mercoledì 31 agosto 2016

- 15: la Credenziale


Ieri nella cassetta della posta ho finalmente trovato una busta proveniente dalla Diocesi di Gubbio; al suo interno c'era la Credenziale del Pellegrino per la Via di Francesco. L'aspettavo da un po' e alla fine è arrivata. La Credenziale è il "documento" di chi si mette in Cammino lungo uno dei percorsi spirituali che attraversano l'Italia e l'Europa, quello che porta su di se le testimonianze dei passaggi nei luoghi storici che si attraversano lungo il Cammino, i timbri rilasciati da accoglienze, ostelli, santuari ma anche bar e ristoranti convenzionati che offrono a coloro che camminano un trattamento di favore. La cosa più importante però è che questa specie di passaporto mistico consente al termine del Cammino di ottenere il Testimonium Peregrinationis, la pergamena che attesta l'avvenuto pellegrinaggio. Compagna fedele e silenziosa la Credenziale è soprattutto il tramite per entrare in contatto con le tante diverse realtà, religiose e non, che rendono ricca un'esperienza come questa. Il primo timbro lo metterò al Santuario della Verna, luogo di grande energia dove dormirò la notte del 14 e da cui partirò la mattina dopo per iniziare questa nuova, stimolante avventura.
Buon Cammino a tutti

lunedì 22 agosto 2016

Conto alla rovescia: -24


Ciao a tutte/tutti. Il conto alla rovescia per il nuovo Cammino è iniziato: il 14 settembre farò vela verso il Santuario della Verna dove dormirò, per partire il mattino dopo alla volta di Pieve Santo Stefano, prima tappa della Via di Francesco che mi vedrà impegnato fino al 1 di ottobre. Saranno 17 lunghi giorni passati sulle "montagne russe" dell'Umbria per un totale di 363 km. Il sentiero toccherà moltissimi borghi e città di questa splendida regione, fra cui Assisi, Gubbio, Foligno e Spoleto (solo per citarne alcuni) e io sono già in iper-eccitazione.
Ieri ho testato le nuove scarpe con una scarpinata di 10 km lungo la cresta del Montalbano e il giudizio è senza dubbio positivo. Sto continuando ad allenarmi quasi tutte le mattine per raggiungere forma (e peso) adeguati.
Le tappe, in sintesi, saranno queste:
15 settembre: La Verna - Pieve Santo Stefano
16 settembre: Pieve Santo Stefano - Passo di Viamaggio
17 settembre: Passo di Viamaggio - Sansepolcro
18 settembre: Sansepolcro - Città di Castello
19 settembre: Città di Castello - Pietralunga
20 settembre: Pietralunga - Gubbio
21 settembre: Gubbio - Biscina
22 settembre: Biscina - Assisi
23 settembre: Assisi - Foligno
24 settembre: Foligno - Trevi
25 settembre: Trevi - Spoleto
26 settembre: Spoleto - Macerino
27 settembre: Macerino - Collescipoli
28 settembre: Collescipoli - Stroncone
29 settembre: Stroncone - Greccio
30 settembre: Greccio - Rieti
1 ottobre: Rieti - Poggio Bustone
Lungo il percorso ho trovato il modo di unire l'utile al dilettevole programmando alcune presentazioni del mio libro sulla Via (mia) Francigena. Un paio di date sono ancora da confermare per cui avrete maggiori dettagli nei prossimi post.
Per ora è tutto, voi però restate sintonizzati.
Un abbraccio
A.

mercoledì 29 giugno 2016

La mia Francigena


Questo blog riprende vita dopo un anno di silenzio perché...di perché ce ne sono tanti, il primo è l'immagine qui sopra: ebbene si, il libro alla fine è uscito e dal 24 marzo sono in giro per l'Italia a presentarlo, con grande orgoglio se la devo dire tutta.
Il Cammino fatto lo scorso anno è stata un'esperienza bellissima e alla fine credo di aver trasmesso, attraverso queste pagine, tutte le emozioni provate lungo i 913 km della Via Francigena o almeno questo è ciò che trapela dai feedback ricevuti da chi lo ha letto e apprezzato.
A settembre riempirò nuovamente lo zaino e mi rimetterò in Cammino lungo la Via di Francesco, un itinerario meraviglioso che attraversa uno dei territori più belli di questo paese, l'Umbria. Sarà una cosa più breve, 17 giorni a salire e scendere colline e attraversare boschi ma toccherò borghi fantastici come Assisi, Gubbio, Foligno, Spoleto e molti altri e sarà anche un modo di fare un po' di promozione al libro, quando si dice unire l'utile al dilettevole.
Il racconto giornaliero di questa nuova avventura troverà posto nelle pagine di questo blog e spero sarete in tanti a seguirlo e a Camminare virtualmente con me; lo scorso anno ci siamo divertiti insieme, non vedo perché non rifarlo. Buon Cammino a tutti e a presto.
Vi voglio bene

