mercoledì 20 novembre 2019

Duri i banchi

La marea a Riva degli Schiavoni
Duri i banchi, tenete duro: questa frase risuona nelle calli e nei campi, è sussurrata nei pochi bar aperti, rimbalza sulle pagine social di chi vive a Venezia, pervade l’aria e ricopre la città, esattamente come l’acqua.
Quello che è successo martedì 12 novembre è stato straordinario, nell’accezione più pura del termine: fuori dall’ordinario. Vedere il tranquillo Rio de S. Ana trasformarsi in un fiume fuori giri, argine e controllo, osservarlo aggredire brutalmente via Garibaldi e mordere i suoi lati come uno squalo affamato è stato qualcosa di spaventoso, d’intollerabile. Prendere coscienza dei danni il giorno dopo è stato anche peggio.

La calle invasa dall'acqua
Da quando ho scelto questa città come tana, ho imparato a conviverci, ho capito molte delle sue regole e alcuni dei meccanismi che ne governano l’esistenza e la sopravvivenza. Quando decidi di vivere parte del tuo tempo in un nuovo luogo, devi necessariamente armonizzartici, accettare tutti gli aspetti del suo carattere, anche quelli più intransigenti; in questi anni, io e Venezia siamo diventati più complici, ci capiamo meglio ed io sento di amarla ancora di più, anche nei momenti di difficoltà. 
Nonostante la mia frequentazione di Venezia sia di lunga data, il battesimo dell’acqua alta l’ho avuto lo scorso anno, il 29 ottobre, quando ho sentito per la prima volta cantare la sirena: era tardi, poco prima di mezzanotte e un suono che ricordava quello sentito in tanti film sulla guerra, Roma città aperta per dirne uno, era risuonato nel silenzio delle calli come un muggito lamentoso e triste, poi erano partite le note. Quattro toni crescenti scanditi da una piccola pausa avevano fatto vibrare tutta la città portando un messaggio ed io mi ero sentito per un attimo una comparsa di Incontri ravvicinati del terzo tipo: davanti a me non c’era un’astronave ma una città bellissima, le sue luci fioche, le sue notti silenziose. 
Il livello dell’acqua si fermò a un centimetro dalla soglia della mia casa, appena sotto il gradino, quota 156 cm sul medio-mare. Lo so, sembra un termine preso dalla saga della Torre Nera di Stephen King ma il medio-mare non è uno dei tanti mari possibili, è lo zero mareografico registrato dalla stazione idrografica di Punta della Salute; le sue variazioni sono sintomo di maree (sostenuta, molto sostenuta ed eccezionale) e sono loro a dar vita ai toni musicali e a molto altro.

Acqua alta
L’acqua alta – in questo caso acqua granda– è un fenomeno molto complesso, generato da un insieme di fattori quali la fase lunare, i venti, le condizioni metereologiche, i campi barici e tanti altri. Spiegare in poche parole la complessità di questo evento è praticamente impossibile ma potete approfondire la questione curiosando sul web; posso dirvi che quel martedì notte, allo scirocco che, come d’abitudine, soffiava impietoso da sud spingendo l’Adriatico verso il suo punto terminale, si è aggiunta la bora che ha rinforzato ulteriormente la spinta dell’acqua facendo si che sommergesse letteralmente la città.
La marea, prevista intorno ai 160 cm, si è alzata velocemente fino a toccare i 187 e la sua forza distruttrice ha trascinato con sé qualsiasi cosa trovasse sul suo cammino: barche, pedane per attraversare i ponti lungo la Riva degli Schiavoni e quella dei Sette Martiri, imbarcaderi, tavoli e sedie di bar e ristoranti, cestini dei rifiuti, briccole. 
La corrente è stata la prima cosa ad andar via, lasciando Venezia cieca e ancora più impotente; a casa avevo solo una mezza candela, mentre lo smartphone e il portatile, altre possibili fonti di luce, erano ridotti al lumicino e quando l’acqua ha iniziato a trasudare dal pavimento riempiendo la casa non ho potuto fare altro che sollevare ciò che potevo usando delle mattonelle e sedermi aspettando che l’incubo finisse. È passata un’ora e più, poi il vento si è spento rapidamente come si era acceso e la marea ha iniziato a defluire. Una volta tolta la paratia da davanti alla porta, il grosso dell’acqua si è trasformato in una cascatella scivolando giù dal gradino e tornando in calle; il suo rumore si è sommato a quelli che uscivano dalle altre porte aperte, a quello dei secchi svuotati, e questo sgocciolare ha riempito il silenzio di una città annichilita.
Ci sono volute altre due ore per far uscire il resto, per trascinare fuori dalla camera da letto a colpi di scopa l’acqua che non ne voleva sapere di ritornare in laguna. La luce fortunatamente era tornata e lavorare è stato più semplice; sono andato a dormire alle 2,30 con il fisico provato e un forte senso di angoscia per ciò che poteva essere successo nel resto della città.

