sabato 20 maggio 2017

River Mincio mon amour


Diciannovesima tappa, Monzambano - Rivalta sul mincio, 30 km.

La lunga distanza non si è fatta sentire oggi, sia per un dislivello praticamente inesistente che per le chiacchiere con Stefano, il mio accompagnatore per questa tappa ma la vera cura contro i km è stata sicuramente la bellezza del paesaggio.
La cronaca.
Partiamo presto; Stefano ha portato l'ombrello multiuso, parasole e parapioggia e l'ho preso, in entrambe i casi, come un simpatico amuleto.
Iniziamo a camminare lungo un canale poi c'é l'unica salita del giorno e a seguire l'unica discesa; il tutto fra bellissimi vigneti, che non é poco.
Inizia la pianura, una lunga distesa di campi che mi farà compagnia fino a Piacenza. È tutto uno scorrere di strade bianche e relativi canali di irrigazione, alcuni secchi, molti altri bagnati da chiare, fresche e dolci acque che verrebbe voglia di tuffarsi. O anche di fare surf quando la corrente corre.
Con noi cavalli, caprette, qualche cagnetto qua e là e anche un grosso lumacone marrone, un must di ogni Cammino che si rispetti. E poi ci sono quei fiori a pallettoni viola che sembrano venire dritti dritti da Pandora, se avete presente.
Attraversiamo piccoli agglomerati di case, ci sono gli immancabili papaveri e le inevitabili more di gelso, e delle buffe alghe da pozza fanghigliosa; continuiamo così e macinando chilometri e parole arriviamo ad abbracciare la star del giorno, il Mincio: l'estetica bucolica dei lirici latini è tutta qua, in bella vista.
È indubbiamente il luogo più adatto per un panino con finocchiona e grana.
Ce la prendiamo comoda, Goito è a due passi e sia l'entrata che l'uscita sono lungo il fiume, fra alberi misti, salici e sussurar di acque. C'è anche una famiglia di cigni, madre, padre e quattro batuffoli al seguito: se ci fosse un brano strappalacrime alla John Williams sarebbe perfetto. 
Ci sono quattro km di asfalto da fare per arrivare a fine tappa ma li bruciamo rapidamente perché quando sai che il traguardo è gagliardo vuoi arrivare subito.
A poche centinaia di metri da Rivalta sul Mincio veniamo affiancate da due arzille nonnette in bicicletta che vogliono sapere dove andiamo, da dove arriviamo e soprattutto se io sono tedesco; risponde Stefano in dialetto e da quel momento io non capisco più nulla ma mi godo la musicalità di quel dialogo, la sua armonia: ci sono dialetti duri e dialetti morbidi,  questo è di gommapiuma.
L'ostello di Rivalta sul Mincio è proprio sul Mincio, nel senso che affaccia sul fiume, diviso solo da un piccolo prato verde.
È una gioia scrivervi di oggi seduto su una panchina di pietra, davanti alle lente acque di questo bellissimo fiume.
Stefano torna a casa base, le strade si separano, almeno per un po'; domani sarò di nuovo in solitaria e le sue chiacchiere mi mancheranno.
Ora sta iniziando a piovere, oggi Giove è stato buono con noi: thank you boss.

venerdì 19 maggio 2017

Lago G e la pioggia annunciata


Diciottesima tappa, Pastrengo - Monzambano, 25 km.