mercoledì 22 luglio 2015

Roma, li ricordi e er testimonium

Come è difficile scrivere questo post sapedo che sarà l'ultimo, chiudere questo diario, questo Cammino che per me hanno significato veramente tanto. Sarei un bugiardo se dicessi di non essere contento di aver finito, di non dover più caricarmi gli 8/9 chili di zaino sulla schiena ogni mattina ma è tipico mio provare quella sorta di malinconica euforia alla fine di un'esperienza profonda e coinvolgente come questa, la stessa che avevo prima di partire, ricordate? Solo che allora tutto doveva ancora succedere, era il futuro mentre oggi, da quando ho attraversato il colonnato del Bernini, tutti i ricordi, le storie, gli incontri di questa avventura si sono sistemati docilmente in una scatola del reparto "passato" dove resteranno tranquilli, a riposare, per esere tirati fuori ogni tanto, rispolverati e ricordati.
Non la voglio fare lunga e smielata per cui, sotto con la cronaca.
La Cassia è meno trafficata la mattina presto e riesce ad apparire come una strada normale. 
Ne percorro un tratto poi la abbandono per la più familiare Via Trionfale. Cammino con prudenza, i marciapiedi sono entità fluttuanti, appaiono e scompaiono ma quando sbuco all'altezza del vecchio manicomio di Santa Maria della Pietà il percorso si stabilizza, si trasforma in cittadino e tutto diventa più semplice, almeno dal punto di vista logistico. Si, perché da quello emotivo si complica assai: io da queste parti ci sono cresciuto, le ho bazzicate per lunghi anni e il Cammino, neanche a farlo apposta, passa davanti a tanti dei luoghi che hanno segnato la mia adolescenza.
Piazza Walter Rossi è uno di quelli.
Io nel 77 avevo 12 anni ma quella storia me la ricordo bene, come mi ricordo la chiesetta dove Aldo Moro si fermava sempre per la messa mattutina e dove doveva andare anche la mattina in cui fu rapito (via Fani è proprio lì dietro). Sono passato davanti a Via Trionfale 5697, la prima casa che io ricordi, quella dove sono cresciuto, e poi la pineta dove si andava a giocare, il bivio per Lo Zodiaco, il curvone panoramico dove si andava a pomiciare (che peraltro non esiste più),  il chiosco delle grattachecche della Sora Maria con il suo fenomenale lemoncocco, le case degli amici e i mille altri singoli posti a cui è legato un ricordo, una sensazione. Insomma, la Francigena in quest'ultima tappa è diventata una specie di Viale dei ricordi e questo non ha fatto che accrescere quel magone che da stamattina si stava formando dentro me.

Ho finito la discesa e ho imboccato via Leone IV fino a piazza risorgimento, poi dritto fino al colonnato e dentro Piazza San Pietro. Sono entrato in basilica quando pensavo che non l'avrei fatto, ci sono stato appena 10 minuti, il tempo di fare qualche foto perché il raccoglimento, lì dentro, è possibile solo a tarda notte, quando la chiesa è vuota. Poi la lunga trafila per entrare in vaticano: perquisizione, documenti e finalmente arrivo davanti ad una porta dove mi attende un segretario che controlla la mia credenziale e poi mi lasciia ad aspettare fuori.
Mi sento strano, credo che sia per il fatto che mi aspettavo un prete o un frate e che la cosa della pergamena sarebbe avvenuta sotto i miei occhi. Passano pochi minuti e il segretario riappare e prima mi mostra il timbro finale sulla credenziale, poi mi porge il Testimonium. C'è il mio nome sopra, lo guardo di sfuggita poi saluto il tpo, lo ringrazio e me ne vado. Il tempo di uscire sul piazzale e parte il pianto, liberatorio e irrefrenabile; guardo ancora la pergamena con il mio nome e gli occhi si appannano. 
Sembrerà strano, lo so, ma è stato piu forte di me e comunque non freno mai questi momenti, anzi, li lascio andare: piangere fa bene, è catartico, butta fuori attraverso le lacrime, la cosa più pura al mondo,  i malesseri, le tensioni, le negatività accumulate e può essere espressione di gioia, di piacere intenso. Le donne lo sanno molto bene, sono molto più sensibili e molto più avanti di noi maschietti in molti settori, compreso questo.
Badate bene, non c'è nulla di mistico o religioso in tutto ciò, è lo stesso pianto che feci anni fa quando, dopo solo 15 giorni di cammino lungo l'Offa's Dike Path (il confine fra Galles e Inghilterra), svuotai la boccetta di acqua marina riempita alla partenza dalla costa nord nel mare della costa sud, a sancire la fine di quel Cammino.
È come chiudere un cerchio, dichiarare a se stessi di aver fatto un buo lavoro, di averlo portato a termine nei tempi e modi pattuiti; è un bel flusso di energia inarrestabile che fortifica e gratifica ed è una cosa bellissima.

Sono andato a riprendere il mio documento e il commesso mi ha guardato con un'espressione sorpresa. "Mi scusi, mi sono commosso" gli ho detto fra i singhiozzi e lui mi ha sorriso rispondendomi che non dovevo preoccuparmi; mi piace pensare che nelle mie larime abbia intravisto un barlume di quel flusso che mi stava attraversando.
Mi sono seduto sotto il colonnato e ho telefonato a Bea perché nessuno meglio di lei poteva comprendere il mio stato d'animo; con un tono allegro e gioioso mi ha detto le parole che volevo sentirmi dire e la ringrazio immensamente per questo.
Vorrei ringraziare anche quelli che hanno interagito con me e con questo Cammino, seguendo il blog, spulciando le foto, lasciando commenti e, perché no, anche scrivendo stupidaggini. Sapervi attenti e vicini mi ha fatto sentire meno solo in questo lungo viaggio e ve ne sono debitore.
Ora è il momento di riposarsi, di assaporare la soddisfazione, poi verrà il momento di trascrivere su carta tutte le esperienze e i ricordi , finché sono ancora freschi, di cercare di creare un diario di viaggio che sappia raccontare il Camminare come esperienza nel senso più ampio del termine, che suggerisca una nuova modalità di viaggiare e scoprire nuovi luoghi o di vederne alcuni già noti da un punto di vista completamente diverso, insomma un libro e non una guida che possa far capire lo spirito con cui ho affrontato la Via...ops... la Mia Francigena. Vi terrò aggiornati.
Per ora, fine delle trasmissioni. 
Buon Cammino a tutti.

martedì 21 luglio 2015

La penultima tappa e le scelte obbligate

Campagnano - La Storta, 20 km.
Stamattina ho spento la sveglia e...per la prima volta dal 9 giugno mi sono riaddormentato. 
Cosa è successo? Facile a dirsi: avevo quel misto di ansia, paura, reazione a sogni brutti che invece di svegliarmi mi ha fatto richiudere gli occhi come se questo potesse bastare a risparmiarmi la tappa di oggi.
La disavventura di ieri ha pesato, e tanto, sul mio morale e sulla mia concentrazione che, si sa,  già si abbassa di suo con l'approssimarsi del traguardo finale; è una vecchia legge di montagna che bisogna tenere nella giusta considerazione.
La tappa di oggi prevedeva asfalto fino a Formello e poi una serie di stradine e sterrati in campo aperto fino a La Storta. Ecco, la seconda parte mi inquietava e non poco, non volevo ritrovarmi nuovamente a dover affrontare situazioni rischiose per cui sono stato costretto a scelte obbligate.
Ma andiamo con ordine.
Mi sono messo in cammino che erano le 7 (vergognaaa) e ho affrontato il percorso con tutta la serenità di cui ero capace, con l'orecchio sempre teso a carpire il minimo accenno di scampanellio ovino o di latrato canino. L'asfalto, seppur non trafficato, mi dava sicurezza e i pochi latrati e abbai che sentivo venivano dalle numerose ville davanti a cui passavo e che avevano i cancelli rigorosamente chiusi.  Sono arrivato così al Santuario della Madonna del Sorbo, luogo bellissimo e pieno di pace dove ho fatto una sosta piacevolissima. 
Da li a Formello una sterrata in mezzo al bosco, luogo notoriamente avverso agli ovini. Ho incontrato invece un bellissimo esemplare di bue dalle grandi corna che si è fatto fotografare amabilmente.

