mercoledì 27 novembre 2019

Pellestrina: su e giù per l’isola lunga


Uno dei pennelli di Pellestrina
Negli ultimi due decenni il modo di viaggiare e di visitare mete turistiche ha subito una profonda trasformazione; la possibilità di trovare voli a prezzi stracciati soprattutto se prenotati con largo anticipo, ha cambiato il modo di fare turismo e portato le persone a puntare su soggiorni mordi e fuggi soprattutto nelle città d’arte e nelle capitali europee. La velocità con cui ci si relaziona con luoghi sconosciuti è lo specchio, ahimè, di un impoverimento culturale sempre più diffuso, di una superficialità che dà solo l’illusione di aver visitato una città; è come se si dovessero mettere più bandierine possibile su un’ipotetica mappa dei luoghi agognati, dire a tutti i costi di esserci stati pur avendoli solo assaggiati.
L’Italia ha un patrimonio culturale immenso e città come Roma, Firenze e Napoli (solo per dirne alcune), meriterebbero di essere scoperte e vissute con soggiorni più lunghi. Venezia non è da meno e asserire di averla visitata in solo due o tre giorni è come dire di aver letto Guerra e pace dopo aver dato una scorsa alla prima pagina, perché oltre ai musei, alle chiese, alle mostre e ai palazzi storici, la sua laguna ha da offrire molto a chi voglia realmente approfondire.
Burano, Torcello, Murano, Sant’Erasmo e il Lido, sono isole ricche di fascino e tesori ma per me che amo la solitudine e le lunghe passeggiate invernali al mare, Pellestrina è sicuramente il luogo ideale.

Cabin estivo
Ho ribattezzato questa lingua di terra l’isola lunga, perché si estende per undici chilometri fra Alberoni (estremità sud del Lido) e Chioggia, ma anche il termine strettale calza a pennello visto la sua larghezza: 23 metri nel punto più sottile e 1,2 chilometri in quello più ampio.
Per raggiungerla bisogna arrivare al Lido e da lì prendere l’autobus numero 11 che, dopo aver superato lo splendido borgo di Malamocco, raggiunge l’imbarcadero del ferry boat da cui si fa dare un breve passaggio per rimettere giù le ruote a Santa Maria del mare. 
Qui sta a voi decidere come procedere: potete proseguire la corsa lungo la strada comunale dei Murazzi che tocca il borgo di San Pietro in Volta, la frazione di Portosecco fino ad arrivare al paese di Pellestrina, esattamente dall’altra parte dell’isola, o cominciare a camminare subito. 
I due lati, quello affacciato sulla laguna e quello rivolto al mare, sono le due facce di un’unica meravigliosa medaglia, profondamente diverse ma inscindibili.
Personalmente, amo percorrere la spiaggia di mattina e tornare indietro sull’altro lato attraversando i due borghi e ammirando il tramonto, magari con uno spritz al Select in mano ed è proprio di questo giro che voglio raccontarvi.

Pescatore di bevarasse
Tronchi portati dal mare
Partire presto è fondamentale per godere appieno della giornata, soprattutto in inverno, quando il sole va giù presto. I chilometri sono parecchi, una ventina all’incirca, e la fretta, si sa, è il peggior nemico del viandante.
Scendete alla prima fermata del bus e prendete la scala che vi porta in cima alla massicciata dei murazzi, infilatevi nel primo passaggio disponibile, attraversate la sottile macchia di vegetazione e guadagnerete la spiaggia. 
In un tempo non troppo lontano non esisteva, l’erosione l’aveva cancellata, spazzata via onda dopo onda e c’erano solo grossi sassi ammassati che tenevano a bada il mare durante le mareggiate e quando l’Adriatico si metteva in testa di invadere a forza la laguna trasformandosi in acqua alta, un’abitudine che non ha mai perso, come forse avrete letto nell’articolo precedente.
La costruzione dei Pennelli, lingue di cemento circondate da grosse pietre che si spingono per una ventina di metri verso il mare, ha permesso alla sabbia di tornare, depositarsi e rimanere protetta creando un arenile vasto, dove gli abitanti dell’isola trovano pace e relax durante l’estate.
Io la trovo d’inverno, quando sono spesso l’unico essere umano presente o incontro soltanto qualcuno che fa sgambare il cane o un pescatore che, immerso fino alla vita nel mare, tira su le bevarasse con l’apposito strumento, una sorta di rastrello dotato di una rete che viene trascinato lungo il fondale. 
Le bevarasse sono delle piccole vongole, note altrove come lupini, e si usano per condire la pasta, soprattutto gli spaghetti.