Sono giorni che tutti mi dicono "venerdì piove" e quando stamattina apro le finestre e vedo le nuvole compatte penso "avete vinto voi".
Si però non piove ancora; è vero, non lascia presagire nulla di buono però....
Mi metto in marcia che sono le 8,00 in punto e inizio a zigzagare beato fra i vigneti e le rose che ne sorvegliano i filari. È un gran bel camminare, paesaggi intensi, zero calura, e tanto silenzio.
Si però....
Arrivo a Colá, un piccolo borgo arroccato con il suo castello, la sua chiesa con i cipressi e le belle casette in pietra. 
Il lago ancora non lo vedo nonostante sia ad uno, forse due km ma percepisco la sua grossa presenza.
Di nuovo giù fra le vigne e i campi di frumento in un paesaggio che più bucolico non si può.
Si, però....
Il silenzio viene improvvisamente rotto dal crescere costante di urla, risa e schiamazzi, poi musicaccia e ancora più urla. Ci siamo, il parco giochi è aperto e trabocca gioventù pronta a catafottersi da altezze vertiginose lungo montagne russe e altre diavolerie su binario: siamo a Gardaland.
Aggiro velocemente l'immenso luna park e in men che non si dica raggiungo la riva del grande lago, il lago della grande G, il Garda.
Non è la giornata migliore per gustarne la bellezza ma mi faccio bastare ciò che vedo camminando la sua riva fino a Peschiera. 
C'è anche il tempo per una sosta in cui bevo e sgranocchio due mandorle e un uccello mi caca prima sullo zaino e poi sul cappello. Riparto augurandogli di finire in un piatto con la polenta fumante.
Si però...
Peschiera è bella, con le sue fortificazioni, il porto e lo struscio dei turisti; perfino il sole sembra volerla benedire con qualche raggio. Esco per viuzze secondarie e a un certo punto sono di nuovo fra i vigneti.
Si però...
Faccio finta di non vedere quella specie di muro grigio che è diventato il cielo alla mia destra così come mi illudo che il vento sia un mio alleato pronto a spazzare via tutto il male, come un supereroe, come l'uomo tigre.
Accelero i passi più e più volte, salgo e scendo le collinette come un podista impazzito, mi do la carica da solo, ce la puoi fare, ce la puoi fare, ce la puoi fare.
Si però...
Scavallo l'ultimo dosso e le prime case di Ponti sul Mincio mi appaiono, colorate e in contrasto con il buio cupo del cielo.
Si però...
Passo la piazza
Si però...
Passo il castello.
Si però...
Faccio altri dieci passi e: vai con la tormenta !!!
Si però noi te l'avevamo detto che avrebbe piovuto.
Maledetti menagrami.
C'è la tenda di una bottega e proprio sotto, una panchina: la eleggo a mio riparo. Tiro fuori i sotto dei pantaloni e la mantella e come Superpippo con la nocciolina divento nuovamente lo Gnomone blu della Val di Susa. Quando mi incammino Giove pluvio percepisce la potenza del mitico Gnomone e chiude un po' i rubinetti; dopo altri dieci​ li chiude del tutto ed io posso fare il mio ingresso trionfale a Monzambano.
Fine tappa. Ora c'è il sole.

giovedì 18 maggio 2017

In simbiosi col fiume


Diciassettesima tappa, Verona - Pastrengo, 27 km.

Siamo i compari, i migliori amici, siamo un corpo e un'anima: l'Adige cammina con me e ormai sono tre giorni.
Subito dopo il Pognte Scaligero scendo sul suo argine e resto con lui per buona parte della tappa e lui che è un fiume riconoscente mi regalerà begli scorci e tanto silenzio.
Il clima è ottimale, cielo coperto, zero cado e si cammina con facilità; arrivo velocemente alla diga dove faccio una prima sosta poi, dopo aver incontrato un ragazzo con due cagnoloni bellissimi, tiro dritto fino ad arrivare ad uno dei punti più belli della tappa di oggi: un vecchio mulino dove fanno bella mostra di se due ponticelli medievali. 
Li cavalco poi continuo a camminare lungo l'alzaia, il lungo sentiero che costeggia il lato destro del fiume dove un tempo gli animali trascinavano, grazie a delle cime, le barche da trasporto per permettergli di risalire la corrente. 
Arrivo al piccolo paese di Pescantina quando il sole ha ormai vinto la sua battaglia con le nuvole. Incontro subito una piccola chiesetta sul cui portone è scolpito un bordone, l'antico bastone usato dai pellegrini durante la viandanza. 
Bevo qualcosa di fresco poi mi rimetto in moto, passo il ponte e risalgo la collina per arrivare a Bussolengo. Come da consuetudine c'è il mercato e il centro storico risulta invisibile. Sono in quota, quasi a fine tappa; da Bussolengo parte una ciclabile bellissima che costeggia un grosso canale e lo fa agghindata di cipressi e ricca di ciclisti. Io ho una corsia tutta per me, un avanzo di prato sulla destra e così mi risparmio l'asfalto. Arrivo ad un ponticello, le frecce mi indicano di girare ed è cos che abbandono il pianeggiante per la salita. È breve ma spietata ed è su acciottolato: trattasi del vecchio sentiero che portava su al santuario di Pastrengo. Arrivo in cima un po' provato ma la vista è bella assai. Qui ebbe luogo, il 30 aprile 1848, una famosa battaglia fra i Savoia e gli Austriaci di Radetzky, che per la cronaca vennero presi a calci nel posteriore grazie anche ad una storica carica dei carabinieri a cavallo. Di storico il paese non ha praticamente più nulla per cui tiro dritto verso l'accoglienza e chiudo la tappa; fa caldo e sogno la mia doccia fresca. 
E il tuo tuo compare? Il tuo miglior amico? L'Adige si era fatto troppo possessivo e allora l'ho mollato per sempre e domani lo tradirò con il Garda, il Lago di Garda.
Saludos.

mercoledì 17 maggio 2017

Postumio scaligero e i mille papaveri rossi


Sedicesima tappa, Mambrotta - Verona, 20 km.