Formello non la conoscevo, il mini borgo è assai bellino, con Palazzo Chigi (non quello famigerato) sede di un museo e della biblioteca e dell'attigua chiesa al cui interno, nella navata di destra c'è una linea sul pavimento con i segni zodiacali e sulla parete in fondo un buchino in cui il sole a una certa ora filtra andando a colpire il segno zodiacale "in corso". Insomma, sacro e profano, i love it.
Fuori dalla chiesa mi sono seduto e, guida + app alla mano, ho riflettuto sul da farsi. Le possibilità erano due: la vallata e i campi aperti pieni di insidie "animali" e la strada trafficata e senza marciapiede, piena di insidie "motorizzate".
Come dicevo prima alcune scelte sono praticamente obbligate e io ho scelto la strada. Dire che è stata un'esperienza traumatica anche questa è dire poco ma sempre meglio che camminare con l'angoscia di vedere dietro ogni angolo il muso di un Maremmano incazzato.

9 km possono essere infiniti, anche se ne hai fatti 4 di Via Emilia o 3 di Aurelia che sono più trafficate; non finiscono mai e con il sole a picco rischiano di farti impazzire. 
Appena arrivato a La Storta mi sono rifugiato nel primo Bar che ho trovato e mi sono messo al riparo nell'ultimo tavolino in fondo, per staccarmi il più possibile da quei 9 km infami.
Inutile dire che i sono trangugiato due chinotti.

A Roma mancano ora 14 km e non ho mai desiderato così tanto vedere il colonnato di Bernini. Tutte le strade portano a Roma.

lunedì 20 luglio 2015

E venne la tappa del gran terrore

Sutri - Campagnano, 28 km.
Mi chiedo come si fa, come è possibile e pure come ho fatto a uscirne sano e salvo,
ma partiamo dall'inizio.
Esco alla solita ora, attraverso Sutri dove tutti i bar sono già aperti, quasi un miracolo. Scendo all'anfiteatro e percorro con molta attenzione il km di Cassia che mi separa dalla via secondaria che tra noccioli e uliveti mi porta verso Monterosi. Poco prima di arrivarci ho il primo incontro col mondo ovino e suoi annessi canini. Li vedo sopraggiungere in fondo alla strada, mi fermo, mi giro e vedo sopraggiungere una macchina bianca; la fermo e chiedo al ragazzo che la guida di traghettarmi oltre il gregge, lui sorride e mi fa accomodare. Saranno venti, forse trenta metri rubati al sentiero ma per una giusta causa; credo che non facciano testo nel computo finale.
Riparto e in breve arrivo a Monterosi, faccio una breve sosta per mangiare due susine e bere un po' e riparto di slancio che non voglio arrivare troppo tardi: Caronte brucia la strada dietro me e stargli davanti è dura.

Percorro lo svincolo della Cassia che saggiamente è stato messo in sicurezza e poco dopo abbandono la consolare a doppia corsia e mi inoltro tra i campi. La sterrata è tranquilla, quasi completamente in piano, passa fra campi coltivati e qualche villetta fino a raggiungere una strada asfaltata. La attraverso e mi trovo davanti i basolati di una vecchia strada romana. Faccio una breve sosta per qualche foto, bevo e riparto per la famigerata Via Cascinone. Appena oltre una collinetta c'è il mio appuntamento col terrore.
Sento già il classico scampanio del gregge di pecore prima ancora di vederlo poi girola curva e mi appare. Il pastore non c'è e sembra non ci siano nemmeno i cani ma so che questo è impossibile. Per sicurezza abbandono la sterrata e mi allargo verso il campo opposto allontanandomi dagli ovini ed è allora che spuntano, prima due poi altri due, poi ancora, arrivano da ogni parte e in un attimo ce li ho tutti addosso. Ringhiano, abbaiano, mi danzano intorno, sbattono i loro musi contro le mie gambe. Io so come comportarmi, testa bassa, cammino lento, niente movimenti bruschi, bastoncini orizontali, senza guardarli ma mi caco sotto comunque. Mi "scortano" per
dieci minuti, i dieci minuti più lunghi della mia vita. Sembra un attimo ma provate a contarli, a sentirli: durano un'eternità. Poi, improvvisamente, come sono arrivati se ne vanno, mi lasciano andare. Io non mi giro, continuo a camminare del mio passo finché non arrivo ad incrociare una strada sterrata e lì posso ricominciare a respirare.

