamo il piacere di osservare le operaie intente a cucire, a tagliare, a piegare, insomma a fare tutto ciò che serve per ottenere il prodotto finito. Alcune stanno finendo di lavorare ad alcuni porta gioie per una famosa gioielleria di Milano, ma la Tessitura Calabrese si spinge ben oltre i confini nazionali e ha clienti in tutto il mondo. È con particolare orgoglio che Francesco ci racconta le numerose visite della Regina del Belgio, segno inequivocabile che qui si lavora bene.

Lo studio del pittore Giuseppe Alessi

La tavola apparecchiata al Celacanto

Prima di andare a pranzo c’è ancora il tempo per un’altra visita e raggiungiamo con il pulmino lo studio del pittore Giuseppe Alessio. Ci accoglie con una decina di gatti a fare da codazzo e una splendida cagnolina che con loro vive in perfetta armonia. 
La grande stanza dove ci fa accomodare ha le pareti piene delle sue opere, divise per periodi. La sua è una pittura che affronta varie tematiche con tecniche miste; in molti dei suoi quadri ci sono simboli forti che richiamano la fede religiosa, i malesseri e le ingiustizie del nostro tempo. A colpirmi in particolare è la raccolta Mediterraneo che affronta da più angolature il tema della migrazione, dell’accoglienza e, più in generale, dell’altro. 
Dopo averci regalato un vassoio di dolcetti salentini, Giuseppe ci congeda e così possiamo raggiungere la costa a Marina Serra, dove siamo ospiti del Celacanto. Non è un ristorante ma una fucina creativa d’iniziative multidisciplinari, un laboratorio civico permanente. Ricavato dalla ristrutturazione di un’ex casa cantoniera dell’ANAS, ospita nella sua grande sala incontri culturali, laboratori sul riciclo, corsi di yoga e tantissime altre iniziative che hanno come scopo la tessitura di una rete sociale che abbia come obiettivo il bene comune.
La casa ha due stanze per l’accoglienza di viandanti e cicloturisti e può contare su dieci posti letto; due bagni e una cucina completano la struttura insieme a un giardino che purtroppo è stato colpito dal tornado che qualche mese fa ha flagellato l’intera zona causando danni anche alle belle vetrate.
È un’accoglienza semplice ma proprio per questo ricca e le ottime orecchiette con le cime di rapa che abbiamo mangiato, accompagnate da un vino rosato locale, ne sono la testimonianza.

La Torre Palane a Marina Serra

Uno dei motorini elettrici di Scooting Salento

Dopo il pranzo, il gruppo si è diviso per un po’, e mentre io e altri tre colleghi siamo scesi a piedi raggiungendo il mare e la meravigliosa piscina naturale di Marina Serra, gli altri sono andati a recuperare tre dei motorini elettrici del progetto Scooting Salento, una bella idea dei Pugliesi Innovativi Regione Puglia.
L’idea è di mettere a disposizione dieci scooter biposto eco-sostenibili per percorrere alcuni itinerari, ne sono stati studiati dieci, e di garantire la fruizione di zone rurali e paesaggistiche del Salento meridionale ad oggi difficilmente accessibili. Chi decidesse di approfittare di quest’offerta (tutti gli itinerari partono dal centro informazioni turistiche di Tricase) avrà a disposizione oltre ai mezzi, la professionalità di guide turistiche esperte che sapranno raccontare le bellezze del territorio e rendere così l’esperienza ricca ed entusiasmante. Inutile dire che alla fine tutti abbiamo fatto almeno un giro su questi bi-ruote arancioni silenziosissimi, anch’io che, da sempre patente esente per scelta, non avevo mai guidato un motorino. 
Sotto lo sguardo austero della Torre Palane, una delle tante fortificazioni che servivano a difendere la costa salentina dalle incursioni turche, abbiamo scorrazzato allegramente per una mezzora lungo la litoranea, in questo periodo dell’anno povera di macchine.
È stata anche l’occasione per ammirare la bellezza disarmante delle scogliere e della piscina naturale ricavata dall'unione di cave di tufo abbandonate e di grotte marine. L’estate, molti turisti e abitanti della zona vengono a fare il bagno in questo luogo meraviglioso, fatto di acque cristalline e rocce scolpite dalle mareggiate invernali, un autentico paradiso in terra ma io sono particolarmente sensibile al fascino del mare d’inverno e passeggiare sugli scogli è stato forse il momento più bello di questa prima giornata.