Repetita non sempre iuvant e la prima parte della tappa odierna ne è la prova.
Dopo la ricca colazione abbandono l'alloggio e mi infilo nuovamente nella ciclabile infuocata, esattamente dove l'avevo lasciata ieri; lei non è cambiata, anzi, se possibile, si è fatta ancora più appiccicosa. 
Ce ne andiamo a braccetto per una decina di km e il caldo si unisce subito a noi: non ci facciamo mancare nulla. Ai lati le solite coltivazioni, i soliti filari velati; unico regalo un grosso idrante agricolo che sparge acqua e arcobaleni come un pittore di acquarelli. Purtroppo è lontano dalla Via, quindi irraggiungibile e il bis della doccia multipla francigena non ha luogo. Patimus.
All'undicesimo km tutto cambia, c'è il Bosco Buri e l'ombra elargita dai numerosi alberi diventa una solida realtà: pitstop.
Mancano otto km a Verona e nonostante  la ciclabile, dopo il bosco, torni a sprazzi assolata, si cammina bene, con brevi soste per le more di gelso ed una più lunga per un immenso campo di papaveri dove non farsi una foto sarebbe un delitto.
La città scaligera è lì, a un tiro di voce, e ci vuole veramente poco per guadagnare la doccia, poi dedico a Verona un po' del mio tempo. La cosa più bella è l'ultima, il togliersi i sandali e camminare a piedi nudi lungo i basolati della Via Postumia, quel poco che ne rimane. Le vibrazioni ancora una volta risalgono il mio corpo donandomi quel misto di euforia e commozione che è come una droga, che è quello che da motivo a tutto ciò. Domani ci saranno altri km da fare ma per ora mi godo questi dieci metri di storia.

martedì 16 maggio 2017

Niente di nuovo sotto il sole (e splash finale)


Quindicesima tappa, Gazzolo - Mambrotta, 26 shadowless km.

Non ci sarebbe molto da dire, basterebbe la parola "sole" ripetuta ciclicamente tipo mantra per sette ore, ma ci provo lo stesso.
Esco alle otto dopo una bella colazione e faccio rotta per Arcole. Qui Napoleone ci vinse una battaglia durata tre giorni nel novembre del 1796 e tutto lo ricorda: c'è il museo e c'è anche un obelisco con una grossa N proprio dopo il ponte dove ebbe luogo la pugna. Non c'è molto altro. Dall'obelisco parte la ciclabile che mi si appiccicherà come una cozza per tuto il giorno... o il contrario. 
All'inizio è sterrata e mi piace poi perde di fascino e diventa asfaltata. Segue il fiume Alpone per un po', poi, volubile com'è, cambia idea e comincia a seguire l'Adige e gli si affeziona parecchio perché non lo molla più. 
Sui lati si alternano vigne e prugneti coperti da teli, neri come tetri sudari. Non si attraversa nessun centro abitato, se ne lambiscono alcuni ma non c'è contatto il che vuol dire "no bar, no fontanelle". Il sole picchia pesante e non c'è nulla che faccia ombra, né alberi né case, nulla: è un'esposizione totale, definitiva. Vado in trance cercando di trovare nella concentrazione la forza di non sentire il sole ma tutto ciò che riesco ad ottenere è attirare le attenzioni di un nero serpentone di fiume che impavido mi viene incontro sinuoso per sterzare solo ad un metro da me, vinto dalla paura.
Ogni tanto un rumore alle mie spalle mi segnala il sopraggiungere di qualche ciclista che mi sorpassa e fila via veloce lasciandomi a rodermi d'invidia: comincio a non poterne più.
Supero un ponte e riprendo la ciclabile che torna ad essere sterrata e questo dona sollievo ai miei piedi ma decido comunque di alleggerirli ulteriormente passando dalla scarpa al sandalo. Sono due drittoni fino al ponte per Zevio e sul primo, forse grazie alle mie reiterate preghiere, una micro-nuvola si sistema proprio davanti al sole e me lo nasconde per dieci minuti abbondanti, come se si fosse fermata, come se il vento avesse spento il motore. 
Cambia tutto: i gradi in meno si sentono e il passo trova nuovamente vigore e c'è anche un leggero venticello ad impreziosire il tutto. Spesso però le cose belle durano poco e all'inizio del secondo drittone Puff, la nuvoletta cede di schianto e mi condanna nuovamente alla calura. 
Atraverso l'Adige per entrare a Zevio; è fuori percorso ma devo ricaricare la borraccia e riposare un po'. 
Il municipio è un castello su un'isola e nel fossato sguazzano cigni, germani e tantissime tartarughe. Oltre a questo e alla piazza non c'è molto da vedere e comunque non voglio perdere tempo prezioso: in me si è svegliato un ricordo, quello di una piscina, una piccola piscina nel b&b in cui dormirò. Mi rimetto sulla ciclabile e accelero il passo. 
Un vecchietto con dei capelli alla scienziato pazzo mi sorpassa in bici e mi da le direttive per raggiungere Mambrotta; si aggiunge un ragazzo (sempre in bici) che mi chiede dove vado e a risposta fa "io questa estate vado a Santiago". Provo a dirgli "parti da qui allora" ma lui è già lontano. 
Arrivo al b&b pochi minuti dopo e la piscina c'è; il proprietario dice che l'acqua è fredda ma non sa con chi ha a che fare. Infilo il costume e Splash, il bagno è servito, servito tre volte.
Ora si che il pellegrino è felice.