Cammino da quasi 900 km e non mi è mai successo, dico MAI, in tutto il Cammino di avere problemi come questo. Mi dispiace parlare male della mia regione (anche se ora vivo in Toscana) ma le tappe laziali della Via Francigena sono le peggiori in assoluto, a livello di manutenzione, di segnaletica, di sicurezza per non parlare dell'abbandono in cui versano alcuni borghi tipo Vetralla che avrebbero buone possibilità di attirare turismo e che amministrazioni più oculate, nel corso del tempo, avrebbero saputo tutelare e traformare in piccoli gioiellini come Sutri, vera perla isolata della Tuscia. Si sente la differenza lasciandosi Radicofani alle spalle; io l'ho sentita e lo dico con la morte nel cuore.
Sono uscito da questa brutta avventura ed ho percorso gli ultimi 6 km della tappa con le orecchie tese ad ogni tintinnio, ad ogni rumore, con la paura di trovarmi ancora circondato. Io amo i cani, sia chiaro, e non ne ho paura ma penso a chi invece può averne a chi, come me, fa questo cammino da solo e magari ha meno sangue freddo o non sa come comportarsi: qualcosa potrebbe andare storto e questo non può, non deve succedere.
Per la cronaca gli unici animali incontrati nell'ultimo tratto sono state delle bellissime e pacifiche mucche, quelle dalle corna lunghe, e le lucertole. Le mucche diventano l'animale totemico di oggi e chi mi conosce sa che anni fa, quando andavo a camminare nel selvaggio Galles o nelle solitarie brughiere inglesi ho avuto dei problemi con loro...ma questa è un'altra storia.
A Roma mancano 38,2 km. Domani mi sa che faccio la Cassia: meglio travolto da un Tir che dilaniato dai cani...si fa per dire.

domenica 19 luglio 2015

Le mosche, le nocchie e l'anticaglia bella

Vetralla - Sutri, 24 km.
Una tappa molto bella, non c'è che dire. 
Sono partito alle 5,30 da Vetralla cominciando con un lungo rettilineo in salita che avrebbe affossato chiunque... chiunque ma non me.
Arrivato in cima la strada spiana e attraversa un piccolo paese per poi diventare sterrata ed entrare in un bosco meraviglioso fatto di querce antichissime e altri alberi enormi. Il bosco è solo per pedoni e mountain bikers e camminarci è un vero piacere. 
Unica pecca del luogo l'elevatissimo numero di mosche presenti che, essendo io l'unico essere  umano nel giro di km, si accaniscono su di me, circondandomi il viso di un invadente e rumoroso svolazzare. Forse si tratta delle temutissime Mosche Vampiro, perché appena si
abbandona la dolce ombra degli alberi secolari e si esce su un grande prato assolato spariscono.
Poco dopo però, finito il prato e passato uno slargo con un paio di case, il bosco ricomincia e le mosche pure. Comunciano a saltarmi i nervi, mi immagino con una racchetta stermina insetti in mano a dar battaglia, mi vedo intento a intagliarmi un piccolo paletto di frassino (ma non so minimamente come è fatto un frassino), mi idealizzo con una mega lattina di raid (roba da tipo 25 litri) ma niente, loro non hanno nessuna paura
dell'immaginazione umana.
In mio soccorso arrivano nuovamente lo spazio aperto e il sole; il bosco è finito, laudamus.

Da qui in poi sono praticamente solo noccioli, campi e campi coltivati a nocchie. Sono bassi, larghi e fanno una di quelle ombre tentatrici che attirerebbe chiunque... chiunque ma non me. Tiro dritto poi improvvisamente dal nocciolame emergono dei ruderi: sono le torri d'Orlando. Due sono tombe romane e la terza è una torre che apparteneva ad una chiesa romanica che non esiste più, anticaglia d.o.c. insomma. Il luogo è molto suggestivo e il silenzio assoluto lo rende ancor più magico.
Da lì a Capranica è poco. Il borgo antico merita la visita per cui scelgo la "via alta" traversando il botgo da porta a porta.
Scendo per una riida scala fino ad un piazzale dove il sentiero riparte con una pendenza vertiginosa. Il caldo è arrivato e si sente ma a Sutri mancano solo 5 km e a testa bassa me li macino tutti. 
Sutri è un gioiellino, con l'anfiteatro scavato nel tufo, le chiesette e il delizioso borgo. Ci sono già stato ma ci tornerò nel pomeriggio per una passeggiata e qualche foto.
La tappa si conclude qui.

A Roma mancano 58,9 km. Sempre più vicino.

sabato 18 luglio 2015

Fra gli ulivi, i cani strani e i cani bradi

Viterbo - Vetralla, 18,3 km.i
Se fossi partito a maggio oggi avrei scelto la variante dei monti Cimini che mi avrebbe fatto risparmiare un giorno facendomi passare per dei luoghi che da ragazzo conoscevo bene. Invece sono partito nel giugno dell'estate più calda da 136 anni, record mondiale di sfiga applicata alla sentieristica per cui ho scelto Vetralla e ho fatto bene. Alle 9 quel simpaticone di Caronte già rompeva i cabbasisi con le sue botte di caldo e anche la minima salita risultava stancante oltremisura. Ma veniamo alla cronaca: alle 5,30 esco da Viterbo Porta Valle e mi avvio per una stradina stretta e solitaria.
Abbandono i miei sandali morti su un palo indicatore e osservo il minuto di silenzio che si concede ai valorosi e agli eroi: loro lo erano.

Poco più avanti arrivo ad un altare votivo dedicato ai SS. Martiri Ilario e Valentino; è lì che faccio la prima sosta, mangio due susine e bevo un po'.
Appena caricato lo zaino mi  dirigo verso la stradina su cui puntano isegnali e mi accorgo in sequenza che: 1 - la stradina è chiusa in fondo da un cancello 2 - fra me e il cancello c'è un enorme cane bianco 3 - oltre il cancello un cane nero medio sopraggiunge baldanzoso. 
Un rivolino di sudore mi scende lungo la schiena: ha tutta l'aria di un'imboscata.
Faccio un paio di passi in avanti e paradossalmente il grosso cane bianco si fa prendere dal panico e cerca di rientrare nel giardino di appartenenza da un buco scavato per terra. Il buco risulta troppo piccolo e così il bestione si arrampica sulla rete con sforzo immane e riesce a catapultarsi al di là, al sicuro. Lancia un ululato triste e prolungato e io rimango bssito. Mi giro nuovamente verso il cancello e scopro che, magicamente, il nero medio è al di qua (e da dove sia passato è tuttora un mistero). Mi avvicino a piccoli passi e quello, appena gli sono a due metri si infila nel buco sotto la rete, fa mulinare le zampe posteriori e sgaiattola dentro anche lui. Non so cosa pensare. Istintivamente mi giro a controllare  che alle mie spalle non ci sia un Velociraptor, che sia lui il motivo della fuga dei cani ma non c'è nessuno.