L'atelier Leonardo Nuccio

L'armadio dei cappotti

Dopo una breve visita alla sede di Mondoradio Tuttifrutti, una seguitissima emittente locale e una chiacchierata con il direttore, ci siamo spostati all’Atelier Leonardo Nuccio.
Qui i vestiti sono fatti rigorosamente su misura, con prodotti nella maggior parte locali. Lo showroom offre abiti da uomo e da donna che spaziano dai completi per matrimoni fino a indumenti più informali, ma tutti caratterizzati da uno stile impeccabile. In esposizione ci sono anche molti accessori come cappelli e sciarpe che rendono l’Atelier una vera e propria oasi del buon gusto nel marasma dell’abbigliamento preconfezionato e omologato. All’intero, a occuparsi con grande professionalità dei clienti, ci sono i componenti della famiglia Nuccio; sono stati loro a mostrarmi un cappotto molto particolare, un autentico capolavoro di impermeabilità ed eleganza.

Fave e cicoria rivisitata
Totanini su purea di patate


La giornata volge al termine e dopo un breve e meritato riposo al B&B e un salto a farsi curare il cuore sommerso di emozioni dal barman della Farmacia Balboa (il loro Negroni con il mescal al posto del gin è da urlo), siamo andati a cena da Cozze e Gin, lo splendido bistrot di Ippazio Turco, un tempio della cucina salentina, dove le ricette tradizionali sono rivisitate con sobrietà ed eleganza e la carta dei vini sarebbe in grado di sedurre anche un astemio. 
È la seconda volta che ci torno e perdersi nell’abbraccio di questo chef simpatico e pieno di creatività è il miglior aperitivo al mondo.
Il menù che ci ha proposto, ricco ma con porzioni in grado di non affaticare i commensali, è stato una piacevole conferma; un piccolo panzerotto, una puccia al capocollo e una tartina croccante con del pollo e una crema di cime di rapa sono stati i tre antipasti che hanno dato il via alle danze nel migliore dei modi.
La ricciola su triplice variazione di finocchio (lesso, crudo e in crema), hanno deliziato i palati di tutti i presenti, esattamente come la rivisitazione di un classico della cucina salentina, fave e cicoria, qui accompagnato da quattro fili di creme coloratissime ricavate da vari vegetali.
Il polpo, forse il piatto per cui Ippazio è più famoso, purtroppo non c’era, ma il suo posto è stato brillantemente preso da una fila di piccoli totani adagiati su una purea di patate paradisiaca.
Il tocco finale, la dolcezza con cui chiudere degnamente una cena e una giornata, è stato un tortino di pasta di mandorle su una base di crema inglese e una lacrima di composta di fragole.
Inutile dire che è stata un’esperienza unica e che mi sono ritirato nella mia stanza con un sorriso indelebile e stampato in faccia. 