lunedì 15 maggio 2017

La Linea e i vigneti ovunque


Quattordicesima tappa, Brendola - Gazzolo, 25 km.

La colazione di stamattina è di quelle da ricordare per l'eternità: muesli croccante, yogurt, crostate e torte varie fatte in casa, cappuccio super, cornetti e, soprattutto, succo di fichi d'india: me ne sarei bevuto una damigiana.
C'è una linea netta nel cielo di stamattina, divide, senza mezzi termini, il grigio dall'azzurro, il male dal bene... che poi il cielo grigio così male non è, visto che anche oggi c'è un po' da salire e farlo al fresco, nel senso termico, è molto meglio.
Passo per campi coltivati, seguendo la silhouette dei colli alla mia sinistra poi, improvvisamente, sterzo e ci vado dritto incontro e la salita ha inizio: strada, poi sterrata, poi bosco melmoso e quando sbuco in località Grancona sono un bagno di sudore, ho faccia e braccia piene di stramaledette ragnatele e un cane inizia ad abbaiare da qualche parte e non la smette più. OM!!!
Da quassù la Linea si vede ancora meglio e all'orizzonte appaiono le creste delle montagne, nitide nella parte azzurra del mondo. 
La Via continua in docile saliscendi, costeggiando vigneti di ogni tipo e lo sguardo si perde in varie direzioni, tutte belle. C'è tempo a sufficienza per mangiare un cospicuo numero di more di gelso, cogliendole da un albero di cui nessuno, ahimè, si occupa; per terra è pieno di frutti caduti che io avrei trasformato in un'ottima marmellata.  
Faccio una sosta nel giardino di una birreria che, essendo lunedì, è chiusa e mi finisco le ciliegie dopo aver liberato i piedi. Sono lì che controllo le foto scattate e improvvisamente sento uno strano calore salirmi sul collo: mi giro e scopro che dietro di me il cielo si è frantumato, la linea ha ceduto e l'azzurro è esondato in ogni dove.
La discesa verso Lonigo è veloce e arrivo giù in un battibaleno; quando suono al monastero di San Daniele una voce oltre il citofono mi dice che i frati non ci sono (e dove saranno mai???) ma che se voglio​ posso mangiare alla mensa dei poveri fra un quarto d'ora. Spiego alla voce la cosa della banana e poi le chiedo se è possibile almeno mettere il timbro ma la voce risponde che anche questo non si può fare ma che se voglio posso mangiare alla mensa dei poveri. Preciso che non ho nulla contro i poveri ma che ho la mia banana e tanto mi basta poi me ne vado con le pive nel sacco. 
Il centro di Lonigo e assediato dal mercato settimanale ma sono in fase di sbaraccamento così mi siedo su una panchina, tolgo nuovamente le scarpe e consumo il mio minimo pasto.
È il tempo sufficiente a che quasi tutti i furgoni spariscano così quando riparto riesco a fare qualche foto.
Da lì in poi è tutto asfalto e sole a picco fino a Gazzolo, microscopico paese dove chiudo la tappa.
L'uomo cammina e la strada si riduce.

domenica 14 maggio 2017

Di caprioli, gelsi e amoli


Tredicesima tappa, Quinto Vicentino - Brendola, 30 km.