Raggiungo il cancello: chiuso, con catena e lucchetto. Poi vedo che il lato sinistro nasconde un minicancello, tiro il chiavistello e quello si apre: voilat, si passa, ma non si spiega il mistero del cane. Perché indagare?
La tomba etrusca trasformata in catacomba che si incontra poco dopo è ovviamente chiusa per cui proseguo per la mia strada che, sotto forma di sterrata,  da qui in poi segue passo passo la statale 204, gli passa sopra e sotto un paio di volte e alla fine la molla al suo destino. Prima di farlo però mi regala ben altri due incontri cinofili.
Il primo: quasi all'inizio si passa per una specie di tagliata etrusca e sento abbaiare molti cani; passo accanto ad una spaccatura dove una stradina gira e si infila e lì c'è il comitato di accoglienza. Sono 4 o 5 e mi guardano non proprio amichevolmente. Io tiro dritto veloce per sparire al più presto dalla loro vista; si sa, lontano dagli occhi... Funziona.
Secondo: pochi minuti dopo un rumore attira la mia attenzione, mi giro e un metro indietro c'è un cane bianco, senza collare che passeggia al mio fianco. Non sembra aggressivo ma non averlo sentito arrivare mi inquieta non poco. Ci facciamo piu di un km insieme e io già fantastico di essere stato adottato, del veterinario da trovare a Vetralla e tutto il resto lui invece ad un bivio con una madonnina decide di andar da solo e sceglie la destra, io, ovviamente, la Sinistra.

Il paesaggio cambia, si comincia a camminare fra degli oliveti bellissimi, si sale ma in ombra e quando si arriva in cima al crinale tira anche un po' di venticello. C'è un'area sosta esposta al sole ma non si sta poi così male e così bevo un altro po' e mi riposo. A fianco un rudere di casa svetta sulla cima della collina: è così malandato che sembra debba venir giù da un momento all'altro. 
Riparto in discesa, sbuco su una strada e ne faccio un pezzettino poi nuovamente su sterrata si risale, altri olivi, qualche vigna.
Da qui in poi la sterrata si stringe un po' e scende rapida fino a pasare un fosso asciutto; bisogna risalire ed è qui che ho l'ultimo incontro del giorno. Faccio una ripida curva, larga,  lo sguardo è basso e non lo vedo fino all'ultimo. È un maremmano, grande, molto grande, è disteso per terra e pare morto. Gli passo a due metri e lui alza la testa, ci guardiamo: il suo sguardo dice "fa così caldo che anche il solo pensare di abbaiare mi affatica" il mio dice
"L'attuale temperatura non mi consente di esserti di disturbo in alcun modo" e così lui si rimette a dormire e io passo. 
Venti minuti dopo sono a Vetralla, sano e salvo.

A Roma mancano 77 km. Bau.

venerdì 17 luglio 2015

Il Bagnaccio e la morte del sandalo amico.

Montefiascone - Viterbo, 18,7 km.
Un'altra tappa breve oggi, ma comunque intensa.
Saluto il lago di Bolsena che sono le 6 in punto: di nuovo quella meravigliosa follia cromatica fatta di luce e riflessi.
La strada scende ripida e improvvisamente diventa antica. Sono di nuovo sulla Cassia , quella vera, e ci rimango per un bel pezzo. È conservata benissimo e, l'ho già scritto ieri, trasmette vibrazioni intense, cariche di storia, di voci, di preghiere e di urla, di fatica e di gioia: insomma, una specie di sub woofer emotivo sparatp a cannone.
Ci si fanno le foto con gli altri pellegrini, ognuno vuole conservare una immagine del suo io pellegrino che cammina la storia.

Alla fine dell'ultimo basolo inizia la sterrata che fa un doppio slalom sotto la ferrovia e poi affronta la modesta salita di monte Iugo. Dalla cima si gode un bel panorama sulla campagna viterbese e c'è anche un'area sosta  da cui mi faccio tentare.
Scendo con calma, attraverso la strada provinciale della Commenda, molto trafficata, soprattutto da persone che pensano di stare ad Indianapolis; credo che l'incrocio necessiterebbe un bell'attraversamento pedonale, o un autovelox.
Proseguo dritto e dopo pochi minuti arrivo al Bagnaccio, storico luogo termale di fricchettona memoria ora risistemato ma in maniera spartana e non invasiva. Il post sul blog dell'organizzazione che lo cura diceva che sarebbe stato chiuso per una poco chiara ordinanza di non so chi. Appena mi avvicino però la prima cosa che vedo è una cuffia dai colori sgargianti con sotto una signora sugli anta spinti: è apertooooo!!!
Entro, lascio volentieri 5€, mi spoglio, metto costume e ciabattine e splash. L'acqua è calda, molto calda ma passato il primo momento di turbamento mi ci adagio e mi metto a fare il brodino.
Ora si, ora sono un vero pellegrino. Questo era un luogo dove anticamente i pellegrini trovavano ristoro e riposo grazie alle proprietà curative delle sue acque.
Anche stamattina la "clientela" era composta per lo più da over 60 tendenti ai  70. Non si faceva altro che parlare di chi voleva far chiudere il sito e tutti concordavano che dietro ci fosse lo zampino delle terme "ufficiali" di Viterbo a cui non va giù il successo che il Bagnaccio sta avendo e la sua politica decisamente low cost. Inoltre la zona è ricca di acque termali e solforose, molte delle quali su terreni privati. Immaginate voi se altre strutture modello Bagnaccio aprissero nella zona.....
Comunque, io alle terme dei papi ci sono stato una volta e fanno un po' caha (come si dice a Firenze).

Ho passato due belle ore a mollo passando da acqua calda, a caldissima, a fresca poi però mi son dovuto rivestire per ricominciare a camminare. Mancavano ancora 8 km a Viterbo e il caldo nella piana stava salendo.
Mi sono messo a testa bassa e li ho macinati, fermandomi solo un paio di volte sotto l'ombra di un pino per rifiatare un secondo.
Sulla via per Porta Fiorentina mi sono fermato in un centro commerciale per comprare un paio di sandali di salvataggio. Ebbene si, i miei gloriosi epici Teva, che mi hanno accompagnato per tanti anni in montagna ed in città, hanno ceduto alla forza del tempo e alle 4 tappe di Francigena che gli ho imposto nonostante la loro non più tenera età. 
Ieri sera, di ritorno dalla cena, hanno esalato il loro ultimo respiro rimanendo così, a suola spalancata. Lunga gloria a voi, compagni di mille avventure, non vi dimenticherò mai. Mai e poi mai.