Ippazio Turco ed io

mercoledì 27 novembre 2019

Pellestrina: su e giù per l’isola lunga


Uno dei pennelli di Pellestrina
Negli ultimi due decenni il modo di viaggiare e di visitare mete turistiche ha subito una profonda trasformazione; la possibilità di trovare voli a prezzi stracciati soprattutto se prenotati con largo anticipo, ha cambiato il modo di fare turismo e portato le persone a puntare su soggiorni mordi e fuggi soprattutto nelle città d’arte e nelle capitali europee. La velocità con cui ci si relaziona con luoghi sconosciuti è lo specchio, ahimè, di un impoverimento culturale sempre più diffuso, di una superficialità che dà solo l’illusione di aver visitato una città; è come se si dovessero mettere più bandierine possibile su un’ipotetica mappa dei luoghi agognati, dire a tutti i costi di esserci stati pur avendoli solo assaggiati.
L’Italia ha un patrimonio culturale immenso e città come Roma, Firenze e Napoli (solo per dirne alcune), meriterebbero di essere scoperte e vissute con soggiorni più lunghi. Venezia non è da meno e asserire di averla visitata in solo due o tre giorni è come dire di aver letto Guerra e pace dopo aver dato una scorsa alla prima pagina, perché oltre ai musei, alle chiese, alle mostre e ai palazzi storici, la sua laguna ha da offrire molto a chi voglia realmente approfondire.
Burano, Torcello, Murano, Sant’Erasmo e il Lido, sono isole ricche di fascino e tesori ma per me che amo la solitudine e le lunghe passeggiate invernali al mare, Pellestrina è sicuramente il luogo ideale.

Cabin estivo
Ho ribattezzato questa lingua di terra l’isola lunga, perché si estende per undici chilometri fra Alberoni (estremità sud del Lido) e Chioggia, ma anche il termine strettale calza a pennello visto la sua larghezza: 23 metri nel punto più sottile e 1,2 chilometri in quello più ampio.
Per raggiungerla bisogna arrivare al Lido e da lì prendere l’autobus numero 11 che, dopo aver superato lo splendido borgo di Malamocco, raggiunge l’imbarcadero del ferry boat da cui si fa dare un breve passaggio per rimettere giù le ruote a Santa Maria del mare. 
Qui sta a voi decidere come procedere: potete proseguire la corsa lungo la strada comunale dei Murazzi che tocca il borgo di San Pietro in Volta, la frazione di Portosecco fino ad arrivare al paese di Pellestrina, esattamente dall’altra parte dell’isola, o cominciare a camminare subito. 
I due lati, quello affacciato sulla laguna e quello rivolto al mare, sono le due facce di un’unica meravigliosa medaglia, profondamente diverse ma inscindibili.
Personalmente, amo percorrere la spiaggia di mattina e tornare indietro sull’altro lato attraversando i due borghi e ammirando il tramonto, magari con uno spritz al Select in mano ed è proprio di questo giro che voglio raccontarvi.

Pescatore di bevarasse
Tronchi portati dal mare
Partire presto è fondamentale per godere appieno della giornata, soprattutto in inverno, quando il sole va giù presto. I chilometri sono parecchi, una ventina all’incirca, e la fretta, si sa, è il peggior nemico del viandante.
Scendete alla prima fermata del bus e prendete la scala che vi porta in cima alla massicciata dei murazzi, infilatevi nel primo passaggio disponibile, attraversate la sottile macchia di vegetazione e guadagnerete la spiaggia. 
In un tempo non troppo lontano non esisteva, l’erosione l’aveva cancellata, spazzata via onda dopo onda e c’erano solo grossi sassi ammassati che tenevano a bada il mare durante le mareggiate e quando l’Adriatico si metteva in testa di invadere a forza la laguna trasformandosi in acqua alta, un’abitudine che non ha mai perso, come forse avrete letto nell’articolo precedente.
La costruzione dei Pennelli, lingue di cemento circondate da grosse pietre che si spingono per una ventina di metri verso il mare, ha permesso alla sabbia di tornare, depositarsi e rimanere protetta creando un arenile vasto, dove gli abitanti dell’isola trovano pace e relax durante l’estate.
Io la trovo d’inverno, quando sono spesso l’unico essere umano presente o incontro soltanto qualcuno che fa sgambare il cane o un pescatore che, immerso fino alla vita nel mare, tira su le bevarasse con l’apposito strumento, una sorta di rastrello dotato di una rete che viene trascinato lungo il fondale. 
Le bevarasse sono delle piccole vongole, note altrove come lupini, e si usano per condire la pasta, soprattutto gli spaghetti.