Il primo km me lo faccio da solo, dall'accoglienza al centro di Quinto Vicentino, dove ho appuntamento con Alessandro, referente di zona della Postumia. Partiamo veloci perché altre persone ci attendono sul ponte di Marola. La Via corre su una ciclabile sterrata che, attraversando campi e campagne, arriva proprio al meeting point. Il duo diventa quintetto con Monica, Veronica e Paolo.
C'è giusto il tempo di fare qualche km, vedere il primo capriolo, passare davanti ad un bellissimo mulino e siamo già a Vicenza, e ci siamo con uno scopo preciso, salire al Santuario di Monte Berico. 
Tagliamo per la prima rampa di scale e poi imbocchiamo il porticato che sale verso la chiesa regalando a chi lo percorre una prospettiva mozzafiato. La chiesa è piena, c'è la messa e noi entriamo in punta dei piedi, giusto il tempo di appoggiare la mano sul tondo argentato che raffigura la Madonna e sfiorarne la sacralità, poi via in sacrestia per un timbro sulla credenziale e le risposte di rito alle suorine curiose.
La strada scende ciò che aveva salito e lo fa su uno sterrato ombroso, una cosa buona e giusta visto che comincia a fare caldo, molto caldo. Sbuchiamo nei pressi dell'autostrada, ci passiamo sotto e poco dopo facciamo la meritata sosta nel chiostro di un santuario, con le chiappe sul marmo e i piedi all'aria. Paolo, il sant'uomo,  tira fuori dallo zaino una vaschetta piena zeppa di ciliegie buonissime che trangugiamo selvaggiamente alla ricerca del frutto perfetto (tutte scuse). Dura poco, dura sempre poco: dopo un caffè shakerato siamo di nuovo sulla strada ed ecco che appare il secondo capriolo: sembra che corra verso di noi ma in realtà vuole solo tagliarci la strada, guadagnare il bosco e l'invisibilità. Pochi minuti dopo inizia la salita infame e senza ombra.
La pendenza della strada è di quelle da gran premio della montagna e improvvisamente le parole si fanno sporadiche, poi più sporadivche ancora poi nulle; quando sbuchiamo a Valmarana la mia camicia è zuppa e la bandana anche peggio. C'è una bella vista e tira anche un po' di prezioso venticello e tiriamo un po' il fiato. 
Ci infiliamo nel bosco per continuare a salire leggermente; il Cammino è allietato dalle more di gelso e dagli amoli, piccole prugne tonde e acerbe, asprigne come una mela verde. 
Sbuchiamo infine a Brendola davanti alla sua chiesa dalla facciata sgargiante; c'è anche un'osteria che però non fa servizio bar e neanche ti vende una lattina (molto simpatici). Ma la tappa è agli sgoccioli, resta il tempo, per Alessandro, di dipingere un'ultima freccia gialla sul bordo di un marciapiede e poi arriviamo, tipo l'Armata Brancaleone, all'accoglienza dove è in corso il fine pranzo di comunione di qualche ragazzino. 
Ci guardano come degli alieni ma noi voliamo alto e, prese bibite e acqua, ci andiamo a sdraiare su un prato, lontano da tutti loro e all'ombra di piccoli alberi. Sono gli ultimi istanti di una bellissima giornata fatta di passi, di parole e di nuovi amici. Cosa chiedere di più.
Saludos amigos nuevos.

sabato 13 maggio 2017

La ferrovia fantasma e il sole a picco


Dodicesima tappa, Facca - Quinto Vicentino, 34 hotty km.

Già lo so, ci sarà il sole e farà caldo, non devo nemmeno aprire le finestre per averne la certezza,  si tratta di una certezza interiore, di quelle indiscutibili. 
La colazione è ricca e piena di cose buone. La Bicicletta (il b&b) mi ha accolto con affetto e calore, offrendomi chiacchiere e polpette di pesce ieri sera a cena, un bed molto comodo e poi questo popò di breakfast. 
Non "pubblicizzo" mai dove dormo o dove mangio, è un regola ferrea, ma questa è un'eccezione da fare. 
Oggi sarà quasi tutto asfalto, so anche questo e prima di uscire mi faccio un bel Ommm per prepararmi a livello psicologico.
Pronti, partenza, via!!! 
Le strade da percorrere sono veramente a traffico ridotto e si cammina bene, io tengo il passo veloce che non voglio fare tardi e quando improvvisamente la Brenta mi appare in tutto il suo splendore di pace ed acque lente ho già fatto 10 km.
La attraverso su un ponte cui hanno aggiunto una larga passerella ciclo pedonale e mentre la cammino mi torna in mente l'ingresso a Piacenza sulla Francigena, il ponte con i camion a un metro che ti risucchiano passando veloci: brrrr.
Passato il ponte faccio la prima sosta (in un baretto osteria dove, a senso, si mangia da paura) e anche una chiacchierata con un signore che mi racconta di tutte le bombe trovate nel fiume e altre amenità locali. Poi riparto di slancio e mi infilo subito lungo gli invisibili binari della ferrovia fantasma: la Treviso Ostiglia. È ben camuffata da ciclabile ombrosa e camminarci è una goduria; è un altro drittone su cui incontro ciclisti, giovani pattinatrici instabili, furbi contrabbandieri macedoni e corridori stravolti; c'è anche un quartetto equino che vorrebbe accodarsi alla mia passeggiata ma è costretto nel suo recinto: peccato.
Quando arrivo in fondo passo il ponte fantasma della ferrovia fantasma e mi immetto in uno sterrato lungo canale, molto bello ma privo d'ombra. Fino a Camisano Vicentino sono 7 km bollenti e quando arrivo sono cotto e stracotto. C'è una pizzeria chiusa e io occupo il suo tavolo fatto di bancali e mangio: panino e banana, il panino non lo finisco, la banana si. Tolgo anche le.scarpe perché i piedi urlano pietà, e io sono un tipo dal cuore d'oro. 
Mancano 9 km e ai 7 mi fermo nuovamente per un gelatino (cocco e amarena) e per riempire la vuota borraccia. 
Poi è di nuovo ciclabile sterrata e soleggiata; incontro una signora che mi chiede se sto andando a Santiago e io gli spiego della Postumia e del mio Cammino fino a Genova. Mi chiede consigli perché a luglio vuole partire per il Cammino Francese e io provo, inutilmente, a caldeggiare qualche Cammino italiano. Il tutto dura meno di tre minuti poi ognuno riparte per direzioni diverse. I km scalano uno dopo l'altro, la stanchezza si fa sentire e, dopo aver acquistato in un provvidenziale spaccio di latte pane e affettati per la tappa di domani, chiudo quella di oggi.  Gaudemus!!!
Domani si va a Brendola e ci saranno delle sorprese.
Hasta siempre!!!