Vaporetto arenato sulla riva
Muri abbattuti a Giardini
La mattina dopo Venezia si è risvegliata scoprendosi dilaniata, colpita al cuore e solo allora è iniziata la conta dei danni. La maggior parte delle attività commerciali e degli appartamenti siti al piano terra aveva subito danni gravi, macchinari ed elettrodomestici non avevano retto il confronto con la marea e si erano arresi, all’interno dei negozi le merci giacevano a terra o ancora galleggiavano nell’acqua; nessuno si era salvato e via Garibaldi sembrava un campo di battaglia.
Dopo aver recuperato ed espulso ancora un po’ d’acqua, sono uscito per rendermi conto di ciò che era successo e ciò che ho visto è stato terrificante; a Sant’Elena c'erano molti pini abbattuti e due battelli erano affondati e dall’acqua uscivano solo le prue, un vaporetto della linea 1 era appoggiato per metà su una riva non lontano da Piazza san Marco. Anche due gondole erano state spinte in secca e un motoscafo si era infilato in una calle come se avesse disperatamente cercato riparo dalla furia degli elementi. A Giardini uno degli imbarcaderi era sparito e ricordo di aver pensato che durante la notte avesse superato la bocca di porto di Malamocco e che stesse facendo rotta per i Caraibi; alcuni dei muri che delimitavano la riva proprio davanti all’uscita della Biennale erano stati abbattuti e le colonnine che impreziosivano le piccole terrazze erano state spazzate via. Tutte le pedane erano inagibili, una era addirittura piegata di trenta gradi verso l’interno mentre la statua dedicata alla partigiana, una scultura distesa adagiata fra le acque, si era spostata di qualche metro.
L’acqua non era scesa del tutto e soprattutto nelle parti più basse, piazza san Marco in testa, ancora stazionava come un’oscura presenza.

Pini caduti a Sant'Elena
Battelli affondati a Sant'Elena
Più passavano le ore e più il conto si faceva salato; dalle isole arrivavano notizie tremende, soprattutto dalla mia amata Pellestrina che forse ha pagato il prezzo più alto con i tre villaggi sommersi, le attività in ginocchio e una vittima.
È stato quel giorno che ho scoperto il senso della frase “duri i banchi” che conoscevo solo perché era il titolo di un disco dei Pittura Freska. I veneziani se la dicevano, facendosi forza l’uno con l’altro, incitandosi a tener duro e superare quel brutto momento.
La vita dopo l’acqua grandaè stata tutt’altro che facile: negozi chiusi, bancomat spenti, trasporti a singhiozzo e tanta, tantissima roba ammucchiata nei campielli e nelle calli, il tutto scandito dal rumore delle pompe che ancora tiravano fuori acqua dai locali allagati.  Tutti si sono rimboccati le maniche e un forte spirito di solidarietà ha animato la citta; tanti giovani si sono dati da fare per aiutare chi aveva bisogno venendo anche dalla terraferma e Venezia è stata circondata da un amore immenso, incondizionato, che ha permesso a molte persone di non mollare, di ricominciare. Una delle cose più belle che ho visto, era un cartello esposto nella vetrina del primo bar che ha riaperto in via Garibaldi: recitava “caffè gratis per i commercianti”. A volte basta veramente poco per essere vicini agli altri, una piccola gentilezza che sa essere di sprone per chi ha perso tutto o quasi.

Cartello di un bar a via Garibaldi
Campo Ruga
Nei giorni successivi l’acqua è tornata a far paura, ma un vento gentile ha graziato la città evitandole il colpo del KO, poi, un passo per volta, una sorta di normalità è tornata ad animare quel dedalo meraviglioso che è Venezia; i supermercati hanno riaperto, i negozi e i bacari anche. Qualcuno avrà ancora molto da lavorare per sistemare tutto e ci sarà ancora bisogno di molto aiuto ma credo di aver sentito lo spirito giusto aleggiare sui tetti di questa città unica e preziosa. 
Restano da definire le responsabilità di quanto successo, quelle che vanno oltre la furia del vento. Resta da capire la follia di un progetto come il Mose, destinato ad essere l’ennesimo spreco di denaro pubblico, dello scavo di canali che hanno devastato i fondali della laguna esattamente come il transito costante delle stramaledette navi da crociera.
Quest’anno Venezia ha lanciato dei chiari segnali di allarme, ha urlato al mondo il suo bisogno di aiuto; bisognerebbe che queste sirene non fossero ignorate, bisognerebbe che a guidare questa città non ci fosse un imprenditore che pensa solo al profitto, ma una persona illuminata in grado di fare scelte coraggiose e di sfidare i poteri forti, qualcuno in grado di lottare per il bene di un luogo che è tanto prezioso quanto fragile. 

Dopo l'acqua granda














mercoledì 30 ottobre 2019

Comacchio, le Valli e l’anguilla

Uno scorcio di Comacchio
Ci sono dei luoghi che, pur vergati nella nostra lista dei desideri alla sezione viaggi, rimangono inespressi, non assecondati, per ragioni di tempo, di occasioni o di volontà. Il delta del Po (e in particolar modo Comacchio) era nel mio mirino già da un pezzo ma, per una ragione o per l’altra, non avevo mai trovato il modo di andarci, mi erano sempre sfuggiti. Non so bene perché, forse per un’indomabile propensione al romanticismo, ma avevo sempre pensato che novembre fosse il momento giusto per visitare la zona, per via delle nebbie che vi imperversano rendendola spettrale e desolata come l’ambientazione di un romanzo di Poe.
Forse anche le zanzare, stanziali per quasi tutto l’anno vista la specificità del territorio, sarebbero state meno numerose o meno agguerrite, magari è in quel periodo dell’anno che si godono le vacanze, o un meritato letargo, non lo so, il mio rapporto con i ditteri non va oltre l’odio incondizionato. 
Il destino ha voluto che nei giorni del mio compleanno (metà ottobre), Comacchio ospitasse la Sagra dell’Anguilla uno degli eventi più importanti della sua agenda culturale; io vado particolarmente ghiotto di questo pesce serpentiforme che molte cucine regionali ignorano, e comunque difficilmente si può dire di no al destino ed è così che un piccolo sogno si è realizzato ed io ho avuto il mio regalo.