Compagnia mangia e bevi
Polipi di plastica
Camminando, gli occhi sono liberi di spaziare verso l’orizzonte ma anche di cercare tesori, quelli portati dalla corrente e abbandonati sulla sabbia. Non si tratta di perle o gioielli, tantomeno di oro scintillante, più che altro sono scoasse, un termine che in veneziano indica i rifiuti, la spazzatura, ma come diceva il compianto Robin Williams in una scena di quel film capolavoro che è La leggenda del re pescatore: «A volte si trovano cose bellissime nella spazzatura».
Io per esempio l’anno scorso ho trovato un paletto giallo lungo una settantina di centimetri che mi ricordava tantissimo una grossa matita e che ora è in fase di restauro grazie alle abili mani di un mio caro amico; ho recuperato anche il piccolo teschio di un cane, minuti pezzi di legno dalle forme bizzarre e ovviamente tante conchiglie. Non torno quasi mai a mani vuote da una delle mie scarpinate, e quelle rare volte che la borsa non si riempie, sono gli occhi ad arricchirsi perché il paesaggio può essere sorprendente.
I residenti sono soliti tirar su piccole costruzioni spartane con i tronchi degli alberi portati a riva dal mare, quelli ormai senza corteccia e con il legno levigato da anni di correnti e salsedine; sono ripari ingegnosi che d’estate offrono ombra a chi passa la giornata in spiaggia grazie a teli stesi come soffitti impalpabili. C’è chi usa vecchie tavole e sedie dismesse ma ancora capaci di sostenere una persona, per allestire tavolate su cui consumare i pasti, giocare a carte e financo a scacchi.
I più estrosi addobbano questi cabin improvvisati nei modi più disparati, appendendo rosari di conchiglie, buffi polipi ricavati da bottiglie di plastica che ondeggiano al vento e scrivendo frasi divertenti che in qualche modo certificano la proprietà e le peculiarità di quel singolo rifugio. D’estate sono vivi e colorati mentre d’inverno hanno un aspetto un po’ spettrale, quello di villaggi abbandonati degni di un libro dell’orrore; alcuni collassano sotto il peso del vento e delle mareggiate, diventano cataste informi, pronte però a essere ricostruite con tenacia nella primavera successiva. 
Molti dei tronchi che non sono usati, rimangono come ornamento ai tratti di spiaggia fra un pennello e l’altro; hanno forme singolari, radici contorte e, nella mia galoppante fantasia, assumono le sembianze di strani animali, ma più che un bestiario ricordano i miti di Cthulhu partoriti dalla fervida mente di H. P. Lovecraft. È la mia personalissima e ipotetica mitologia lagunare, fatta di creature schive che tendono a camuffarsi, a insabbiarsi, nascondendosi agli occhi indiscreti di chi cammina e rimanendo immobili come se fossero morti. 
Sovrani indiscussi di questa surreale fauna sono i galleggianti che sono usati per l’allevamento delle cozze; molti di loro riescono a liberarsi dal giogo umano, nuotano per un po’ in mare aperto e finiscono per guadagnare la riva e la libertà. Sono blu, gialli, rossi e i loro dorsi riempiono di colore la sabbia come puntini gioiosi, donando un seducente tocco pittorico a un paesaggio che, di per sé, già sembra un dipinto. 

Galleggianti insabbiati
Mitologia lagunare
I pennelli si succedono uno dopo l’altro come un contachilometri trasversale, finché non si arriva in un punto dove la spiaggia tende a sparire e, se la marea è alta, lo fa del tutto. Si può continuare a camminare oltre i massi, sorvegliati dall’imponenza del ponteggio rosso dell’ACTV che serve a sollevare i vaporetti in riparazione ma che ricorda in modo impressionante un santuario giapponese, poi si arriva finalmente al borgo di Pellestrina.
Qui, se il passo è stato veloce, le energie sono ancora fresche e si ha parecchio tempo a disposizione, si può costeggiare il piccolo cimitero e seguire i murazzi fino a Ca’ Roman. Questo lembo di terra, un tempo separata dal resto dell’isola, nel 1911 è stata unita da una sottile barriera fatta in pietra d’Istria (la diga foranea); quest’area di cinquanta ettari è una vera e propria oasi faunistica, dove trovano pace e nidificano quasi 200 specie di uccelli, fra cui il martin pescatore, il falco pellegrino e, nei periodi estivi, il gruccione (dai colori sgargianti), il tenero assiolo e il fantomatico succiacapre, un volatile frainteso per lungo tempo.

Diga foranea
Bunker a Ca' Roman
Qui la spiaggia ha subito, nel corso degli ultimi cento anni, una straordinaria trasformazione, crescendo in larghezza e arricchendosi di una rigogliosa macchia boschiva lunga qualche centinaio di metri. Questa perla bisogna guadagnarsela percorrendo a piedi la lunga diga, ma la fatica sarà ampiamente ripagata dal paesaggio e dall’incanto sonoro generato dal rumore del vento e dai richiami degli uccelli.
Purtroppo i lavori del Mose, vera e propria truffa perpetrata ai danni dei veneziani, hanno rubato a questo splendido luogo tre ettari che non gli verranno mai restituiti. 
All’interno del bosco di pini, si trovano alcuni bunker risalenti alla seconda guerra mondiale che un tempo presidiavano l’accesso alla laguna e che ora, proprio grazie all’espansione dell’area, emergono dalla fitta vegetazione come grigi fantasmi di un periodo triste e buio della storia recente. 
Sul lato della laguna è possibile vedere invece la fortificazione nota come Ottagono di Ca’ Roman, risalente alla seconda metà del 1500; era uno dei due maschi costruiti a difesa del porto di Chioggia e ora giace in stato di abbandono.
Molte sono le fortificazioni militari presenti su questa lunga lingua di terra e possono essere visitate, rigorosamente dall’esterno, sulla via del ritorno.

Paesaggio sospeso
Paesaggio sospeso
Ritornati a Pellestrina, ci si infila nelle piccole calli del borgo e si comincia a seguire il percorso che si snoda sul lato interno dell’isola. Se non vi siete portati i panini, qui troverete alcuni ristorantini in cui potrete assaggiare ottime specialità di pesce come le schie, l’anguilla e le seppie, ma anche fantastici antipasti di cannocchie e cappesante, pasticci di pesce, seppioline in umido, fritture e grigliate sublimi accompagnate da verdure coltivate negli orti della laguna.
Ci sono anche un paio di bar dove potrete farvi confortare da spritz e cicchetti. Io di solito sono per l’autoproduzione culinaria e per mangiare sulla spiaggia un paio di panini, ma una volta sono stato all’Osteria la Rosa con una mia amica e ne serbo un bel ricordo.
A ora di pranzo, sul limitar della riva, non è difficile vedere gli abitanti di Pellestrina cuocere il pesce in barbecue improvvisati, spesso ricavati da vecchi cestelli di lavatrici; il profumo che si espande tutto intorno può essere una tortura per chi, colto da languorini vari, si trovi a passare di là. Nel primo pomeriggio invece, potrete vedere le donne sedute fuori dagli usci intente a far quattro ciacole e realizzare merletti al tombolo (che qui si chiama balon), una specie di cuscino cilindrico imbottito di paglia, o i vecchi pescatori stendere le reti e le nasse nelle aiuole o nelle piazzette deserte per aggiustarle. Chiacchierare con loro e ascoltare storie di mareggiate e di pescherecci in balia delle onde può essere una bellissima esperienza, quello che si dice del tempo investito bene. Una volta mi hanno offerto un caffè versandomelo da un thermos, e quella mezz’ora in loro compagnia è uno dei ricordi più belli che ho delle mie spedizioni esplorative sull’isola lunga. 