Compagnia mangia e bevi
Polipi di plastica
Camminando, gli occhi sono liberi di spaziare verso l’orizzonte ma anche di cercare tesori, quelli portati dalla corrente e abbandonati sulla sabbia. Non si tratta di perle o gioielli, tantomeno di oro scintillante, più che altro sono scoasse, un termine che in veneziano indica i rifiuti, la spazzatura, ma come diceva il compianto Robin Williams in una scena di quel film capolavoro che è La leggenda del re pescatore: «A volte si trovano cose bellissime nella spazzatura».
Io per esempio l’anno scorso ho trovato un paletto giallo lungo una settantina di centimetri che mi ricordava tantissimo una grossa matita e che ora è in fase di restauro grazie alle abili mani di un mio caro amico; ho recuperato anche il piccolo teschio di un cane, minuti pezzi di legno dalle forme bizzarre e ovviamente tante conchiglie. Non torno quasi mai a mani vuote da una delle mie scarpinate, e quelle rare volte che la borsa non si riempie, sono gli occhi ad arricchirsi perché il paesaggio può essere sorprendente.
I residenti sono soliti tirar su piccole costruzioni spartane con i tronchi degli alberi portati a riva dal mare, quelli ormai senza corteccia e con il legno levigato da anni di correnti e salsedine; sono ripari ingegnosi che d’estate offrono ombra a chi passa la giornata in spiaggia grazie a teli stesi come soffitti impalpabili. C’è chi usa vecchie tavole e sedie dismesse ma ancora capaci di sostenere una persona, per allestire tavolate su cui consumare i pasti, giocare a carte e financo a scacchi.
I più estrosi addobbano questi cabin improvvisati nei modi più disparati, appendendo rosari di conchiglie, buffi polipi ricavati da bottiglie di plastica che ondeggiano al vento e scrivendo frasi divertenti che in qualche modo certificano la proprietà e le peculiarità di quel singolo rifugio. D’estate sono vivi e colorati mentre d’inverno hanno un aspetto un po’ spettrale, quello di villaggi abbandonati degni di un libro dell’orrore; alcuni collassano sotto il peso del vento e delle mareggiate, diventano cataste informi, pronte però a essere ricostruite con tenacia nella primavera successiva. 
Molti dei tronchi che non sono usati, rimangono come ornamento ai tratti di spiaggia fra un pennello e l’altro; hanno forme singolari, radici contorte e, nella mia galoppante fantasia, assumono le sembianze di strani animali, ma più che un bestiario ricordano i miti di Cthulhu partoriti dalla fervida mente di H. P. Lovecraft. È la mia personalissima e ipotetica mitologia lagunare, fatta di creature schive che tendono a camuffarsi, a insabbiarsi, nascondendosi agli occhi indiscreti di chi cammina e rimanendo immobili come se fossero morti. 
Sovrani indiscussi di questa surreale fauna sono i galleggianti che sono usati per l’allevamento delle cozze; molti di loro riescono a liberarsi dal giogo umano, nuotano per un po’ in mare aperto e finiscono per guadagnare la riva e la libertà. Sono blu, gialli, rossi e i loro dorsi riempiono di colore la sabbia come puntini gioiosi, donando un seducente tocco pittorico a un paesaggio che, di per sé, già sembra un dipinto. 

Galleggianti insabbiati
Mitologia lagunare
I pennelli si succedono uno dopo l’altro come un contachilometri trasversale, finché non si arriva in un punto dove la spiaggia tende a sparire e, se la marea è alta, lo fa del tutto. Si può continuare a camminare oltre i massi, sorvegliati dall’imponenza del ponteggio rosso dell’ACTV che serve a sollevare i vaporetti in riparazione ma che ricorda in modo impressionante un santuario giapponese, poi si arriva finalmente al borgo di Pellestrina.
Qui, se il passo è stato veloce, le energie sono ancora fresche e si ha parecchio tempo a disposizione, si può costeggiare il piccolo cimitero e seguire i murazzi fino a Ca’ Roman. Questo lembo di terra, un tempo separata dal resto dell’isola, nel 1911 è stata unita da una sottile barriera fatta in pietra d’Istria (la diga foranea); quest’area di cinquanta ettari è una vera e propria oasi faunistica, dove trovano pace e nidificano quasi 200 specie di uccelli, fra cui il martin pescatore, il falco pellegrino e, nei periodi estivi, il gruccione (dai colori sgargianti), il tenero assiolo e il fantomatico succiacapre, un volatile frainteso per lungo tempo.