venerdì 12 maggio 2017

Giro di guardia con rododendro


Undicesima tappa, Castelfranco Veneto - Facca, 23 km + 1,5 km di giro di guardia.

Ieri sera ho fatto tardi, molto tardi, almeno per gli standard pellegrini: le 00,24. Il fatto è che la presentazione alla Ubik è stata un gran successo e quando questo accade non ci si può esimere dal festeggiare in qualche bar.
Detto questo ho comunque aperto gli occhi alle 4,49 e che non sono normale lo so da me.
La tappa inizia bene: appena usciti da Castelfranco si imbocca il Sentiero degli Ezzelini che corre lungo il torrente Muson e lo fa con grande pace ed armonia, l'ennesimo tubone verde.
Quando arrivo a Castello di Godego sono fuori dal tunnel ma continuo a divertirmi zigzagando fra sterrate di campagna cosparse di papaveri e stradine deserte con tanti piccoli tabernacoli, dedicati perlopiù alla Madonna e a sant'Antonio da Padova.
Continua così fino a Galliera Veneta, picco paesino dove fa bella mostra di se un super casone, la Villa Imperiale che ospita, fra le altre cose, la biblioteca ed è circondata da un bellissimo parco. Non me lo faccio dire due volte, entro, trovo la panchina giusta e via le scarpe, via i calzini, piedi all'aria e sosta obbligata. Il tempo é bello, ci sono nuvole in abbondanza ma il sole la fa da padrone e fa anche caldo, per cui un po' d'ombra è proprio quello che ci vuole. Cittadella è vicina, non manca molto ed è lei oggi il piatto forte della tappa. Altri tre km di zig zag e finalmente vedo l'imponente cinta muraria e, con passo veloce e sicuro, l'attraverso.
Io brontolo, ormai dovreste saperlo, e spesso lo faccio a voce alta attirando l'attenzione: questo è uno di quei momenti. Per essere un paesino grande come uno sputo c'è il traffico di una metropoli all'ora di punta e i nervi mi saltano immediatamente con gran fragore di imprecazioni. Questa cittadina è un gioiello, un diamante sporco e per riportarlo alla sua brillantezza basterebbe fare una scelta coraggiosa e importante: pedonalizzare. Ma poi sai i bar, le gelaterie, i negozi, tutti a morire dalla paura di perdere il loro pulciosi soldi. Questo paese è schiavo del denaro e del proprio, piccolo orto ed è per questo, ed altri motivi, che la gente ha perso la percezione della bellezza dei luoghi in cui vive, è cieco davanti ai suoi stessi tesori. Salgo subito sulla cinta muraria, penso che forse da lassù tutto mi sembrerà migliore e il "rododendro" si calmerà ed in effetti è così.
Una ventina di metri a volte bastano a cambiare lo stato delle cose, ad attutire le brutture del mondo e a donare una prospettiva nuova, diversa: forse è per questo che amo così tanto la montagna, il suo distacco dall'umana bolgia.
Faccio tutto il giro di guardia, un km e mezzo in più sul tabellino di marcia ma ne vale veramente la pena poi scendo, un gelato al volo e sono on the road again come cantavano i Canned Heat. Fino a Facca sono altri tre km e me li mangio voracemente, nonostante il caldo.
Questa tappa è finita e domani è un altro giorno sulla strada.