Pescatore che ripara le nasse
Le case di San Pietro in Volta
Le case dei borghi rispecchiano il tipico stile veneziano, piccole e colorate e passeggiare con calma lungo la riva può essere bellissimo, soprattutto in alcune giornate, quelle in cui il vento sembra andare in letargo e le poche nuvole sono sapientemente pennellate; l’acqua sembra diventare immobile, l’orizzonte perde di consistenza e le piccole barche ormeggiate, le briccole e i casoni da pesca sembrano galleggiare, sospesi in una sorta di paesaggio liquido. Basta il transito di un motoscafo a rompere questo incanto, ma a ora di pranzo sono tutti a tavola e la navigazione è praticamente inesistente e si può rimanere estasiati a guardare verso quell’azzurro infinito, fin quasi a perdere il senso del tempo oltre a quello dello spazio. Difficilmente assisterete a questo spettacolo di mattina, ed è per questo motivo che è meglio tornare indietro da questo lato, per questo e per il tramonto. 
Il sole scendendo allunga le ombre, accarezza ogni cosa e tinge d’oro l’acqua; si cammina dandogli le spalle ma è inevitabile girarsi ogni tanto a osservarlo mentre, come un esperto pittore, dipinge il cielo di colori sempre più caldi lasciando che il blu intenso su in alto, gli faccia da coperta. 
Bisogna aggirare il finto tempio giapponese perché in quella zona camminare lungo costa non è consentito, ma si rientra subito, seguendo la riva di San Pietro in Volta le cui ultime case in fondo si affacciano sulla laguna; i loro colori, accesi dal sole sempre più basso, contrastano con l’azzurro scuro della laguna lasciando senza parole chi le guarda.
Sono gli ultimi fuochi di una giornata lunga e intensa che si conclude all’imbarcadero  di Santa Maria del Mare, dove il ferry boat è pronto a riportare uomini e macchine ad Alberoni. Il sole è prossimo al tuffo che conclude il suo ciclo giornaliero e vedere il crepuscolo dalla terrazza superiore di questa grossa imbarcazione è solo la ciliegina finale di un’ottima torta.

Il ponteggio dell'ACTV
Casone da pesca
Poche note conclusive. 
Il nome Pellestrina potrebbe derivare da quello del generale romano Filisto che fece scavare dei canali (le fossae Philistinae) per mettere in comunicazione l'Adige e la Laguna Veneta, ma c’è anche chi ipotizza che il toponimo derivi da pelle strana, come quella dei pescatori che la abitavano e che erano costretti a lavorare tutto il giorno in barca. 
Per gli amanti delle due ruote, tutto l’anno è possibile noleggiare le biciclette davanti all’imbarcadero del Lido, pedalare fino ad Alberoni, imbarcare il mezzo sulla nave e visitare Pellestrina più velocemente, anche se pedalare sulla spiaggia è veramente poco pratico se non impossibile. Il percorso ciclabile è ben segnalato da degli appositi cartelli e conduce fino al cimitero; da lì si può proseguire fino a Ca’ Roman pedalando sulla diga, mentre chi volesse fare un salto a Chioggia, che merita una visita, può legare la bici e imbarcarsi nel vaporetto che in una decina di minuti porta sulla terraferma. 
Durante l’estate ci sono alcune feste che animano i borghi dell’isola lunga e presso gli stand gastronomici si può mangiare dell’ottimo pesce. 
La Festa di Sant'Antonio si svolge il 12 giugno, quella di San Pietro in Volta dal 27 al 30 giugno, la Festa della Madonna dell'Apparizione è il 4 agosto mentre quella di Portosecco è dal 13 al 16 agosto.
L’autobus numero 11 fa anche servizio notturno per cui non ci sono problemi a tornare a Venezia anche sul tardi. 

Briccole
L’acquagranda del 12 novembre scorso ha messo in ginocchio l’isola, le attività e molte abitazioni hanno subito danni gravissimi, ma la gente di Pellestrina è tenace ed è storicamente abituata a fronteggiare il mare e le sue intemperanze. 
Trovate il tempo di farci un salto, di dedicarle un’intera giornata e lei saprà ripagarvi pienamente e sorprendervi con la sua bellezza.

Tramonto a Pellestrina

mercoledì 20 novembre 2019

Duri i banchi

La marea a Riva degli Schiavoni
Duri i banchi, tenete duro: questa frase risuona nelle calli e nei campi, è sussurrata nei pochi bar aperti, rimbalza sulle pagine social di chi vive a Venezia, pervade l’aria e ricopre la città, esattamente come l’acqua.
Quello che è successo martedì 12 novembre è stato straordinario, nell’accezione più pura del termine: fuori dall’ordinario. Vedere il tranquillo Rio de S. Ana trasformarsi in un fiume fuori giri, argine e controllo, osservarlo aggredire brutalmente via Garibaldi e mordere i suoi lati come uno squalo affamato è stato qualcosa di spaventoso, d’intollerabile. Prendere coscienza dei danni il giorno dopo è stato anche peggio.