Diga foranea
Bunker a Ca' Roman
Qui la spiaggia ha subito, nel corso degli ultimi cento anni, una straordinaria trasformazione, crescendo in larghezza e arricchendosi di una rigogliosa macchia boschiva lunga qualche centinaio di metri. Questa perla bisogna guadagnarsela percorrendo a piedi la lunga diga, ma la fatica sarà ampiamente ripagata dal paesaggio e dall’incanto sonoro generato dal rumore del vento e dai richiami degli uccelli.
Purtroppo i lavori del Mose, vera e propria truffa perpetrata ai danni dei veneziani, hanno rubato a questo splendido luogo tre ettari che non gli verranno mai restituiti. 
All’interno del bosco di pini, si trovano alcuni bunker risalenti alla seconda guerra mondiale che un tempo presidiavano l’accesso alla laguna e che ora, proprio grazie all’espansione dell’area, emergono dalla fitta vegetazione come grigi fantasmi di un periodo triste e buio della storia recente. 
Sul lato della laguna è possibile vedere invece la fortificazione nota come Ottagono di Ca’ Roman, risalente alla seconda metà del 1500; era uno dei due maschi costruiti a difesa del porto di Chioggia e ora giace in stato di abbandono.
Molte sono le fortificazioni militari presenti su questa lunga lingua di terra e possono essere visitate, rigorosamente dall’esterno, sulla via del ritorno.

Paesaggio sospeso
Paesaggio sospeso
Ritornati a Pellestrina, ci si infila nelle piccole calli del borgo e si comincia a seguire il percorso che si snoda sul lato interno dell’isola. Se non vi siete portati i panini, qui troverete alcuni ristorantini in cui potrete assaggiare ottime specialità di pesce come le schie, l’anguilla e le seppie, ma anche fantastici antipasti di cannocchie e cappesante, pasticci di pesce, seppioline in umido, fritture e grigliate sublimi accompagnate da verdure coltivate negli orti della laguna.
Ci sono anche un paio di bar dove potrete farvi confortare da spritz e cicchetti. Io di solito sono per l’autoproduzione culinaria e per mangiare sulla spiaggia un paio di panini, ma una volta sono stato all’Osteria la Rosa con una mia amica e ne serbo un bel ricordo.
A ora di pranzo, sul limitar della riva, non è difficile vedere gli abitanti di Pellestrina cuocere il pesce in barbecue improvvisati, spesso ricavati da vecchi cestelli di lavatrici; il profumo che si espande tutto intorno può essere una tortura per chi, colto da languorini vari, si trovi a passare di là. Nel primo pomeriggio invece, potrete vedere le donne sedute fuori dagli usci intente a far quattro ciacole e realizzare merletti al tombolo (che qui si chiama balon), una specie di cuscino cilindrico imbottito di paglia, o i vecchi pescatori stendere le reti e le nasse nelle aiuole o nelle piazzette deserte per aggiustarle. Chiacchierare con loro e ascoltare storie di mareggiate e di pescherecci in balia delle onde può essere una bellissima esperienza, quello che si dice del tempo investito bene. Una volta mi hanno offerto un caffè versandomelo da un thermos, e quella mezz’ora in loro compagnia è uno dei ricordi più belli che ho delle mie spedizioni esplorative sull’isola lunga. 