Casone nella Valle di Campo
Visitare le valli di Comacchio può essere un’esperienza meravigliosa dal punto di vista paesaggistico ma, se accompagnata dai racconti di una guida esperta, può diventare molto interessante anche a livello storico e culturale.
L’intera area, situata fra le province di Ravenna e Ferrara, è una zona umida molto vasta, ben 130 km², formatasi nel X secolo per un abbassamento del suolo. Originariamente raccoglieva acque dolci di piccoli fiumi e rigagnoli, ma nel XVI secolo le acque del mare iniziarono progressivamente a infiltrarsi trasformando le valli in salmastre. Nel corso dei secoli, bonifiche e immani sistemazioni idrauliche hanno trasformato l’area portandola allo stato attuale. L’area è divisa i quattro valli: Fossa di Porto, Lido di Magnavacca, Fattibello e Valle Campo.
Proprio quest’ultima è stata la meta della prima escursione, introdotta da una lunga spiegazione sulla storia del luogo e della gente che lo abitava, sui metodi con cui è praticata la pesca, e sulle varie specie animali che popolano l’habitat, dai tantissimi uccelli fra cui i bellissimi fenicotteri rosa, ai tanti anfibi, pesci e crostacei che pascolano felici in queste acque, fino alla celebratissima anguilla, la regina di Comacchio. 

Una bolaga






















La pesca è sempre stata l’attività principale in queste terre paludose, spesso unica fonte di sostentamento per la gente che le abitava. Nel corso dei secoli il metodo di allevamento e di cattura si è modernizzato pur rimanendo fedele a se stesso negli strumenti utilizzati: i primi che impariamo a conoscere sono i lavorieri. Si tratta di manufatti formati da una serie di bacini comunicanti, a forma di punta di freccia, un tempo costruiti interamente in grisole (fasce di canna palustre che erano intrecciate fra loro) e pali di legno, che nei giorni nostri sono state sostituite da griglie metalliche ancorate a blocchi di cemento, pur mantenendo la caratteristica forma. Potremmo definirlo una specie d’invito che nasconde una trappola; alcuni pesci, infatti, con alcune particolari condizioni climatiche, risalgono i canali per trovare riparo nelle calme acque della valle e in quei momenti i lavorieri sono aperti per permettere il passaggio, salvo poi richiudersi alle loro spalle una volta terminato il transito. In altri periodi, specialmente in autunno alcuni pesci, ma soprattutto l’anguilla sessualmente matura, tenteranno di far ritorno al mare ma troveranno i lavorieri chiusi e potranno essere facilmente catturati dai vallanti, le persone che vivono e lavorano in questi luoghi.
Quella dell’anguilla è una storia bizzarra; cominciamo con il dire che per buona parte della sua vita è minuscola e trasparente, riconoscibile solo dagli occhietti neri, ma la cosa più buffa è che è asessuata: deciderà quando si sentirà pronta in base a innumerevoli fattori, se diventare maschio o femmina e da quel momento in poi si svilupperà. La femmina crescerà fino a raggiungere i tre chili di peso mentre il maschio rimarrà più piccolo. Dopo l’accoppiamento, nel periodo invernale, le anguille cercheranno inevitabilmente il mare, risaliranno i canali e questa sarà la loro fine.
Le esigenze di mercato però, fanno si che si debba pescare l’anguilla anche in altri periodi dell’anno ed è allora che intervengono le nasse; non sono reti normali, sono vere e proprie trappole che rendono facile l’ingresso e pressoché impossibile l’uscita, grazie a camere sempre più strette che conducono al sacco finale detto cogolloBadate bene, in estate o in primavera non troverete l’anguilla vera e propria nei piatti dei molti ristoranti sui lidi del ferrarese ma il pasciutto, cioè l’anguilla non ancora completamente matura.
 
La fiocina dei pescatori di frodo
Facciamo un passo indietro e torniamo ai tempi in cui diavolerie tecnologiche come camion e celle frigorifere ancora non erano state inventate. Dove si conservavano le anguille durante la raccolta? E come si trasportavano fino all’azienda Valli di Comacchio che si trovava nel comune? 
Man a mano che le catturavano, i vallanti le sistemavano in grossi cesti di vimini chiamati bolaghe che potevano contenerne addirittura quattro quintali e che erano lasciate in acqua in modo da permettere la sopravvivenza degli animali.
Una volta terminata la pesca, le anguille erano trasferite sulle marotte, barche larghe e basse che rimanevano quasi completamente sommerse e in cui l’acqua entrava attraverso le numerose fessure; questo permetteva ai pesci di rimanere in acqua durante il trasporto e agli uomini di avere quei dieci centimetri di spessore esterno per muoversi e governare le barche nelle basse acque dei canali mentre una grossa nave con dotata di vela ma anche di rematori le trainava verso il paese.
Un’altra storia del passato è quella dei fiocinini, pescatori di frodo delle valli spesso per fame più che per guadagno. Attraversavano le valli su barche molto strette e leggere, che potevano permettergli fughe più rapide e scavalcamenti di argini e fossi. Il nome deriva dallo strumento che usavano per arpionare le anguille, delle piccole fiocine appunto; aiutandosi con delle lampade riuscivano facilmente ad illuminare le acque sottostanti e ciò che si muoveva, ma questo li esponeva enormemente al rischio di essere individuati; i vallanti, che vivevano nei casonisparsi lungo gli argini delle vallibuona parte dell’anno, sorvegliavano attentamente e appena intravedevano una luce, si muovevano veloci per andare ad acchiappare i ladruncoli.
fiocininisi fecero furbi e inventarono una lampada che poteva essere messa sott’acqua e quindi difficile da vedere; è l’eterna lotta fra guardie e ladri, a volte dettata dalla sopravvivenza e non è strano che alcune famiglie che gestiscono ora la pesca nelle valli discendano proprio da questi pescatori abusivi.
 