La calle invasa dall'acqua
Da quando ho scelto questa città come tana, ho imparato a conviverci, ho capito molte delle sue regole e alcuni dei meccanismi che ne governano l’esistenza e la sopravvivenza. Quando decidi di vivere parte del tuo tempo in un nuovo luogo, devi necessariamente armonizzartici, accettare tutti gli aspetti del suo carattere, anche quelli più intransigenti; in questi anni, io e Venezia siamo diventati più complici, ci capiamo meglio ed io sento di amarla ancora di più, anche nei momenti di difficoltà. 
Nonostante la mia frequentazione di Venezia sia di lunga data, il battesimo dell’acqua alta l’ho avuto lo scorso anno, il 29 ottobre, quando ho sentito per la prima volta cantare la sirena: era tardi, poco prima di mezzanotte e un suono che ricordava quello sentito in tanti film sulla guerra, Roma città aperta per dirne uno, era risuonato nel silenzio delle calli come un muggito lamentoso e triste, poi erano partite le note. Quattro toni crescenti scanditi da una piccola pausa avevano fatto vibrare tutta la città portando un messaggio ed io mi ero sentito per un attimo una comparsa di Incontri ravvicinati del terzo tipo: davanti a me non c’era un’astronave ma una città bellissima, le sue luci fioche, le sue notti silenziose. 
Il livello dell’acqua si fermò a un centimetro dalla soglia della mia casa, appena sotto il gradino, quota 156 cm sul medio-mare. Lo so, sembra un termine preso dalla saga della Torre Nera di Stephen King ma il medio-mare non è uno dei tanti mari possibili, è lo zero mareografico registrato dalla stazione idrografica di Punta della Salute; le sue variazioni sono sintomo di maree (sostenuta, molto sostenuta ed eccezionale) e sono loro a dar vita ai toni musicali e a molto altro.

Acqua alta
L’acqua alta – in questo caso acqua granda– è un fenomeno molto complesso, generato da un insieme di fattori quali la fase lunare, i venti, le condizioni metereologiche, i campi barici e tanti altri. Spiegare in poche parole la complessità di questo evento è praticamente impossibile ma potete approfondire la questione curiosando sul web; posso dirvi che quel martedì notte, allo scirocco che, come d’abitudine, soffiava impietoso da sud spingendo l’Adriatico verso il suo punto terminale, si è aggiunta la bora che ha rinforzato ulteriormente la spinta dell’acqua facendo si che sommergesse letteralmente la città.
La marea, prevista intorno ai 160 cm, si è alzata velocemente fino a toccare i 187 e la sua forza distruttrice ha trascinato con sé qualsiasi cosa trovasse sul suo cammino: barche, pedane per attraversare i ponti lungo la Riva degli Schiavoni e quella dei Sette Martiri, imbarcaderi, tavoli e sedie di bar e ristoranti, cestini dei rifiuti, briccole. 
La corrente è stata la prima cosa ad andar via, lasciando Venezia cieca e ancora più impotente; a casa avevo solo una mezza candela, mentre lo smartphone e il portatile, altre possibili fonti di luce, erano ridotti al lumicino e quando l’acqua ha iniziato a trasudare dal pavimento riempiendo la casa non ho potuto fare altro che sollevare ciò che potevo usando delle mattonelle e sedermi aspettando che l’incubo finisse. È passata un’ora e più, poi il vento si è spento rapidamente come si era acceso e la marea ha iniziato a defluire. Una volta tolta la paratia da davanti alla porta, il grosso dell’acqua si è trasformato in una cascatella scivolando giù dal gradino e tornando in calle; il suo rumore si è sommato a quelli che uscivano dalle altre porte aperte, a quello dei secchi svuotati, e questo sgocciolare ha riempito il silenzio di una città annichilita.
Ci sono volute altre due ore per far uscire il resto, per trascinare fuori dalla camera da letto a colpi di scopa l’acqua che non ne voleva sapere di ritornare in laguna. La luce fortunatamente era tornata e lavorare è stato più semplice; sono andato a dormire alle 2,30 con il fisico provato e un forte senso di angoscia per ciò che poteva essere successo nel resto della città.

Vaporetto arenato sulla riva
Muri abbattuti a Giardini
La mattina dopo Venezia si è risvegliata scoprendosi dilaniata, colpita al cuore e solo allora è iniziata la conta dei danni. La maggior parte delle attività commerciali e degli appartamenti siti al piano terra aveva subito danni gravi, macchinari ed elettrodomestici non avevano retto il confronto con la marea e si erano arresi, all’interno dei negozi le merci giacevano a terra o ancora galleggiavano nell’acqua; nessuno si era salvato e via Garibaldi sembrava un campo di battaglia.
Dopo aver recuperato ed espulso ancora un po’ d’acqua, sono uscito per rendermi conto di ciò che era successo e ciò che ho visto è stato terrificante; a Sant’Elena c'erano molti pini abbattuti e due battelli erano affondati e dall’acqua uscivano solo le prue, un vaporetto della linea 1 era appoggiato per metà su una riva non lontano da Piazza san Marco. Anche due gondole erano state spinte in secca e un motoscafo si era infilato in una calle come se avesse disperatamente cercato riparo dalla furia degli elementi. A Giardini uno degli imbarcaderi era sparito e ricordo di aver pensato che durante la notte avesse superato la bocca di porto di Malamocco e che stesse facendo rotta per i Caraibi; alcuni dei muri che delimitavano la riva proprio davanti all’uscita della Biennale erano stati abbattuti e le colonnine che impreziosivano le piccole terrazze erano state spazzate via. Tutte le pedane erano inagibili, una era addirittura piegata di trenta gradi verso l’interno mentre la statua dedicata alla partigiana, una scultura distesa adagiata fra le acque, si era spostata di qualche metro.
L’acqua non era scesa del tutto e soprattutto nelle parti più basse, piazza san Marco in testa, ancora stazionava come un’oscura presenza.