giovedì 11 maggio 2017

Il bosco e la sentinella sottile


Decima tappa, Badoere - Castelfranco Veneto, 20 km

Quando apro le finestre della stanza un bel sole mi abbraccia subito, donandomi fiducia e regalandomi il sorriso. Faccio una colazione veloce veloce, chiudo lo zaino e poi via, verso una nuova tappa. Supero la rotonda e giro a destra passando nel backstage di cotanta piazza per poi cavalcare nuovamente il GiraSile. Ormai percorro questa lunga Ciclabile Verde da giorni, è la mia compagna fedele, il piacere dei miei piedi, linea sinuosa, traccia sicura. Oggi è un po' fangosetta, sarà che siamo vicini alla Porta d'acqua, dove questo strano e multiforme fiume nasce, saranno le piogge dei giorni passati ma i pantaloni, lavati di fresco a Venezia sono già pieni di mota. Non vi dico le scarpe. Me ne faccio una ragione e continuo serenamente, fino ad entrare in un'oasi naturalistica di rara bellezza, il Bosco dei Fontanassi. È una via di mezzo fra una foresta e una palude: tanti sono i canali che lo attraversano e alti gli alberi che lo nascondono al mondo esterno. Sono lì che mi beo di questo spettacolo quando sento un rumore di fronde scosse alle mie spalle, mi giro e lui è li, con la bocca aperta e i denti in bella vista: è un lupo cecoslovacco e il cuore mi sale fino in gola.
Improvvisamente una voce da qualche parte chiama il suo nome ma quello non si muove, anzi ne arriva un altro; io rimango immobile, fortunatamente i bastoncini sono appoggiati ad un albero e non innervosiscono i due canidi. Il nome del primo viene ripetuto, poi una seconda voce chiama quell'altro ed entrambi partono a razzo scomparendo così come erano arrivati: gaudemus!!!
Esco poco dopo dal bosco e mi incammino sull'ultimo tratto della Greenway; mi dispiace lasciarla, ci si camminava proprio bene: penso che dovrebbero esserci strade verdi del genere in tutta Italia, forse la gente lascerebbe più volentieri i motori puzzolenti a casa. 
Il tempo nel frattempo è peggiorato notevolmente, comincia a buttare giù qualche goccia di  pioggia ma sento che non durerà e, fedele a questa mia convinzione lascio la mantella ben chiusa nello zaino e proseguo così come sono: il meteo mi da ragione.
Poco prima di sbucare a San Marco, piccola frazione di Castelfranco passo davanti al monolite nero: è un albero bruciato, probabilmente da un fulmine, e, così annerito e reso sottile dal fuoco, sembra una sentinella triste del Cammino. 
San Marco è minuscolo e lo passo in un attimo, poi un paio di sterrati, due deserte stradine di campagna, un sottopassaggio pedonale ed eccomi al cartello di Castelfranco dove scatta il ritual-selfie. Le mura circondano un piccolo borgo fatto di cardo e decumano e poco altro. C'è un duomo da visitare, lo farò appena finita la fase relax e c'è anche una presentazione da fare alla Ubik e io non vedo l'ora. Domani si va a Facca via Cittadella e sarà un'altra gran bella tappa lungo la Via Postumia.
Besos a todos.

mercoledì 10 maggio 2017

Il drittone e la Rotonda


Nona tappa, Treviso - Badoere, 20 km.