In barca nella valle
Terminata l’introduzione, ci siamo accomodati su una piccola imbarcazione e abbiamo cominciato la nostra escursione nel bacino. Fra aironi, garzette, cormorani e gli inevitabili gabbiani, abbiamo solcato l’immensa distesa d’acqua accompagnati dai salti dei cefali che tentavano vanamente di assomigliare ai delfini e avvolti in una leggera nebbia che donava a tutto l’ambiente un aspetto di sospensione, una specie di limbo dove nulla sembrava reale. I richiami degli uccelli tagliavano come lame il silenzio della valle, mentre il babbo della guida ci raccontava piccoli pezzi di storia, la sua e quella della gente che viveva questi luoghi decenni fa. Si sono pescati anche dei granchi (perché la fauna è molto ricca di crostacei) e ovviamente si è parlato di cucina e di specialità locali. 
Una volta tornati all’approdo, è stato inevitabile fermarsi ad assaggiarle al ristorante Valle Campo: spritz per cominciare e a seguire bagigini fritti (sono le alici ancora non cresciute), pasta con crostacei e, inevitabilmente, anguilla arrosto con polenta. Alzarsi e rimettersi in moto, è stata una vera e propria impresa.

Bagigini fritti

Anguilla ai ferri con polenta
Comacchio mi ha ricordato istintivamente Burano, i canali, le case colorate: se non ci fossero state le macchine, ci si sarebbe potuti confondere. Il complesso architettonico Trepponti costruito nel 1638 dall’architetto Luca Danese è il monumento più conosciuto nonché simbolo della città. 
Posto come fortificazione all’ingresso del canale Pallotta che era il collegamento diretto con l’Adriatico, è caratterizzato da cinque rampe di accesso; le tre sul lato del paese portano a un piano in pietra d’Istria che permette affacci su entrambe i lati; da qui partono le due rampe di uscita che corrono ai lati del grande arco centrale.
L’ampia fetta di centro storico pedonalizzato solitamente deve essere un’oasi di pace e bellezza ma questi sono i giorni della sagra dell’anguilla e il viavai di gente è impressionante. Ai piedi del Trepponti un cuoco sta spiegando a una folla attenta la ricetta di un risotto che vede unirsi in un abbraccio creativo, oltre al pesce serpentiforme, il guanciale, la mela verde e il pecorino. È solo uno dei tanti eventi che caratterizzano il ricco programma di questa tre giorni tematica.

Trepponti
Nella grossa sala che ospita il mercato del pesce, ci sono gli stand che vendono i prodotti della Manifattura dei Marinati, Presidio Slow Food, che produce alici, acciughe, acquadelle e naturalmente anguille tutte rigorosamente marinate e chiuse in delle scatole di latta dalla veste grafica affascinante e un po’ retrò. Oltre a questi prodotti, c’è ovviamente il sale di Cervia, noto come sale dolce perché costituito da cloruro di sodio purissimo.
Un grosso mercato che ospita bancarelle artigianali, gastronomiche, di oggettistica e vestiti vintage e, ahimè, anche qualche cineseria di troppo, occupa le strade più esterne del paese. 
Dopo una lunga passeggiata e un aperitivo funestato da nugoli di zanzare affamate giunge il momento di raggiungere lo stand gastronomico e di lasciarsi andare alle prelibatezze del cibo locale. 
Ad attirare la mia attenzione è un secondo dal nome bizzarro: brodetto al bec d’aesen. Non posso resistere alla curiosità e mi faccio spiegare il significato del nome da uno dei camerieri. Pare che, in un periodo di grande povertà in cui scarseggiavano quasi tutti gli alimenti, i vallanti chiusi nei casoni si lamentassero di non aver niente con cui cucinare l’anguilla; il capo gli disse di cucinarla con il becco dell’asino, cioè con il nulla. Loro riuscirono in qualche modo a rimediare una cipolla e un avanzo di pomodoro e la fecero cuocere con quei poveri ingredienti creando un autentico capolavoro.