Pini caduti a Sant'Elena
Battelli affondati a Sant'Elena
Più passavano le ore e più il conto si faceva salato; dalle isole arrivavano notizie tremende, soprattutto dalla mia amata Pellestrina che forse ha pagato il prezzo più alto con i tre villaggi sommersi, le attività in ginocchio e una vittima.
È stato quel giorno che ho scoperto il senso della frase “duri i banchi” che conoscevo solo perché era il titolo di un disco dei Pittura Freska. I veneziani se la dicevano, facendosi forza l’uno con l’altro, incitandosi a tener duro e superare quel brutto momento.
La vita dopo l’acqua grandaè stata tutt’altro che facile: negozi chiusi, bancomat spenti, trasporti a singhiozzo e tanta, tantissima roba ammucchiata nei campielli e nelle calli, il tutto scandito dal rumore delle pompe che ancora tiravano fuori acqua dai locali allagati.  Tutti si sono rimboccati le maniche e un forte spirito di solidarietà ha animato la citta; tanti giovani si sono dati da fare per aiutare chi aveva bisogno venendo anche dalla terraferma e Venezia è stata circondata da un amore immenso, incondizionato, che ha permesso a molte persone di non mollare, di ricominciare. Una delle cose più belle che ho visto, era un cartello esposto nella vetrina del primo bar che ha riaperto in via Garibaldi: recitava “caffè gratis per i commercianti”. A volte basta veramente poco per essere vicini agli altri, una piccola gentilezza che sa essere di sprone per chi ha perso tutto o quasi.

Cartello di un bar a via Garibaldi
Campo Ruga
Nei giorni successivi l’acqua è tornata a far paura, ma un vento gentile ha graziato la città evitandole il colpo del KO, poi, un passo per volta, una sorta di normalità è tornata ad animare quel dedalo meraviglioso che è Venezia; i supermercati hanno riaperto, i negozi e i bacari anche. Qualcuno avrà ancora molto da lavorare per sistemare tutto e ci sarà ancora bisogno di molto aiuto ma credo di aver sentito lo spirito giusto aleggiare sui tetti di questa città unica e preziosa. 
Restano da definire le responsabilità di quanto successo, quelle che vanno oltre la furia del vento. Resta da capire la follia di un progetto come il Mose, destinato ad essere l’ennesimo spreco di denaro pubblico, dello scavo di canali che hanno devastato i fondali della laguna esattamente come il transito costante delle stramaledette navi da crociera.
Quest’anno Venezia ha lanciato dei chiari segnali di allarme, ha urlato al mondo il suo bisogno di aiuto; bisognerebbe che queste sirene non fossero ignorate, bisognerebbe che a guidare questa città non ci fosse un imprenditore che pensa solo al profitto, ma una persona illuminata in grado di fare scelte coraggiose e di sfidare i poteri forti, qualcuno in grado di lottare per il bene di un luogo che è tanto prezioso quanto fragile. 

Dopo l'acqua granda














mercoledì 30 ottobre 2019

Comacchio, le Valli e l’anguilla

Uno scorcio di Comacchio
Ci sono dei luoghi che, pur vergati nella nostra lista dei desideri alla sezione viaggi, rimangono inespressi, non assecondati, per ragioni di tempo, di occasioni o di volontà. Il delta del Po (e in particolar modo Comacchio) era nel mio mirino già da un pezzo ma, per una ragione o per l’altra, non avevo mai trovato il modo di andarci, mi erano sempre sfuggiti. Non so bene perché, forse per un’indomabile propensione al romanticismo, ma avevo sempre pensato che novembre fosse il momento giusto per visitare la zona, per via delle nebbie che vi imperversano rendendola spettrale e desolata come l’ambientazione di un romanzo di Poe.
Forse anche le zanzare, stanziali per quasi tutto l’anno vista la specificità del territorio, sarebbero state meno numerose o meno agguerrite, magari è in quel periodo dell’anno che si godono le vacanze, o un meritato letargo, non lo so, il mio rapporto con i ditteri non va oltre l’odio incondizionato. 
Il destino ha voluto che nei giorni del mio compleanno (metà ottobre), Comacchio ospitasse la Sagra dell’Anguilla uno degli eventi più importanti della sua agenda culturale; io vado particolarmente ghiotto di questo pesce serpentiforme che molte cucine regionali ignorano, e comunque difficilmente si può dire di no al destino ed è così che un piccolo sogno si è realizzato ed io ho avuto il mio regalo.

Casone nella Valle di Campo
Visitare le valli di Comacchio può essere un’esperienza meravigliosa dal punto di vista paesaggistico ma, se accompagnata dai racconti di una guida esperta, può diventare molto interessante anche a livello storico e culturale.
L’intera area, situata fra le province di Ravenna e Ferrara, è una zona umida molto vasta, ben 130 km², formatasi nel X secolo per un abbassamento del suolo. Originariamente raccoglieva acque dolci di piccoli fiumi e rigagnoli, ma nel XVI secolo le acque del mare iniziarono progressivamente a infiltrarsi trasformando le valli in salmastre. Nel corso dei secoli, bonifiche e immani sistemazioni idrauliche hanno trasformato l’area portandola allo stato attuale. L’area è divisa i quattro valli: Fossa di Porto, Lido di Magnavacca, Fattibello e Valle Campo.
Proprio quest’ultima è stata la meta della prima escursione, introdotta da una lunga spiegazione sulla storia del luogo e della gente che lo abitava, sui metodi con cui è praticata la pesca, e sulle varie specie animali che popolano l’habitat, dai tantissimi uccelli fra cui i bellissimi fenicotteri rosa, ai tanti anfibi, pesci e crostacei che pascolano felici in queste acque, fino alla celebratissima anguilla, la regina di Comacchio. 