Viterbo è bella (e fra poco andrò a farmi un giro) ma soprattuto segna un punto di svolta in questo Cammino, il passaggio alle 2 cifre.
A Roma mancano ora 95,3 km. Let the countdown begin.

giovedì 16 luglio 2015

Il Pellegrino Polveroso e la Cassia molto antica

Bolsena - Montefiascone, 18,2 km.
Già lo sapete, "Bolsena dorme ecc. ecc." e che ci posso fare se tocca uscire prestissimo per fregare Caronte. Comunque un bar aperto c'era e ho bissato la colazione, poi via, direzione Montefiascone.
Premetto subito che è una tappa breve ma in continuo saliscendi e alcuni dei "sali" sono anche tostarelli ma facendo così si raggiunge più dolcemente la quota finale.
La sterrata sale veloce, basta una macchina che passa senza rallentare e si ripristina immediatamente la condizione di P.P. "pellegrino polveroso" che poi è la costante delle ultime tappe.
Si cammina fra ulivi, vigne e ville affacciate sul lago; quest'ultimo, colpito appena dai primi raggi del sole nascente si colora in maniera surreale forse per un gioco di riflessi con i tenui colori pastello del cielo. È uno spettacolo.

Continuo il saliscendi stile montagne russe e a un certo punto raggiungo il bordo del cratere dove si apre un grande pratone e il sentiero spiana. Sento fin da lontano il belare di un gregge e, si sa, dove ci sono le pecore ci sono i cani. Sono proprio li, belle piazzate in mezzo a quell'ampia sterrata meglio nota come Via Francigena, indecise se spostarsi sul pascolo di destra o su quello di sinistra. Nessuna si muove, quindi, non essendoci nessuno da seguire, stanno ferme. I cagnoni già mi guardano "in cagnesco" (scusate, non ne ho potuto fare a meno) e io mi fermo. C'è quell'attesa sospesa fatta di sguardi come nei film di Sergio Leone; aspetto solo che un amplificatore celeste inizi a trasmettere "the armonica man" di Morricone e invece Cane 1 ha pietà di me e con un solo bau emesso ad arte riesce a far partire l'intero pecorame verso sinistra. Aspetto che ci sia la distanza regolamentare sancita dallo storico trattato Uomo - Maremmano e poi riprendo il Cammino.
Un chilometro scarso e si arriva in un vero bosco magico, quello di Turona; grossi ed alti alberi che regalano un'ombra favolosa e un silenzio profondo. C'è anche una fonte con acqua fresca e buona e ne approfitto per bagnare la testa e riempire la borraccia. 
Si riscende ma non di molto poi la sterrata resta in costa ma su un sasso e un albero ci sono grossi segni e frecce che indicano di scendere per un ripido sentierino. Ci sono degli spagnoli che avevo incontrato l'altro ieri che non sanno cosa fare così ci facciamo coraggio e scendiamo. 
La guida cartacea faceva menzione di una variante con guado annesso ed eccolo lì, davanti a noi. È il fosso di Arlena, un allegro e vispo torrentello con grosse pietre che dovrebbero facilitarne l'attraversamento. Detto così sembra tutto facile ma qualche perplessità sul dove e come ce l'abbiamo. Gli spagnoli si rivelano dei cacasotto e quindi tocca a me fare da apripista. 
Saltello su quei sassi con una leggiadria che mi sembro Carla Fracci e in tre secondi sono al di là. Riparto subito lasciando gli spagnoli al loro destino (tanto ormai hanno visto come si fa).

Il sentiero risale ripido per tornantini stretti stretti fino a sfogare in un campo con ulivi e vista lago. Lì mi aspetta la storia, quella vera: un tratto della Cassia Antica è sotto i miei piedi, con il suo basolato ben conservato e ancora al suo posto dopo più di duemila anni. San Francesco la percorse a piedi scalzi nel suo viaggio verso Firenze, io non oso togliermi gli scarponi ma la cammino con un rispetto enorme e con la consapevolezza di star vivendo un momento importante del mio viaggio, nel senso più ampio del termine.
Montefiascone si avvicina velocemente, si cammina in quota e tutto questo caldo non si sente. C'è tempo per incontrare l'animale totemico di oggi, l'equino cappottato.
Ero lì che mi apprestavo a fotografare quello che consideravo uno splendido esemplare di cavallo quando lui si accascia di botto e comincia a rotolarsi sulla schiena, esattamente come fa la Jessie, la mia splendida cagnetta. Ora, io non mi intendo molto di cavalli, ma questa cosa qui non l'ho mai vista e mi è sembrata veramente surreale. Il cavallo vince il premio simpatia e la nomina totemica.

Non c'è molto altro; la fonte del Sambuco, molto bellina con il suo salice e le sue panchine ma con un getto d'acqua pari a 1, è proprio alle porte di Montefiascone come la milestone con il numero 100 che mente sui km ancora da fare.
A Roma ne mancano 113,5. 
Hey, oh, let's go.

mercoledì 15 luglio 2015

Caronte, il lago e le susine a scrocco

Acquapendente - Bolsena, 22 km.
Caronte è arrivato, lo so. Lo sento appena apro gli occhi alle 4,30 e la stanza invece di essere fresca per la finestra rimasta aperta tutto la notte è già calda. Il cuscino è zuppo e ci sono piccole chiazze rosse: le zanzare si sono nutrite di me stanotte.
Mi lavo e mi vesto in fretta perché ormai ogni tappa è una corsa contro il tempo.
Alle 5,15 sono al bar per fare colazione e un quarto d'ora più tardi sono in Cammino.

C'è un po di Cassia da fare, non molta poi ci si butta fra i campi per una comodissima sterrata che attraversa terreni seminati a girasoli, a pannocchiame (chi si rivede) e a un po' di tutto. 
Ci sono due annaffiatori agricoli che irrorano anche il passaggio ma è un po troppo presto per una doccia gelata; aspetto che entrambi facciano il loro giro poi passo e vado oltre. C'è unbellissimo casale abbandonato che con i primi taggi del sole sembra ancora più cupo: magia della luce radente.