Lo stand della Manifattura Marinati
Brodetto al bec d'aesem
Dopo una passeggiata a Porto Garibaldi dove i pescatori vendono il pesce direttamente sulle barche, la salina di Comacchio è il piatto forte della seconda giornata. Questo ecosistema prezioso, con una ricca biodiversità, è visitabile in più modi. Molti sono quelli che noleggiano le biciclette e si muovono lungo gli argini, ma da buon camminatore credo che percorrere quest’ambiente a piedi sia il modo migliore per osservarlo e viverlo pienamente e in armonia.
Le saline accolgono specie di piante e animali che si sono adattate a vivere nel corso di milioni di anni fra acque e fanghi molto salati.
Pesci, crostacei, piccoli esseri unicellulari e uccelli, tanti uccelli. Qui ha trovato riparo una ricca colonia di fenicotteri rosa, ormai stanziali. Osservarli non è semplice perché sono in una zona dove non si può accedere, ma se avete un binocolo o un buon teleobiettivo montato sulla vostra macchina fotografica, potrete osservarli dormire su una zampa sola o infilare il becco nell’acqua per nutrirsi.  La loro tipica colorazione è dovuta proprio ad alcuni microorganismi e macro-invertebrati che sono parte integrante della loro alimentazione: la Dunaliella, il Chironomide e l’Artemia, più nota come scimmia di mare. 
Il ciclo della natura, autonomo e perfetto, qui è tangibile e per mantenerlo tale bisogna muoversi con rispetto e cautela. I Birdwatchers hanno delle postazioni specifiche per osservare le specie che qui vivono protette e sicure e la loro caccia fotografica può essere ricca. 
L’unica nota disarmonica, pur essendo perfettamente naturale, è la presenza massiccia di zanzare, non semplici mosquitos ma vere e proprie macchine da guerra. Ti seguono mentre cammini e se hai la malaugurata idea di fermarti a fare una foto, sei spacciato. Ogni puntura si porta appresso un ponfo bello grosso che persiste per giorni, alla faccia di aloe, ammoniaca e ogni altra sostanza alleviante. Ho rimpianto sinceramente la mia racchetta elettrificata, fedele compagna di molte battaglie.
Fenicotteri rosa
Fenicotteri rosa
Lungo il canale principale che lambisce la salina, si erge la Torre Rossa; è ciò che rimane di un’antica fortezza a forma di stella a quattro punte, dotata di bastioni che fu demolita attorno al 1940 e di cui oggi non rimangono che le fondamenta.
Costruita probabilmente nella seconda metà del Cinquecento sotto il Ducato di Alfonso I d’Este era adibita ad uso militare. Dopo vari cambi di destinazione d’uso fu abbandonata nel 1984 con la chiusura produttiva della salina e la natura cominciò a rimpossessarsene. Nel 2014, grazie a Saltworks un progetto italo-sloveno, la torre è stata restaurata con cura e rispettando l’ecosistema e il paesaggio. A oggi fa parte effettiva del Parco ed è un ottimo punto di avvistamento per i birdwatchers. 

Torre rossa
Il tempo di tornare al punto di partenza ed è già ora di andare a casa; lo faccio a malincuore e con una promessa, quella di venire nuovamente in questo luogo magico, per approfondire la bellezza di un habitat ineguagliabile, ricco di storia, di sapori e di paesaggi meravigliosi.
A presto Comacchio. 


martedì 1 ottobre 2019

Slowly in Salve, terzo giorno



La mattinata è veramente densa di appuntamenti e si parte presto perché il primo incontro è con una persona che appartiene storicamente alla categoria dei lavoratori notturni: un fornaio.
Daniel è il proprietario del Forno Antico, una panetteria che risale alla fine del 1700. Assisto alla preparazione del forno che viene riportato a temperatura con un po' di legna. Le forme di pane sono già pronte per essere informate e Daniel, con l'aiuto della compagna inizia a sistemarle all'interno  una ad una per poi tappare la bocca di fuoco e dare il via alla cottura. Producono il celebre pane di grano duro ma anche friselle, taralli e le fantastiche pucce alle olive. La loro stagione è quasi finita e a breve potranno godersi due settimane di meritate vacanze in Germania prima di ricominciare il loro lavoro, uno dei più duri ma, dal mio modesto punto di vista, dei più affascinanti.


Il tempo di uscire ed entriamo nella piccola chiesa di sant'Antonio datata seconda metà del 1500. Al suo interno vari affreschi fra cui quello che ritrae il giudizio universale. Al centro della parete san Domenico Pomponii, colui che pesa le anime, indirizza coloro che hanno portato avanti una vita proba a sinistra, verso san Pietro che con le sue chiavi apre loro le porte del paradiso, mentre a destra Satana cavalca un drago che inghiotte le anime dei dannati.
Sul lato opposto l'affresco di un'annunciazione sdrammatizza un po' il tutto. La chiesa, negli anni '60 ha avuto un cambio di orientamento di 180° e ora non si accede più dalla parete su cui il Giudizio fa bella mostra di se.


Sacro e profano si mescolano spesso qui in Salento e la tappa successiva è alla Pasticceria Dragone, la più famosa di tutta Salve. Qui si producono i famosi pasticciotti, dolce tipico leccese (o di Galatina a seconda delle rivendicazioni) che addolcisce tutta la provincia da sempre. La loro preparazione è complessa ma affascinante: nei classici stampini, un tempo in alluminio e ora in acciaio, si adagia uno strato di frolla saporitissima grazie all'utilizzo dello strutto al posto del burro e di un concentrato di arancia. I ripieni, oltre all'originale crema, prevede a volte l'utilizzo di cioccolato, amarene e anche pistacchio, segno dell'apertura di un dolce tipico a "nuovi" sapori.
Il pasticciotto si cuoce per 13/15 minuti in forno a 240°, si lascia intiepidire e poi si estrae dagli stampini per finire nelle vetrine di questa pasticceria storica.


La terza tappa del giorno è forse quella che aspettavo di più, quella al parco archeologico diffuso di Salve.
Ci troviamo in località Macchie don Cesare, un'area di 100 ettari che è in realtà una gigantesca necropoli scoperta in tempi recenti. Il fatto che molti dei tumuli funerari fossero crollati ha sempre creato confusione perché il salento è una terra rocciosa e da sempre i contadini hanno eseguito spietramenti per poter coltivare la terra. Il fatto è che, storicamente, questa era una zona di pastorizia e i conti non tornavano. Marco Calavera dell'Associazione Archès e il suo amico Nicola Febbraro hanno cominciato a muoversi in quest'area e hanno portato alla luce ciò che bisognava illuminare.
La storia di questa necropoli risale a 4000 anni fa, quando la Magna Grecia ancora non esisteva e la scrittura era ancora di là da venire. La città dei morti non trovava riscontro in una città dei vivi, perché i villaggi dell'epoca erano costruiti con materiali deperibili come il legno e di loro non rimane traccia; eppure questo cimitero ante litteram è da sempre qui, in un lembo di terra affacciato sul mare e con le spalle agli ulivi.
Dei dodici tumuli riportati alla luce, il numero sette è sicuramente quello più importante, perché, oltre al ritrovamento di numerose ossa e di 907 denti che parlano di un una specie di ossario, sotto il piccolo dolmen custodito dal tumulo sono emersi dei vasi cinerari. È proprio questa la particolarità che lo rende unico al mondo, il fatto che in uno stesso luogo di sepoltura convivano il rito dell'inumazione e quello dell'incinirazione. Piccola nota a margine: nelle ceneri dei corpi bruciati sono stati trovate tracce di legno d'olivo e di fillirea, una pianta autoctona il cui intenso profumo serviva per coprire il cattivo odore dei corpi bruciati.