Una bolaga






















La pesca è sempre stata l’attività principale in queste terre paludose, spesso unica fonte di sostentamento per la gente che le abitava. Nel corso dei secoli il metodo di allevamento e di cattura si è modernizzato pur rimanendo fedele a se stesso negli strumenti utilizzati: i primi che impariamo a conoscere sono i lavorieri. Si tratta di manufatti formati da una serie di bacini comunicanti, a forma di punta di freccia, un tempo costruiti interamente in grisole (fasce di canna palustre che erano intrecciate fra loro) e pali di legno, che nei giorni nostri sono state sostituite da griglie metalliche ancorate a blocchi di cemento, pur mantenendo la caratteristica forma. Potremmo definirlo una specie d’invito che nasconde una trappola; alcuni pesci, infatti, con alcune particolari condizioni climatiche, risalgono i canali per trovare riparo nelle calme acque della valle e in quei momenti i lavorieri sono aperti per permettere il passaggio, salvo poi richiudersi alle loro spalle una volta terminato il transito. In altri periodi, specialmente in autunno alcuni pesci, ma soprattutto l’anguilla sessualmente matura, tenteranno di far ritorno al mare ma troveranno i lavorieri chiusi e potranno essere facilmente catturati dai vallanti, le persone che vivono e lavorano in questi luoghi.
Quella dell’anguilla è una storia bizzarra; cominciamo con il dire che per buona parte della sua vita è minuscola e trasparente, riconoscibile solo dagli occhietti neri, ma la cosa più buffa è che è asessuata: deciderà quando si sentirà pronta in base a innumerevoli fattori, se diventare maschio o femmina e da quel momento in poi si svilupperà. La femmina crescerà fino a raggiungere i tre chili di peso mentre il maschio rimarrà più piccolo. Dopo l’accoppiamento, nel periodo invernale, le anguille cercheranno inevitabilmente il mare, risaliranno i canali e questa sarà la loro fine.
Le esigenze di mercato però, fanno si che si debba pescare l’anguilla anche in altri periodi dell’anno ed è allora che intervengono le nasse; non sono reti normali, sono vere e proprie trappole che rendono facile l’ingresso e pressoché impossibile l’uscita, grazie a camere sempre più strette che conducono al sacco finale detto cogolloBadate bene, in estate o in primavera non troverete l’anguilla vera e propria nei piatti dei molti ristoranti sui lidi del ferrarese ma il pasciutto, cioè l’anguilla non ancora completamente matura.
 
La fiocina dei pescatori di frodo
Facciamo un passo indietro e torniamo ai tempi in cui diavolerie tecnologiche come camion e celle frigorifere ancora non erano state inventate. Dove si conservavano le anguille durante la raccolta? E come si trasportavano fino all’azienda Valli di Comacchio che si trovava nel comune? 
Man a mano che le catturavano, i vallanti le sistemavano in grossi cesti di vimini chiamati bolaghe che potevano contenerne addirittura quattro quintali e che erano lasciate in acqua in modo da permettere la sopravvivenza degli animali.
Una volta terminata la pesca, le anguille erano trasferite sulle marotte, barche larghe e basse che rimanevano quasi completamente sommerse e in cui l’acqua entrava attraverso le numerose fessure; questo permetteva ai pesci di rimanere in acqua durante il trasporto e agli uomini di avere quei dieci centimetri di spessore esterno per muoversi e governare le barche nelle basse acque dei canali mentre una grossa nave con dotata di vela ma anche di rematori le trainava verso il paese.
Un’altra storia del passato è quella dei fiocinini, pescatori di frodo delle valli spesso per fame più che per guadagno. Attraversavano le valli su barche molto strette e leggere, che potevano permettergli fughe più rapide e scavalcamenti di argini e fossi. Il nome deriva dallo strumento che usavano per arpionare le anguille, delle piccole fiocine appunto; aiutandosi con delle lampade riuscivano facilmente ad illuminare le acque sottostanti e ciò che si muoveva, ma questo li esponeva enormemente al rischio di essere individuati; i vallanti, che vivevano nei casonisparsi lungo gli argini delle vallibuona parte dell’anno, sorvegliavano attentamente e appena intravedevano una luce, si muovevano veloci per andare ad acchiappare i ladruncoli.
fiocininisi fecero furbi e inventarono una lampada che poteva essere messa sott’acqua e quindi difficile da vedere; è l’eterna lotta fra guardie e ladri, a volte dettata dalla sopravvivenza e non è strano che alcune famiglie che gestiscono ora la pesca nelle valli discendano proprio da questi pescatori abusivi.
 
In barca nella valle
Terminata l’introduzione, ci siamo accomodati su una piccola imbarcazione e abbiamo cominciato la nostra escursione nel bacino. Fra aironi, garzette, cormorani e gli inevitabili gabbiani, abbiamo solcato l’immensa distesa d’acqua accompagnati dai salti dei cefali che tentavano vanamente di assomigliare ai delfini e avvolti in una leggera nebbia che donava a tutto l’ambiente un aspetto di sospensione, una specie di limbo dove nulla sembrava reale. I richiami degli uccelli tagliavano come lame il silenzio della valle, mentre il babbo della guida ci raccontava piccoli pezzi di storia, la sua e quella della gente che viveva questi luoghi decenni fa. Si sono pescati anche dei granchi (perché la fauna è molto ricca di crostacei) e ovviamente si è parlato di cucina e di specialità locali. 
Una volta tornati all’approdo, è stato inevitabile fermarsi ad assaggiarle al ristorante Valle Campo: spritz per cominciare e a seguire bagigini fritti (sono le alici ancora non cresciute), pasta con crostacei e, inevitabilmente, anguilla arrosto con polenta. Alzarsi e rimettersi in moto, è stata una vera e propria impresa.

Bagigini fritti

Anguilla ai ferri con polenta
Comacchio mi ha ricordato istintivamente Burano, i canali, le case colorate: se non ci fossero state le macchine, ci si sarebbe potuti confondere. Il complesso architettonico Trepponti costruito nel 1638 dall’architetto Luca Danese è il monumento più conosciuto nonché simbolo della città. 
Posto come fortificazione all’ingresso del canale Pallotta che era il collegamento diretto con l’Adriatico, è caratterizzato da cinque rampe di accesso; le tre sul lato del paese portano a un piano in pietra d’Istria che permette affacci su entrambe i lati; da qui partono le due rampe di uscita che corrono ai lati del grande arco centrale.
L’ampia fetta di centro storico pedonalizzato solitamente deve essere un’oasi di pace e bellezza ma questi sono i giorni della sagra dell’anguilla e il viavai di gente è impressionante. Ai piedi del Trepponti un cuoco sta spiegando a una folla attenta la ricetta di un risotto che vede unirsi in un abbraccio creativo, oltre al pesce serpentiforme, il guanciale, la mela verde e il pecorino. È solo uno dei tanti eventi che caratterizzano il ricco programma di questa tre giorni tematica.