Arrivo a San Lorenzo Nuovo che è l'unico paese che si incontra oggi. C'è una piazza con delle panchine all'ombra e ne approfitto per fare una sosta. Riempio la borraccia con acqua fresca e mi guardo un po' intorno. È strano, sembra che dopo la piazza, in fondo alla strada non ci sia nulla, una sorta di vuoto cosmico. Siamo sul bordo del cratere vulcanico che ospita il lago di Bolsena, proprio in pizzo in pizzo e appena mi affaccio rimango sbalordito. Ci sono stato, forse un paio di volte, ma non me lo ricordavo così grande, con le isolette e tutto il resto. Rimango ad osservarlo inebetito fino a quando un vecchietto mi si avvicina e mi fa "ma non si vergogna a camminare con questo caldo?"
Vengo improvvisamente rapito dal mio momento di estasi e ricatapultato nella mia condizione di pellegrino.
Bisogna ripartire, sento il caldo fiato di quel gran carognone del nocchiero addosso.

Un chilometro di Cassia poi di nuovo per boschi e campi. Il sentiero sale e scende ma lo fa dolcemente e c'è tanta bella ombra a mitigare il bollore. 
Gli scorci che si aprono di tanto in tanto sul lago laggiù rendono il Cammino assai più facile; ci sono delle belle panchine all'ombra qui e là e ad un certo punto spunta fuori anche una bella fonte di acqua freschissima che non era segnalata e che rinfranca spirito, gola e pure testa (una bella doccetta quando ce vò ce vò).

Poco dopo, mentre sono lì che cammino guardando il sentiero i miei occhi incontrano una susina, piccola, rossa; alzo lo sguardo e vedo un albero di cui nessuno si prende cura se non la natura stessa che lo fa crescere rigoglioso e pieno di frutti. Allungo una mano e colgo la prima susina che mi capita a tiro. La strofino ben bene sulla canottiera e me laschiaffo tutta intera in bocca. Rintocchi di campane, esplosioni di fuochi artificiali, cori da stadio: tutto questo nella mia testa ovviamente, per sancire la maestosità di gusto di quel piccolo frutto.
Inutile dire che faccio razzia dei rami più bassi, dubito che qualcuno avrà qualcosa da ridire.

Ho appena gettato l'ultimo seme nel prato quando le mie orecchie percepiscono un suono familiare. Alzo nuovamente gli occhi a scrutare il cielo ed eccolo là, l'animale totemico di oggi,  un bel falco che gira in tondo alla ricerca della preda. Lancia il suo verso, quasi un fischio, acuto e penetrante e io rimango incantato ad osservare le sue evoluzioni, il suo cavalcare il vento senza un battito d'ali. Faccio anche un po' il tifo per il coniglietto, sua preda naturale ma in fondo è la natura ed è così che deve essere.
Ho una stanzetta riservata in un ostello che si proclama a pochi passi dalla Francigena. Ecco, vorrei aprire qui ora, con voi, un dibattito sul tema: interpretazioni del termine Pochi Passi e sue possibili conseguenze.
I P.P. in questo caso equivalgono a 1 km abbondante di ripida sterrata sabbiosa. Sembra ci provino gusto da queste parti a concludere le tappe con una salita di Golgotiana memoria.
Metto il turbo e brucio tutte le energie ma quando arrivo su capisco che il gioco vale la candela. C'è una vista da quassù che lascia senza parole e poi pare sarò l'unico ospite per stanotte e questo è un bene. La solitudine, quando sono in posti così, mi esalta.

È presto, neanche le 11,30. Doccia, bucato, peschenoci, ghiaccio sulla caviglia (che va molto meglio) ed ora ricca, ricchissima pennica.
A Roma mancano 127,9 km e tutto va bene. Ciao e miao.

martedì 14 luglio 2015

I dolori del piede e la salita infame

Radicofani - Acquapendente, 24 km?
Metto il punto interrogativo perché non lo so quanti chilometri ho fatto veramente: la guida diceva 23, la App 24 e io ho dato retta alla App (che sarà mai un chilometro in più). Si vedeva già confrontando la cartina che qualcosa non quadrava ma, come si dice, è inutile piangere sul latte versato. Non polemizziamo e via con la cronaca.
Esco alle 5,30, Radicofani dorme. C'è già un minimo di luce e in lontananza vedo tre figure zaino munite che mi precedono. La discesa è tutta su sterrata, giù, lungo un bellissimo crinale che emerge dalla nebbia che riempie la valle a destra e a sinistra. Appena il sole fa capolino lo spettacolo ha inizio: fantasmagorici contrasti di colore, di luce ed ombra, emersioni suggestive di alberi e ruderi da quel mare di orzata che riempie tutto il circostante. Non faccio che fermarmi e scattare foto e questo non va bene ma come resistere? Come???
Sono buoni 7 km fino a Ponte a Rigo, villaggio inesistente fatto di una chiesetta assurda (sembra più un capannone industriale), un bar (che timbra la credenziale) e tre case di numero. La Cassia comincia a popolarsi lentamente per cui prendo un rapido caffè ed esco lasciandomi alle spalle un nutrito gruppo di pellegrini spagnoli caciaroni.

Dopo un km di Cassia si prende una strada a sinistra e il traffico si riduce del 99%.
Quando poi si abbandona anche questa per una sterrata il traffico cessa di esistere. Passo attraverso una valle larga e piatta piena di balle di fieno e girasoli: sono in brodo di giuggiole, la mia Nikon pure. 
Sarebbe tutto meraviglioso se il mio piede sinistro (quello martoriato dalle storte e torturato dalle ortiche) non incominciasse a lanciare segnali di allarme, bip bip bip. Il bip del piede va ascoltato e capito subito, altrimenti si rischia grosso.
Mi siedo per terra all'ombra di un albero e analizzo il sandalo: è ai minimi termini, ha dato quasi tutto quello che aveva da dare e, vista la sua età, è già un miracolo che non si sia rotto. È giunto il momento di far entrare in azione le scarpe comprate a Siena.