È tempo di godersi una mezzoretta di relax in riva al mare prima del pranzo a base di pesce presso il ristorante Lido Venere, uno dei migliori dellamarina di Salve. Ricco antipasto misto, prosecco, vino rosé e scialatielli ai frutti di mare sono solo l'entrè di un pasto che prosegue con frittura mista e involtini di pesce per un'apoteosi ittica che non ha paragoni.


Io sono montanaro e lo sapete ma questo non toglie che io mi possa godere una gitarella in barca ; se poi il paesaggio è quello della costa che va da Torre Pali a Leuca la goduria raddoppia e se il tramonto è la perfezione cromatica e la compagnia è speciale, lo spirito montanaro riesce ad armonizzarsi perfettamente con le onde.


L'ultimo appuntamento è di nuovo a palazzo Ramirez per la conferenza finale di questa splendida tre giorni. Tutti i presenti, il sindaco, gli assessori e i rappresentanti di Legambiente, della Pro Loco e di Salve turismo, hanno concordato sul fatto che la lentezza sia il modo migliore per promuovere il territorio soprattutto nei periodi di minore affluenza. Bisogna puntare sui cammini, sulla riscoperta dei borghi storici, delle zone archeologiche e delle aree rurali, e soprattutto sulla valorizzazione delle eccellenze eno gastronomiche.


La serata si chiude a Sante le Muse, un mio luogo del cuore dove Fabiana, amica preziosa, delizia i suoi ospiti con ricette antiche e a chilometro zero. Non è solo un ristorante, è molto di più, un centro dove cultura, arte e letteratura si fondono in un progetto più ampio, creando un polo di attrazione unico nel suo genere. Ogni volta che torno respiro quello spirito di accoglienza che ha caratterizzato tutto questo educational tour, quello che il Salento e Salve in particolar modo sa esprimere incondizionatamente e che fa si che ogni volta che torno io mi senta a casa. 
Come cantano i Sud Sound System: "Questa è casa mia, terra mia!!!"

lunedì 30 settembre 2019

Slowly in salve, seconda giornata



Il primo appuntamento di questa seconda giornata di Slowly in Salve e con la magnifica chiesa di Leuca Piccola, nel territorio comunale di Barbarano. Storico luogo di accoglienza per I pellegrini diretti verso il santuario di santa Maria di Leuca, la chiesetta ha una storia antichissima. La famiglia Capece, originaria del'area sorrentina, era proprietaria del terreno dove sorgeva la piccola chiesa e  Don Annibale, sacerdote della famiglia, decise di aprirla all'accoglienza scavando una serie di grotte dove i pellegrini potevano godere del fresco e dell'acqua grazie alla presenza di tre pozzi. L'acqua è da sempre un bene prezioso qui in Salento e i viandanti, per cui l'acqua è fondamentale, seguivano una sorta di percorso ideale che univa i pozzi, in modo da potersi rifocillare.
L'accoglienza iniziò ufficialmente nel 1685 e chi giungeva qui a piedi poteva contare su una locanda. 

"Ferma I pié passegger, non dar più passo, che qui trovi comode rimesse. Don Annibale Capece ci destinò per forastier in spasso" Questa era la stele, un'insegna dell'epoca, che si trovava appesa sul muro della stalla di fronte alla chiesa e che li invitava a sostare. Sul muro della locanda invece si trovava l'iscrizione delle Dieci P: "Parole poco pensate portano pena, perciò prima pensa poi parla" una frase antica ma attualissima in questi tempi bui. 
L'interno della chiesa è ricco di affreschi che rappresentano vari santi, da santa Marina (per chiari motivi di vicinanza) a san Gennaro (per ovvi motivi di origine), da san Oronzo patrono di Lecce a santa Barbara che protegge dai temporali (e dalle esplosioni da polvere da sparo). 

La raffigurazione più importante è però una sinopia cioè il disegno preparatorio di un affresco: rappresenta una madonna col bambino e risale alla seconda metà del 1500. 
Dalla terrazza che sovrasta la chiesa si gode di una bellissima vista sulla campagna circostante fatta di ulivi, pajare  e rocce che affiorano dalla terra rossa.



Seconda tappa della giornata è il borgo di Patù, il paese dei gatti. Pare che I felini fossero numerosi per via dei tanti granai presenti in loco e gli inevitabili topi. In effetti, lo stemma del paese rappresenta un gatto con un pesce in bocca. Il maggior punto di attrazione è però il Centopietre, una tomba medievale del 1200 costruita con grossi massi in guisa di casetta; di fronte c'è la chiesa di san Giovanni Battista recentemente restaurata. È una chiesetta scarna, senza sfarzi e fronzoli, di quelle che amo tanto perché rappresentano perfettamente la mia idea di spiritualità..