Trepponti
Nella grossa sala che ospita il mercato del pesce, ci sono gli stand che vendono i prodotti della Manifattura dei Marinati, Presidio Slow Food, che produce alici, acciughe, acquadelle e naturalmente anguille tutte rigorosamente marinate e chiuse in delle scatole di latta dalla veste grafica affascinante e un po’ retrò. Oltre a questi prodotti, c’è ovviamente il sale di Cervia, noto come sale dolce perché costituito da cloruro di sodio purissimo.
Un grosso mercato che ospita bancarelle artigianali, gastronomiche, di oggettistica e vestiti vintage e, ahimè, anche qualche cineseria di troppo, occupa le strade più esterne del paese. 
Dopo una lunga passeggiata e un aperitivo funestato da nugoli di zanzare affamate giunge il momento di raggiungere lo stand gastronomico e di lasciarsi andare alle prelibatezze del cibo locale. 
Ad attirare la mia attenzione è un secondo dal nome bizzarro: brodetto al bec d’aesen. Non posso resistere alla curiosità e mi faccio spiegare il significato del nome da uno dei camerieri. Pare che, in un periodo di grande povertà in cui scarseggiavano quasi tutti gli alimenti, i vallanti chiusi nei casoni si lamentassero di non aver niente con cui cucinare l’anguilla; il capo gli disse di cucinarla con il becco dell’asino, cioè con il nulla. Loro riuscirono in qualche modo a rimediare una cipolla e un avanzo di pomodoro e la fecero cuocere con quei poveri ingredienti creando un autentico capolavoro.

Lo stand della Manifattura Marinati
Brodetto al bec d'aesem
Dopo una passeggiata a Porto Garibaldi dove i pescatori vendono il pesce direttamente sulle barche, la salina di Comacchio è il piatto forte della seconda giornata. Questo ecosistema prezioso, con una ricca biodiversità, è visitabile in più modi. Molti sono quelli che noleggiano le biciclette e si muovono lungo gli argini, ma da buon camminatore credo che percorrere quest’ambiente a piedi sia il modo migliore per osservarlo e viverlo pienamente e in armonia.
Le saline accolgono specie di piante e animali che si sono adattate a vivere nel corso di milioni di anni fra acque e fanghi molto salati.
Pesci, crostacei, piccoli esseri unicellulari e uccelli, tanti uccelli. Qui ha trovato riparo una ricca colonia di fenicotteri rosa, ormai stanziali. Osservarli non è semplice perché sono in una zona dove non si può accedere, ma se avete un binocolo o un buon teleobiettivo montato sulla vostra macchina fotografica, potrete osservarli dormire su una zampa sola o infilare il becco nell’acqua per nutrirsi.  La loro tipica colorazione è dovuta proprio ad alcuni microorganismi e macro-invertebrati che sono parte integrante della loro alimentazione: la Dunaliella, il Chironomide e l’Artemia, più nota come scimmia di mare. 
Il ciclo della natura, autonomo e perfetto, qui è tangibile e per mantenerlo tale bisogna muoversi con rispetto e cautela. I Birdwatchers hanno delle postazioni specifiche per osservare le specie che qui vivono protette e sicure e la loro caccia fotografica può essere ricca. 
L’unica nota disarmonica, pur essendo perfettamente naturale, è la presenza massiccia di zanzare, non semplici mosquitos ma vere e proprie macchine da guerra. Ti seguono mentre cammini e se hai la malaugurata idea di fermarti a fare una foto, sei spacciato. Ogni puntura si porta appresso un ponfo bello grosso che persiste per giorni, alla faccia di aloe, ammoniaca e ogni altra sostanza alleviante. Ho rimpianto sinceramente la mia racchetta elettrificata, fedele compagna di molte battaglie.
Fenicotteri rosa
Fenicotteri rosa
Lungo il canale principale che lambisce la salina, si erge la Torre Rossa; è ciò che rimane di un’antica fortezza a forma di stella a quattro punte, dotata di bastioni che fu demolita attorno al 1940 e di cui oggi non rimangono che le fondamenta.
Costruita probabilmente nella seconda metà del Cinquecento sotto il Ducato di Alfonso I d’Este era adibita ad uso militare. Dopo vari cambi di destinazione d’uso fu abbandonata nel 1984 con la chiusura produttiva della salina e la natura cominciò a rimpossessarsene. Nel 2014, grazie a Saltworks un progetto italo-sloveno, la torre è stata restaurata con cura e rispettando l’ecosistema e il paesaggio. A oggi fa parte effettiva del Parco ed è un ottimo punto di avvistamento per i birdwatchers. 

Torre rossa
Il tempo di tornare al punto di partenza ed è già ora di andare a casa; lo faccio a malincuore e con una promessa, quella di venire nuovamente in questo luogo magico, per approfondire la bellezza di un habitat ineguagliabile, ricco di storia, di sapori e di paesaggi meravigliosi.
A presto Comacchio. 


martedì 1 ottobre 2019

Slowly in Salve, terzo giorno



La mattinata è veramente densa di appuntamenti e si parte presto perché il primo incontro è con una persona che appartiene storicamente alla categoria dei lavoratori notturni: un fornaio.
Daniel è il proprietario del Forno Antico, una panetteria che risale alla fine del 1700. Assisto alla preparazione del forno che viene riportato a temperatura con un po' di legna. Le forme di pane sono già pronte per essere informate e Daniel, con l'aiuto della compagna inizia a sistemarle all'interno  una ad una per poi tappare la bocca di fuoco e dare il via alla cottura. Producono il celebre pane di grano duro ma anche friselle, taralli e le fantastiche pucce alle olive. La loro stagione è quasi finita e a breve potranno godersi due settimane di meritate vacanze in Germania prima di ricominciare il loro lavoro, uno dei più duri ma, dal mio modesto punto di vista, dei più affascinanti.