Tappa facile, breve e quasi tutta in una bellissima ciclabile, ma andiamo con ordine.
Arrivo a Treviso e il cielo è color del piombo e tira un vento freddino assai. Mi incammino veloce seguendo la ferrovia e quando arrivo ad un passaggio a livello la attraverso lasciandomela alle spalle; cammino ancora un po' lungo una strada che, come tutte a Treviso e nella zona, sono decorate dal tricolore, in virtù della festa degli alpini che si terrà a breve, una cosa molto sentita.
Poco dopo attraverso un fiume su un ponticello pedonale ed è allora che inizio a camminare su di una bella sterrata ciclo pedonale. 
È un classico "drittone"; ormai avrete familiarizzato con questo termine che indica un rettifilo lungo parecchi km e senza nessuna curva. Camminarci sopra è un piacere, la vegetazione è rigogliosa e sembra di essere in un enorme tubone verde. C'è un po' di fanghiglia dovuta alle piogge dei giorni scorsi ma si va che è un piacere. Passo di fianco ad una fabbrica in disuso, i suoi capannoni sventrati contrastano brutalmente con il verde delle piante e soprattutto con la perfezione del praticello tosato di fresco che la circonda. 
Vado avanti tranquillamente, c'è gente che corre, che va in bici, che porta a spasso il cane e c'è anche un contadino che smette di curare il suo orto per osservarmi passare; lo saluto, lui ricambia poi mi chiede dove vado, io rispondo "a Genova" e lui, come molti altri nei giorni scorsi, strabuzza gli occhi e rimane con quell'espressione di sconcertato stupore sul viso. 
"Perché lo fai" mi chiedono in tanti ed io, che avendo del tempo risponderei parlando per ore, tiro fuori la frase standard, la ormai più che rodata regina della sintesi: perché mi fa stare bene.
Questa risposta sembra soddisfare tutti, perché il  tendere alla propria gioia e al proprio benessere fa sicuramente parte del sentire comune universale.
Continuo sul rettilineo verde e ad un certo punto mi ritrovo a passare vicino all'oasi naturalistica di Cervara, piena zeppa di gufi e cicogne ma, ahimè, aperta solo nel week end per cui rimango a secco di pennuti. Sul finire del drittone il sole, sollecitato dal mio Spaccanuvole, fa capolino e quando arrivo a Badoere  è ormai salito in cattedra, determinato a rimanerci. La Rotonda, la meravigliosa piazza a semicerchio con portici, si impreziosisce allora di giochi di luce ed ombra e io trovo il modo di impreziosire il mio misero pasto con un frappè di lampone e banana veramente notevole.  
Badoere è più o meno tutta qui, aggrappata alla sua storica piazza dove purtroppo le macchine parcheggiano selvagge decurtando il suo fascino di un buon 50%. 
L'italia è così, più o meno ovunque, incapace di comprendere la bellezza dei suoi luoghi e di rispettarli. 
È una vita amara.

martedì 9 maggio 2017

Oggi riposo.


Cartoline da Venezia

Il Sile e le barche morte


Ottava tappa, Quarto d'Altino - Treviso, 22 km.

Sono di nuovo a me stante, Giuseppe è tornato ai suoi impegni ed io ai miei passi solitari.
Quando esco la nebbia mi abbraccia stretto come una vecchia amica e mi tiene compagnia per un'ora buona, poi decide di dissolversi. Cammino lungo il Sile, poi su una lunga ciclabile bordo-strada che mi porta a Casale sul Sile e oltre per poi distaccarsi definitivamente dal rigido asfalto e raggiungere nuovamente il fiume; da qui in poi lo seguirà fino alla fine, fino ad entrare a Treviso.
Camminare seguendo le curve e le anse del Sile è quasi ipnotico, di sicuro è dolce e piacevole; i germani e tutti gli altri pennuti si scostano appena al mio passare certificando, se ce ne fosse bisogno, la serenità  del luogo.
Il placido camminare si interrompe brevemente nei pressi di una chiesetta per potere parlare con la banda di Radio Popolare e quella di Radio Francigena senza che si percepisca il respiro accelerato del pellegrino, poi riprende dolcemente. Il cielo é velato e la temperatura è ideale e quando arrivo nel minuscolo borgo di Casier è già ora pranzo, lo si capisce dai profumi che escono da un'osteria affacciata sul fiume. Io sgranocchio qualcosa e riparto veloce.
Quando arrivo ad una passerella che si allunga sopra il corso del Sile capisco di essere arrivato nel posto clou  della tappa, il Cimitero dei Burci.  Chi mi conosce sa della mia passione per i cimiteri monumentali ma qui siamo di fronte ad una cosa ben diversa: i burci sono barche.
Costruite larghe e a fondo piatto erano le tipiche imbarcazioni da trasporto fluviale, assai comuni in tutta la val padana.
Negli anni settanta, in questa ansa del fiume ne furono "parcheggiate" alcune, una prassi utilizzata anche per frigoriferi, materassi ed ogni altro genere di rifiuto ingombrante, tipica dell'italico popolo tutto.
Il tempo e la natura hanno lentamente spolpato quei relitti riducendoli all'osso e dando al luogo un aspetto lugubre ma estremamente affascinante. Ci passo un bel po' di tempo, a fare foto e sognare storie poi mi rimetto in cammino; mancano 5 km a fine tappa, time to go.
Entrare a piedi in una città non è mai semplice ma questa legge non vale per Treviso, non da questa parte almeno: la ciclabile arriva dritta fino alle mura guidata dal Sile fra gruppi di cigni, papere e mulini abbandonati (ahimè), il tutto in totale sicurezza. Ho un treno che mi aspetta, stanotte dormo a casa a Venezia e domani mi riposo: penso di meritarmelo.
Mercoledì si ricomincia. Daje !!!