Da lì al santuario di Santa Maria di Leuca il passo è breve, pochi chilometri. La costruzione è imponente, ricorda una masseria costruita in forma di fortezza perché la sua storia è fatta di continui attacchi da parte dei pirati del nord Africa. Nel 1600 il santuario fu dato alle fiamme ben due volte e in una delle due il quadro di Palma il giovane raffigurante la Madonna con bambino fu dato alle fiamme; per un intervento divino (non potrebbe essere altrimenti) la parte centrale che racchiudeva I volti si salvò ed é tuttora sull'altare maggiore, che ricorda nello stile e nell'uso dei materiali, quello della chiesa di santa Marina visitata ieri, quasi una fotocopia. Sull'altare sinistro, ciliegina sulla torta, c'è un quadro del 1800 che rappresenta l'annunciazione; la particolarità è che non ci sono né colori né pittura, il tutto è fatto di cartapesta.


Arriva l'ora di pranzo e raggiungiamo il ristorante La Cozza che si affaccia sul mare ancora pieno di bagnanti grazie al clima ideale. Le portate sono tante e spettacolari, a cominciare dagli sfiziosi antipasti fra crudi e fritti, per passare a dei paccheri con sugo di pesce e una deliziosa frittura di calamari e gamberi, il tutto annaffiato da dell'ottimo rosé.




Il primo pomeriggio è dedicato al circondario rurale di Salve. Legambiente ci aspetta in una pajara ristrutturata per farci assaggiare ottimi dolci preparati dalle donne del luogo e un goccio di un passito salentino. Mentre sto assaggiando un pasticciotto mi viene incontro Meggy Grey, la moglie di Nicolas Grey. Li avevo conosciuti lo scorso febbraio nella loro masseria piena di gatti e di opere d'arte. È lei a riconoscermi e mi da un caloroso abbraccio cui io mi abbandono volentieri; sento di aver lasciato un bel ricordo e questo mi commuove non poco, ma non c'è molto tempo per I sentimentalismi: il gruppo si muove per una lunga camminata fra uliveti, vecchie pajare e muretti a secco crollati. Non è sempre semplice mettere un passo dopo l'altro, ma per chi ama camminare non è certo un problema e poi il paesaggio è da brividi. Ci vuole un'ora per tornare al punto di partenza e un quarto d'ora per infilarsi velocemente sotto la doccia e tornare velocemente a palazzo Ramirez.



La visita al museo dei telai antichi apre una finestra importante su uno spaccato della vita di Salve. Quello della tessitura era una fetta importante dell'economia locale, purtroppo soppiantato nel corso del tempo dall'industrializzazione del settore ma le tradizioni culturali sono dure a morire e tenere viva la memoria è di estrema importanza.
Con brevi cenni storici si scopre che I telai venivano costruiti con legno d'ulivo o di quercia e che si lavorava il cotone, il lino ma anche la fibra della canapa che serviva creare delle corde sottili che venivano usate per fare asciugare le foglie di tabacco e, nella più nobile arte, quella del riciclo, non si buttavano e trovavano nuova vita nei tessuti.




L'ultimo appuntamento è quello con il convegno "Salve, luogo della lentezza e del saper fare" cui partecipano, oltre al sindaco e agli amministratori della città, altri operatori del settore e figure di spicco delle associazioni che si occupano di turismo. Si parla di lentezza, di accoglienza e di cammini ma anche di mare e di nuove strategie per sviluppare questo settore con il rispetto per l'ambiente, il recupero dei valori umani e delle tradizioni locali.



Il tutto si conclude con due tavoli pieni di specialità locali, uno per I salati (polpo con patate, scapece, e varie specialità di pesce) e uno per i dolci con i mostaccioli, le cartellate, i pastcciotti e tutte le altre leccornie tipiche delle tradizioni natalizie e pasquali del Salento. Quello che si dice chiudere in bellezza. 
In realtà c'è ancora la cena a base di carne al Jameson che è ormai la nostra tana e che ci coccola con amore fino a notte fonda. Grazie ragazzi!!!





sabato 28 settembre 2019

Slowly in Salve, prima giornata


Iniziamo dalla fine, quella della 
giornata di ieri, perché il cibo qui in Salento, è parte integrante dell'esperienza globale. Siamo stati ospiti del Mr. Jameson, un ottimo ristorante di questa piccola cittadina dove il gestore ci ha deliziato con alcune portate veramente notevoli a base di specialità del territorio fra cui tonno (avvolto in una deliziosa pralinatura), polpo (unito al tradizionale fave e cicoria) e una splendida crostata con marmellata di fichi ricoperta da una "sbriciolatura" di mandorle, il tutto accompagnato da un rosé salentino fresco al punto giusto e da dell'ottimo negramaro. Il tocco finale è stato un liquore fatto in casa al peperoncino, zenzero, limone e mandorla che al primo sorso mi ha riempito la bocca di fiamme, ma che nelle tre seguenti sorsate ha saputo regalare un sapore incredibile e ha facilitato notevolmente la digestione.


Veniamo al racconto di oggi: il sindaco e gli amministratori ci hanno.accolto a Palazzo Ramirez per un benvenuto e un briefing sul tour e la storia di Salve, città dell'accoglienza. La vera ricchezza di questa cittadina è infatti la gente, una popolazione mite, molto religiosa come testimonia lo stemma del paese che raffigura una colomba con un ramo d'ulivo nel becco. Piazza Concordia è fulcro e cuore storico del borgo, dove da sempre gli abitanti si ritrovano per parlare, scambiarsi opinioni e socializzare. 