Il tempo di uscire ed entriamo nella piccola chiesa di sant'Antonio datata seconda metà del 1500. Al suo interno vari affreschi fra cui quello che ritrae il giudizio universale. Al centro della parete san Domenico Pomponii, colui che pesa le anime, indirizza coloro che hanno portato avanti una vita proba a sinistra, verso san Pietro che con le sue chiavi apre loro le porte del paradiso, mentre a destra Satana cavalca un drago che inghiotte le anime dei dannati.
Sul lato opposto l'affresco di un'annunciazione sdrammatizza un po' il tutto. La chiesa, negli anni '60 ha avuto un cambio di orientamento di 180° e ora non si accede più dalla parete su cui il Giudizio fa bella mostra di se.


Sacro e profano si mescolano spesso qui in Salento e la tappa successiva è alla Pasticceria Dragone, la più famosa di tutta Salve. Qui si producono i famosi pasticciotti, dolce tipico leccese (o di Galatina a seconda delle rivendicazioni) che addolcisce tutta la provincia da sempre. La loro preparazione è complessa ma affascinante: nei classici stampini, un tempo in alluminio e ora in acciaio, si adagia uno strato di frolla saporitissima grazie all'utilizzo dello strutto al posto del burro e di un concentrato di arancia. I ripieni, oltre all'originale crema, prevede a volte l'utilizzo di cioccolato, amarene e anche pistacchio, segno dell'apertura di un dolce tipico a "nuovi" sapori.
Il pasticciotto si cuoce per 13/15 minuti in forno a 240°, si lascia intiepidire e poi si estrae dagli stampini per finire nelle vetrine di questa pasticceria storica.


La terza tappa del giorno è forse quella che aspettavo di più, quella al parco archeologico diffuso di Salve.
Ci troviamo in località Macchie don Cesare, un'area di 100 ettari che è in realtà una gigantesca necropoli scoperta in tempi recenti. Il fatto che molti dei tumuli funerari fossero crollati ha sempre creato confusione perché il salento è una terra rocciosa e da sempre i contadini hanno eseguito spietramenti per poter coltivare la terra. Il fatto è che, storicamente, questa era una zona di pastorizia e i conti non tornavano. Marco Calavera dell'Associazione Archès e il suo amico Nicola Febbraro hanno cominciato a muoversi in quest'area e hanno portato alla luce ciò che bisognava illuminare.
La storia di questa necropoli risale a 4000 anni fa, quando la Magna Grecia ancora non esisteva e la scrittura era ancora di là da venire. La città dei morti non trovava riscontro in una città dei vivi, perché i villaggi dell'epoca erano costruiti con materiali deperibili come il legno e di loro non rimane traccia; eppure questo cimitero ante litteram è da sempre qui, in un lembo di terra affacciato sul mare e con le spalle agli ulivi.
Dei dodici tumuli riportati alla luce, il numero sette è sicuramente quello più importante, perché, oltre al ritrovamento di numerose ossa e di 907 denti che parlano di un una specie di ossario, sotto il piccolo dolmen custodito dal tumulo sono emersi dei vasi cinerari. È proprio questa la particolarità che lo rende unico al mondo, il fatto che in uno stesso luogo di sepoltura convivano il rito dell'inumazione e quello dell'incinirazione. Piccola nota a margine: nelle ceneri dei corpi bruciati sono stati trovate tracce di legno d'olivo e di fillirea, una pianta autoctona il cui intenso profumo serviva per coprire il cattivo odore dei corpi bruciati.



È tempo di godersi una mezzoretta di relax in riva al mare prima del pranzo a base di pesce presso il ristorante Lido Venere, uno dei migliori dellamarina di Salve. Ricco antipasto misto, prosecco, vino rosé e scialatielli ai frutti di mare sono solo l'entrè di un pasto che prosegue con frittura mista e involtini di pesce per un'apoteosi ittica che non ha paragoni.


Io sono montanaro e lo sapete ma questo non toglie che io mi possa godere una gitarella in barca ; se poi il paesaggio è quello della costa che va da Torre Pali a Leuca la goduria raddoppia e se il tramonto è la perfezione cromatica e la compagnia è speciale, lo spirito montanaro riesce ad armonizzarsi perfettamente con le onde.


L'ultimo appuntamento è di nuovo a palazzo Ramirez per la conferenza finale di questa splendida tre giorni. Tutti i presenti, il sindaco, gli assessori e i rappresentanti di Legambiente, della Pro Loco e di Salve turismo, hanno concordato sul fatto che la lentezza sia il modo migliore per promuovere il territorio soprattutto nei periodi di minore affluenza. Bisogna puntare sui cammini, sulla riscoperta dei borghi storici, delle zone archeologiche e delle aree rurali, e soprattutto sulla valorizzazione delle eccellenze eno gastronomiche.


La serata si chiude a Sante le Muse, un mio luogo del cuore dove Fabiana, amica preziosa, delizia i suoi ospiti con ricette antiche e a chilometro zero. Non è solo un ristorante, è molto di più, un centro dove cultura, arte e letteratura si fondono in un progetto più ampio, creando un polo di attrazione unico nel suo genere. Ogni volta che torno respiro quello spirito di accoglienza che ha caratterizzato tutto questo educational tour, quello che il Salento e Salve in particolar modo sa esprimere incondizionatamente e che fa si che ogni volta che torno io mi senta a casa. 
Come cantano i Sud Sound System: "Questa è casa mia, terra mia!!!"