Riparto con la difficoltà che si ha indossando una qualunque scarpa nuova ma devo dire che il tempo di adattamento è più breve del previsto.
La sterrata prosegue salendo e percorre un bel crinale con viste mozzafiato sulla campagna dell'alta Tuscia Viterbese. In lontananza scorgo Proceno, piccolo paese arroccato che sarà la mia prossima sosta. Devo liberare i piedi e farli raffreddare perché il dolorino sotto la pianta non è scemato. Arrivo al bar sulla piazza centrale, mi siedo a un tavolino, mi tolgo gli scarponi e i calzini (nessun ferito) ed entro a piedi nudi neanche fossi a Stromboli.
Mi sparo due chinotti e mi prendo il tempo per fare un po' di editing alle foto e schiaffarle sui social. 
Acquapendente è a soli 6 km e ci vorrà poco più di un'ora.

Quando il piede mi dà l'ok riparto con grinta e scendo rapido prima su strada poi per un sentiero poco curato e gonfio di rovi fino ad arrivare di nuovo su asfalto e da qui, poco dopo, sulla Cassia. 
Ci sono due possibilità: 4 km di Consolare in dolce salita o la "direttissima", 2 km di salita infame con pendenze a tratti proibitive: vado per il Gran Premio della Montagna. Fortunatamente ci sono molti alberi e il sole trova poco spazio per venire a funestare il mio Cammino. 
Sono stanco, faccio fatica, sento la faccia accartocciarsi intutte le smorfie del catalogo sofferenza; a un certo punto mi fermo a bere e divoro in un nanosecondo una barretta gusto cioccolato mezza squagliata e così, bello dopato, faccio gli ultimi 500 metri ed entro ad Acquapendente, ignaro della reale entità del mio camminare.

Animale totemico di oggi: la mucca bianca vulgaris. Non per particolari meriti ma perché è l'unico animale che ho visto. Si sa, alle mucche piace vincere facile.
A Roma mancano 147,9 km.
San Ferreolo veglia sulle mie appendici inferiori.

lunedì 13 luglio 2015

Ghino di Tacco e i grilli grulli

San Quirico d'Orcia - Radicofani, 30 km.
Sulla carta era una tappa difficile, sia per i tanti chilometri che per la salita finale alla rocca di Radicofani: lo è stata.
Sono partito alle 5 precise, fuori era buio a parte un leggero rossore verso est; la strada bianca fino a Vignoni Alta è spettacolare come vedere la Val d'Orcia colorarsi lentamente con il sorgere del sole. Il borghetto è silenzioso quasi sempre ma stamane c'era da spaventarsi ad ascoltare quel "nulla". Un buon ritiro, sarebbe il luogo ideale: no bar, no ristorante, no negozio, zero.

Scendo a Bagno Vignoni e sulla strada c'è un cucciolo di cinghiale morto, sicuramente investito da una macchina; mi si stringe il cuore come per tutti gli uccellini, serpenti, topini e rospi che ho visto morti e travolti sulle strade di questo lungo, lungo Cammino.
Bagno Vignoni è il gioiello di sempre con la sua vasca borbottante; non ci sono i turisti che di solito la affollano e vi assicuro che è molto meglio. 
Posso goderne poco, ahimè, Ghino aspetta, la sua torre è lì in fondo, lontano, che mi sfida con la sua maestosità e io non posso tirarmi indietro.

Fino a Gallina è tutta Cassia ma grosso traffico non c'è. Con me camminano Francesca, sessantenne svizzera e un italiano di Bolzano. Facciamo il gioco dell'elastico fino al bar dove si abbandona la strada per la sterrata. Li loro si fermano a mangiare qualcosa e io continuo in solitaria perché le grosse sfide si affrontano così.
La sterrata si trasforma presto in strada abbandonata: è un tratto di Cassia dismessa il cui asfalto è grinzoso e bitorzoluto come la pelle di un dinosauro. Sale leggermente ma è ancora presto e il caldo è lieve e tira anche un po di vento. Ai lati i magnifici scenari della valle con i casali, i campi coltivati e gli alberi solitari.
Si sbuca infine sulla Cassia attuale e ad una pompa di benzina scambio due chiacchere con un nibelungo alto due metri, vestito da militare e con uno zaino gigantesco che sta facendo la Francigena da Roma a salire. Ci scambiamo un paio di dritte e poi via.
In realtà mi rifermo quasi subito: il sentiero passa lungo il fiume Paglia e le sue acque limpide. Non mi faccio sfuggire l'occasione, sfilo i sandali e metto i piedi a mollo; immediatamente un gruppo di pesciolini curiosi vengono a fare conoscenza con le mie appendici inferiori. Non sono loro però gli animali totemici di oggi bensì i Grilli Grulli che affollano il sentiero che comincia a salire e che saltando al mio arrivo si scontrano fra di loro come se pogassero, grilli punk del fiume Paglia, un super numero da circo.
Il sentiero ridiventa sterrata e aumenta la pendenza; ci siamo, da qui in avanti non si scherza più. Esco su strada e mi rifocillo per lo strappo finale.
Stringo i denti e stabilizzo il ritmo, bisogna andar su con cautela o si rischia il crollo. La torre è lì, la vedo ma ad ogni curva sembra che si sia spostata un po' più in là in una specie di rimpiattino crudele.
Sbuffo, il caldo cerca di fermarmi ma io ho in testa la marcia di Radetzki e non c'è nulla che possa ostacolarmi.
100 metri, altri 100 e così via, la strada sale ma alla fine arriva al bivio e da lì al centro del borgo sono pochi metri (comunque in salita). 
Gli alberi ricoprono tutto dando un piacevole senso di frescura ed anche il vento sale di giri ed è così che sconfiggo Ghino di Tacco e conquisto Radicofani.

Ghino era una specie di Robin Hood nostrano ma per questo vi rimando a wikipedia.
Dalla torre vedo dove ero ieri e dove sarò domani e un sacco di altre cose: è la magia di questo luogo, 360° di panorama mozzafiato.
A Roma mancano 171,7 km e domani si scende.