Molte sono le feste e le sagre che animano Salve, a partire da quella del santo patrono, san Nicola Magno, che si celebra il 6 dicembre e si replica nell'ultima settimana di luglio per i numerosi cittadine emigrati nei decenni scorsi (soprattutto in Svizzera) e che tornano a casa per le vacanze.
Gli altri appuntamenti importanti si svolgono prevalentemente nel periodo estivo e svariano da quelle gastronomiche (famosa quella del pesce che si svolge nell'area portuale di Torre Pali il 5 agosto) a quelle musicali fra cui quella della taranta che si tiene il 21 agosto e i tanti appuntamenti con i concerti per organo che si svolgono durante tutta l'estate nella chiesa di san Nicola. Al suo interno si trova l'organo Olgiati-Mauro datato 1628, che è il più antico tuttora funzionante in Puglia; molti famosi concertisti vengono a cimentarsi con i suoi tasti per la gioia di residenti e turisti ed è uno degli appuntamenti più importanti dell'estate salvese.



Dopo l'incontro abbiamo visitato il frantoio ipogeo Le Trappite, risalente al 1600. Quello dei frantoi sotterranei è un fenomeno tipico delle terre di Leuca, per tanti motivi. L'ambiente fresco e umido delle grotte consentiva a chi lavorava alla produzione dell'olio, per lo più pescatori che durante l'inverno abbandonavano il loro impiego estivo,  di lavorare al riparo e lontani dalle seppur miti intemperie. Un complesso sistema di canali scavati nella roccia e grosse macine in pietra permetteva un'ampia produzione di olio, sia per fini alimentari che per l'illuminazione, garantendo la sopravvivenza economica di molte famiglie.


Dopo la visita al frantoio ci siamo spostati nel laboratorio dell'artista Antonio Sergi, un virtuoso del ferro battuto, che oltre ai lavori più classici come cancelli e ringhiere, dà libero sfogo alla sua immensa creatività con una serie di lavori che vanno ad arricchire le case di molti amanti dell'arte di manipolare il ferro. La sua aquila è il più nitido esempio del suo genio creativo, che si accosta perfettamente alla sua passione per la musica metal: quel che si dice metallaro in tutti i sensi.


Prima di andare a pranzo abbiamo fatto una breve visita alla Masseria Santu Lasi (san Biagio), un piacevole ritorno per me che c'ero già stato a febbraio scorso per la festa del santo. Il complesso di pajare e liame che la compone (tipico della zona) è stata restaurato con grande maestria dal proprietario, l'architetto Vincenzo Cazzato che ha conservato nelle varie stanze arredamento e utensili antichi, fra cui telai e mobili storici. Il giardino, bellissimo, e affollato di gatti molto socievoli e di preziose opere di land art realizzate da un collettivo di artisti viterbesi e muoversi lentamente fra piante di fichi d'india, erbe officinali, e arbusti pieni di bacche colorate è un piacere di cui godere lentamente e cui abbandonarsi senza remore.


Il pranzo è affidato all'osteria La Preula e, come da tradizione qui in Salento, è pantagruelico. Ho l'occasione di assaggiare, oltre a innumerevoli prelibatezze innaffiate da un ottimo rosé, il pisceammare, una sorta di zuppa fatta con avanzi di pesce, cime di rape, ceci e un po' di peperoncino, in cui la frisella si tuffa felice per raccogliere dentro di se lo strepitoso brodo: una vera delizia.


La visita al santuario di santa Marina è un momento bellissimo della giornata, sia per la bellezza del luogo, sia per la storia della santa il cui culto qui a Ruggiano, frazione di Salve, è da sempre molto sentito. A raccontarcela sono un frate cappuccino dalla barba bianca e lo sguardo bonario e la signora Ippazia, vera memoria storica della chiesa. La santa, entrata in monastero travestita da maschio dal padre fattosi frate a sua volta, è chiamata la santa dell'arcobaleno ed è la protettrice dei malati di fegato. La chiesa costruita nel 1773 nella sua forma attuale è in realtà molto più antica; le sue origini risalgono infatti al V o VII secolo D.C. 
In una stanza situata dietro l'altare, un muro è vergato dai nomi dei tantissimi pellegrini passati da qui nel corso dei secoli, una sorta di registro di altri tempi, un segno tangibile della devozione nei confronti di santa Marina e del passaggio di pellegrini diretti verso il sauntuario di Santa Maria di Leuca.



Penultimo appuntamento di oggi è quello con l'azienda agricola Li Fani, dove il signor Sergi, produttore di olio, combatte la sua personale guerra contro la xilella, il parassita che sta decimando gli olivi secolari pugliesi.
Sta ottenendo grossi risultati sia grazie alla sua tenacia sia grazie ai suoi metodi di coltivazione che segnano un ritorno al sistema organico. Lui è un omone fiero del suo lavoro che però si trova spesso a combattere contro i mulini a vento, chein questo caso sono le olivete abbandonate divise dalle sue da un solo muro a secco e proliferanti di parassiti di ogni genere. Ho visto nei suoi occhi un misto di rabbia e disillusione, ma a prevalere era quella scintilla di coraggio e di viglia di lottare, per i suoi alberi certo, ma anche per la sua terra e per il suo futuro. Il suo olio è buonissimo ed è bastato un sorso a farmi capire che alla fine sarà lui a vincere.

Per concludere questa bella  giornata torniamo tutti a Palazzo Ramirez per assistere alla proiezione di  "Terrarussa e petre", un docu-film molto commovente sulla storia di Salve e della sua popolazione e sui molti abitanti che sono partiti in cerca di fortuna in Svizzera o in Belgio, raccontato attraverso l'amicizia di alcuni bambini. 
Ora siamo pronti per una cena di pesce in riva al mare, degna conclusione di una giornata bellissima. A coccolarci è il Ristorante Ikarus, a Marina di Pescoluse.