Pescatore che ripara le nasse
Le case di San Pietro in Volta
Le case dei borghi rispecchiano il tipico stile veneziano, piccole e colorate e passeggiare con calma lungo la riva può essere bellissimo, soprattutto in alcune giornate, quelle in cui il vento sembra andare in letargo e le poche nuvole sono sapientemente pennellate; l’acqua sembra diventare immobile, l’orizzonte perde di consistenza e le piccole barche ormeggiate, le briccole e i casoni da pesca sembrano galleggiare, sospesi in una sorta di paesaggio liquido. Basta il transito di un motoscafo a rompere questo incanto, ma a ora di pranzo sono tutti a tavola e la navigazione è praticamente inesistente e si può rimanere estasiati a guardare verso quell’azzurro infinito, fin quasi a perdere il senso del tempo oltre a quello dello spazio. Difficilmente assisterete a questo spettacolo di mattina, ed è per questo motivo che è meglio tornare indietro da questo lato, per questo e per il tramonto. 
Il sole scendendo allunga le ombre, accarezza ogni cosa e tinge d’oro l’acqua; si cammina dandogli le spalle ma è inevitabile girarsi ogni tanto a osservarlo mentre, come un esperto pittore, dipinge il cielo di colori sempre più caldi lasciando che il blu intenso su in alto, gli faccia da coperta. 
Bisogna aggirare il finto tempio giapponese perché in quella zona camminare lungo costa non è consentito, ma si rientra subito, seguendo la riva di San Pietro in Volta le cui ultime case in fondo si affacciano sulla laguna; i loro colori, accesi dal sole sempre più basso, contrastano con l’azzurro scuro della laguna lasciando senza parole chi le guarda.
Sono gli ultimi fuochi di una giornata lunga e intensa che si conclude all’imbarcadero  di Santa Maria del Mare, dove il ferry boat è pronto a riportare uomini e macchine ad Alberoni. Il sole è prossimo al tuffo che conclude il suo ciclo giornaliero e vedere il crepuscolo dalla terrazza superiore di questa grossa imbarcazione è solo la ciliegina finale di un’ottima torta.

Il ponteggio dell'ACTV
Casone da pesca
Poche note conclusive. 
Il nome Pellestrina potrebbe derivare da quello del generale romano Filisto che fece scavare dei canali (le fossae Philistinae) per mettere in comunicazione l'Adige e la Laguna Veneta, ma c’è anche chi ipotizza che il toponimo derivi da pelle strana, come quella dei pescatori che la abitavano e che erano costretti a lavorare tutto il giorno in barca. 
Per gli amanti delle due ruote, tutto l’anno è possibile noleggiare le biciclette davanti all’imbarcadero del Lido, pedalare fino ad Alberoni, imbarcare il mezzo sulla nave e visitare Pellestrina più velocemente, anche se pedalare sulla spiaggia è veramente poco pratico se non impossibile. Il percorso ciclabile è ben segnalato da degli appositi cartelli e conduce fino al cimitero; da lì si può proseguire fino a Ca’ Roman pedalando sulla diga, mentre chi volesse fare un salto a Chioggia, che merita una visita, può legare la bici e imbarcarsi nel vaporetto che in una decina di minuti porta sulla terraferma. 
Durante l’estate ci sono alcune feste che animano i borghi dell’isola lunga e presso gli stand gastronomici si può mangiare dell’ottimo pesce. 
La Festa di Sant'Antonio si svolge il 12 giugno, quella di San Pietro in Volta dal 27 al 30 giugno, la Festa della Madonna dell'Apparizione è il 4 agosto mentre quella di Portosecco è dal 13 al 16 agosto.
L’autobus numero 11 fa anche servizio notturno per cui non ci sono problemi a tornare a Venezia anche sul tardi. 

Briccole
L’acquagranda del 12 novembre scorso ha messo in ginocchio l’isola, le attività e molte abitazioni hanno subito danni gravissimi, ma la gente di Pellestrina è tenace ed è storicamente abituata a fronteggiare il mare e le sue intemperanze. 
Trovate il tempo di farci un salto, di dedicarle un’intera giornata e lei saprà ripagarvi pienamente e sorprendervi con la sua bellezza.

Tramonto a Pellestrina